Popolar-culturale

 

Quando mi è stato chiesto di scrivere di cultura, due immagini contrastanti si sono affacciate alla mente: il pennello del pittore all’opera, centro e confine di nuovi cosmi artistici; e il rapimento di una danza circolare, in costume, popolare per definizione. Arte e umanità, esoterico ed essoterico, Gabriele D’Annunzio e Raymond Williams. Contrastanti?

L’idea per cui una sinfonia di Händel e un coro calcistico possano essere entrambe espressioni culturali poteva stupire verso la metà del secolo scorso, oggi pare una verità pacifica. Eppure, nel discorso corrente, la diffidenza con cui vengono accolti antropologi del contemporaneo e i cultural studies da una parte, e l’ostentata mercificazione e desacralizzazione dell’arte dall’altra, di fatto polarizzano il dibattito tra una cultura popolare, immodificabile per statuto, e la cultura alta, inguaribilmente individuale e preferibilmente incomprensibile.

Tale discorso potrebbe essere facilmente decostruito facendone rilevare le incongruenze – le chansons de geste sono opere individuali? e i mosaici di Ravenna? -, oppure dimostrando l’impossibilità di definire confini certi – chi scrive i soggetti dei programmi televisivi è artista individuale, o silente esecutore della volontà popolare? I confini, appunto. Le manifestazioni di tutto ciò che è umano e che non dipende dalle contingenze e dai bisogni primari è detto cultura, bagaglio facilmente accessibile, un po’ ingombrante, e apparentemente innecessario. Questa è la strada percorsa dalla critica recente, per quanto riguarda le manifestazioni artistiche e culturali; portando alle estreme conseguenze tale posizione, in cui tutto rientra inevitabilmente nelle logiche di mercato, ci si chiederà, probabilmente, in futuro, perché mai tali manifestazioni avvengano, e se non siano sintomo di un qualche manifesto malessere dei relativi artisti e acculturati.

Qualcosa stona, evidentemente, qualcosa non soddisfa. Per tornare al primo esempio, assodato che la musica classica e i cori estemporanei siano entrambi manifestazioni di cultura, folklore, genio e sapienza dell’uomo, noi sentiamo, insofferenti a qualsiasi dichiarazione d’intenti, una insopprimibile differenza. Dipenderà da una distorsione del punto di vista, o dai nostri animi inguaribilmente romantici, ma c’è ed è impossibile da ignorare. Chiunque si appresti a ragionare di cultura, senza svicolare nelle scappatoie grammaticali, si trova davanti a questo paradosso, il paradosso culturale. Forse, un modo di affrontarlo è non cercare confini. Nel tempo, le interpretazioni di tali confini sono state disparate. Da quando non esiste un luogo esterno al mercato, da cui eventualmente criticarlo, l’unica resistenza possibile è dall’interno, come i flaneur, i baudelariani passeggiatori, svagati e curiosi, descritti da Benjamin. Altri vedono confini di ordine morale ed etico, altri ancora differenze di funzione, nel testo, nel gesto, nel tocco.

Lo scenario cambia se si guarda alla cultura come forma di comunicazione. L’intuizione di Slovskij e del formalismo russo, per cui il testo letterario è quello a più alta densità di significato, può essere proficuamente esteso al linguaggio artistico e a quello culturale, che ne è prosecuzione e conservazione: nel canto sono racchiuse sfumature che vanno ben al di là del significato della parola, il semplice sguardo dell’attore può essere così intenso e denso di senso da muovere alle lacrime o all’ilarità. L’atto artistico è l’atto umano più significativo, nel senso reale del termine. Chi vede, percepisce il mondo come un testo, un’immane, ineffabile, irraggiungibile prosa, non potrà che considerare la cultura come la grammatica elementare per affrontarlo, sfogliarlo, forse con voluttà, forse con disperazione, sicuramente, in tono di sfida. Ora, non vi sarà chi non riconosca in questa sfida una delle principali ragioni della nostra irragionevole esistenza; tutti devono fare i conti con il liber mundi, attraverso la cultura, il nostro occhio – fortemente umanizzante – sull’universo. Forse, per attenuare la cesura fra le due culture, il metodo è, gramscianamente, la prassi: solo negli esiti le sensazioni estetiche non hanno bisogno di infusioni di dottrina, per acquisire significato. Dal momento che la cultura è affare del popolo, per dirla con Deleuze, riappropriamocene: tra tutte le forme di comunicazione di cui il nostro mondo ipertecnologico dispone, è l’unica che ci connetta veramente con noi stessi.

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