Costa, e il demone commentatorio

 

Il cosmo commentabile, sebbene mostri estrinseca somiglianza con quest’altro che noi frequentiamo, ha diverso organamento interno: quasi scavato e forato e percorso da strade lessicali, sentieri grammaticosi, morfologiche autostrade che consentono ad un macro e miope sedentario di percorrere spazi disumani senz’altro pneumatico, senz’altro destriero, senza altre ali, che un fruscio, uno scandire, uno scorrere di pagine e paragrafi e penne, per tortuosi itinerari di inchiostri, offrendo alla sua trafelata smania voluttuose ed impazienti tappe in fastosi caravanserragli di cataloghi e lemmii.

Il Nuovo commento di Manganelli fu uno dei tentativi più temerari e spiazzanti di ricerca del senso attraverso il segno. Al suo interno, trovava spazio la rivalsa e l’ambigua canonizzazione dell’artefice di questa epocale battaglia: il commentatore, l’archivista, l’erudito di provincia. Il fascino sottile che emana dal “miope sedentario”, che si commuove davanti alla “frigida libidine di chiosare”ii e nel rispolverare gli archivi, affiora in ogni pagina, ogni prefazione, ogni glossa del lavoro di Enrico Costa.

Nella dedica ai lettori di Sassari, la sua monumentale raccolta di notizie, “usi, costumi, aneddoti, amenità”iii sulla città, dopo aver rivendicato il diritto di operai e impiegati a conoscere la propria storia senza dover necessariamente conoscere il latino o il tedesco, Costa rievoca con malcelato apprezzamento il suo lungo traffico con la polvere dei cataloghi. L’amore per la minuzia emerge da una metafora affettuosa: paragona il suo lavoro a quello del fioraio che, dovendo scartare alcuni fiori in eccesso per il suo disegno, rivolge a essi la propria simpatia. Con sorriso complice, quasi assaporando gli aggettivi, chiede comprensione per “certe notizie e fatterelli, che potrebbero parere puerili, frivoli, insignificanti”.iv

Il punto d’arrivo del romanzo storico e dell’intero Ottocento letterario sardo è rappresentato proprio dal letterato sassarese. Non è facile nel suo caso scindere bibliografia e biografia, l’autore di opere di fantasia dall’oscuro impiegato dell’Archivio di Stato, ritratto quasi con discrezione tra gli scaffali del secondo piano della Biblioteca Municipale di Sassari. Dilettante come storico e autodidatta come scrittore, avrà un’influenza enorme nel secolo successivo, in particolare su Grazia Deledda, che ne parla in termini di maestro. Infatuato di Scott e della storia, attento lettore e organizzatore culturale, giornalista, drammaturgo, poeta e librettista, trova una dimensione a lui congeniale diradando nel corso degli anni la presenza pubblica, e concentrandosi sul lavoro all’archivio comunale.

Costretto da parecchie forze irresistibili a rintanarmi fra i polverosi manoscritti degli archivi sardi, ho molto più vissuto nel passato che nel presente – e ti confesso che di ciò non ho ragione a dolermi, visti e considerati i tempi che corronov.

Così scrive nella dedica a Enrico Berlinguer di Rosa Gambella. Un sardismo caldo e spontaneo è l’orizzonte innato del suo lavoro, di cui è causa e fine al tempo stesso. Una attitudine simile non può che influenzare la scelta dei soggetti: una ricerca scrupolosa lo porta a scegliere Adelasia di Torres e Rosa Gambella quali eroine tragiche, simbolizzanti l’ingratitudine della storia e degli invasori – per tacere dei mariti.

Il “mito della cattiva stella” ha dato scaturigine a tanta parte delle lettere sarde; nel caso di Enrico Costa, al rapporto frastagliato della storia con la Sardegna (“è inesatto quanto molti asseriscono: che la Sardegna non abbia una storia. La storia ce l’ha, ma è ignorata o non fu scritta”vi) si sovrappone quello riverente, nervoso, della storia con l’autore stesso. La devozione verso qualsiasi cosa mostri il passaggio del tempo raggiunge livelli parossistici, che possono misurarsi con profitto nel numero di notazioni storiche, divagazioni, postille che Costa profonde nei suoi romanzi: fino a rendere labili, indistinti, i confini tra testo e paratesto, tra la narrazione e i suoi dintorni.

Sassari, Piazza Fiume. Dal 26 marzo al 17 aprile 2019 è visitabile la mostra sull’autore, in occasione del centodecimo anniversario della morte, organizzata dal Circolo Culturale Aristeo presso la Biblioteca Universitaria di Sassari.
(Foto di Francesco Petretto)

L’ossequio nei confronti del peso della storia è insieme amore e timore, come la percezione di un assurdo. In Adelasia di Torres, per esempio, il dissidio non riesce a elaborare una sintesi soddisfacente, per cui Costa divide l’opera in due sezioni diverse e complementari, che titola argutamente La storia romantica e Il romanzo storico. La figura della regina turritana è un fantasma che ricorre spesso nella produzione costiana: è significativo che questo romanzo, carico evidentemente di significati di un’urgenza indefinibile ma pressante, sia il più contratto e contorto della serie. Gli stessi personaggi sono vane larve letterarie, defunti che recitano una parte scritta dopo la loro morte: Adelasia è infelice e vedova non in maniera contingente ma esistenziale, le sue figlie hanno il destino scritto nei geni, Michele Zanche si muove, vive e agisce sulla scorta dell’appellativo “barattiere” (in una occorrenza persino “anima dannata”vii), rendendo chiaro come sia meno un uomo di carne e nervi che un’invenzione dantesca. Esplorando generi differenti, Costa assolve una fondamentale funzione di rinnovamento e ampliamento dell’orizzonte letterario sardo: informa e codifica il romanzo di costume (La bella di Cabras), il romanzo banditesco (Giovanni Tolu), il racconto di viaggio (Guida-racconto. Da Sassari a Cagliari e viceversa). Quest’ultimo racconto, lieve e brillante, anticipa le atmosfere di Jerome, con il suo umorismo sapido, borghese, come alcune liriche di In autunno, la sua raccolta di versi. Alziator, nel suo crocianesimo rigoroso, distingue in quest’opera il “ciarpame romantico” dai momenti di “humor autentico”viii, ma rimane affascinato dalla sezione finale, analoga alle città del silenzio d’annunziane ma di toni beffardi:

Tra i fichi d’India, in un torpor letale,
Immersa par l’indolente Signora…
Dorme lo stagno… e in alto sbatton l’ale
Le cornacchie, gracchiando ad ora ad ora.ix

La cifra di alcuni autori va ricercata nelle pieghe, nelle sottigliezze. Nel 1962 Vladimir Vladimirovic Nabokov, scrivendo Fuoco pallido, decise di uccidere il testo tramite il commento, per salvare frammenti di senso. In Costa l’operazione è più sottile; è il testo stesso che si annulla dall’interno con la sua presenza. Giuseppe Marci nota, sorpreso, che in più occasioni lo scrittore sassarese “dà al lettore un’indicazione che contrasta con la natura stessa di chi scrive: lo invita a saltare alcune pagine”x. Ricorrono in effetti nei suoi libri paragrafi accessori, e formule come “che potrebbe farsi a meno di leggere”, “capitolo non obbligatorio”: a questo riguardo ho pensato due possibili considerazioni.

Nascondere e schernirsi sono attributi del pudore; forse Costa sentiva profondamente la colpa del suo amore per le minuzie storiche, e tentava di esorcizzarla prendendone le distanze, additandola. Oppure, callidamente, le accusa pubblicamente e ne denigra il culto, perché esso rimanga segreto. La sua modestia non è scevra di calcolo; quelle pagine gonfie di dati, osservazioni, memorie sono vittima di anatemi affinché perdurino. Forse, sono un lascito segreto, che Costa interpola nelle crepe della sua opera perché tramandino la verità a cui era giunto, troppo terribile per essere messa a testo: che il senso del mondo stia nelle note, negli angoletti, nei graffi sul muro.

 

NOTE

i G. Manganelli, Nuovo commento, Milano, Adelphi, 1993, p.54.

ii Ivi, p.59.

iii E. Costa, Sassari, Sassari, Tipografia Azuni, 1885, p.7.

iv Ivi, p.15.

v E. Costa, Rosa Gambella, Sassari, Tipografia della Nuova Sardegna, 1897, p.3.

vi Ivi, p.344.

vii E. Costa, Adelasia di Torres, Sassari, Tipografia Dessì, 1898, p.158.

viii F. Alziator, Storia della letteratura di Sardegna, Cagliari, Edizioni della Zattera, p.395.

ix E. Costa, Oristano, in In autunno, Sassari, Tipografia Dessì, 1895, p.148.

x G. Marci, Prefazione a E. Costa, La bella di Cabras, Nuoro, Ilisso, 2001, p.13.

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