Sa die de sa Sardigna

Cosa è successo realmente?

Il 28 Aprile 1794 non capitò per caso. La cacciata dei piemontesi da Cagliari non fu un episodio circoscritto. Ecco cosa accadde…

Come ben sappiamo, la Sardegna, nella sua millenaria storia, ne ha visto di cotte e di crude. In realtà ciò che conosciamo della nostra Isola è frutto esclusivo di stereotipi poco lusinghieri che, ai giorni nostri, dovrebbero essere quantomeno messi in discussione. L’idea malsana che la Sardegna sia un luogo tagliato fuori dal mondo, sfiorato solo marginalmente dalla Storia (quella con la esse maiuscola) è un odioso paradigma da sfatare. La storia della Sardegna non ha termine con l’abbattimento dei Giganti di Monte Prama, con giusto un piccolo sussulto giudicale e poi più nulla, il vuoto cosmico fino alle gesta della Brigata Sassari durante la Prima Guerra Mondiale che, attraverso il sangue di migliaia di sardi, paiono riscattare secoli di parassitismo storico. Caro lettore, non temere! Non mi voglio sedere al tavolo di chi pensa che solo all’interno dei sacri confini dell’Isola esista una vita degna di essere vissuta. Non faccio parte della squadra che reputa la peretta di Pattada unico formaggio adatto all’alimentazione umana, ma vorrei almeno che il culurgiones ogliastrino non si vergognasse troppo di fronte all’agnolotto piemontese. Insomma, sono proprio convinto dell’idea che la Sardegna non è e non è stata il centro imprescindibile del mondo, ma nemmeno un posto dimenticato da Dio e dagli uomini. Tant’è che, Dio non so, ma gli uomini sì, della Sardegna se ne ricordano in ogni epoca. Ma che facevano tutto il tempo i sardi antichi?

Karte von den Staaten des Konigs von Sardinien – D.F. Sotzmann, Berlin, 1793 (Carta degli Stati del Re di Sardegna) – Foto di Daniel Friedrich Sotzmann, da Wikipedia, l’Enciclopedia Libera

Non ne ho idea, non sono uno storico. Sono un attore che, per piacere e per lavoro, legge e si documenta. Nel 2014, la compagnia di cui faccio parte, il Teatro S’Arza di Sassari, realizza la prima edizione di Primavere Sarde, manifestazione in cui ogni anno viene portata in scena una rievocazione storica legata ai fatti del 28 Aprile 1794, Sa Die de sa Sardigna. Di questa giornata, di cosa effettivamente accadde, del contesto in cui avvenne, la stragrande maggioranza dei sardi non sa nulla. Prima che il regista del S’Arza Romano Foddai avviasse la fruttuosa collaborazione con lo storico Federico Francioni che portò alla creazione del background storiografico degli spettacoli di Primavere Sarde, sapevo a malapena che il 28 Aprile 1794, per qualche motivo, la popolazione di Cagliari si sollevò, impacchettò tutti i piemontesi che trovarono a giro e li rispedirono in Piemonte. Null’altro.

Che succedeva in quegli anni in Sardegna? Nel 1793 la nostra Isola attraversa un periodo molto vivace. Non ci si annoia mai. Lo stato dell’economia è pessimo, legata ancora all’arretratezza del sistema feudale, affermatosi in Europa quasi mille anni prima con la dissoluzione dell’Impero di Carlo Magno (814 d.C.). Ci sono poche strade, i paesi e i loro territori sono feudi dati in dono a questo o a quel nobile che ne dispone come proprietà personale. Esiste già la flat tax, con aliquota fissa del 10%. Si chiama decima. Il pastore che ha dieci pecore ne deve dare una al feudatario, quello che ne ha 100 gliene deve 10. Nonostante ciò, il fermento culturale di quegli anni è alle stelle. A soli quattro anni dalla rivoluzione francese, gli ideali rivoluzionari si erano già ben propagati all’interno dell’Isola. Gli intellettuali sardi del tempo sono imbevuti di Illuminismo e c’è un’animata circolazione di idee nuove e di stampe clandestine. Le rivolte dei paesi della Sardegna non hanno ancora quel carattere rivoluzionario che si vedrà due anni più tardi con Giovanni Maria Angioy. Si spera ancora che i Savoia ripristinino i vecchi privilegi della nobiltà sarda, ancora in vigore durante la dominazione spagnola. Tant’è che, durante la guerra fra la Francia e il Piemonte, sono proprio i sardi, attraverso gli Stamenti, a mobilitarsi e respingere le truppe francesi pronte ad invadere l’Isola. Gli Stamenti sono l’antico parlamento sardo, sul modello di quello francese dell’Ancien Régime (XIV secolo). Si divide in tre bracci: l’alto clero, quello dei militari formato da cavalieri, nobili e feudatari e quello delle città regie, rette cioè da un governatore civile e non nobile. Gli stamenti capiscono che, in questa guerra, i Savoia hanno abbandonato la Sardegna al suo destino. Non viene approntata nessuna difesa, nessun piano di resistenza contro l’invasione francese. Il viceré Balbiano latita, sa di non poter contare sulle truppe règie. Sa che gli unici a combattere sarebbero i miliziani sardi, ma non vuole che siano i sardi a prendersi gli onori di una resistenza ai francesi. Si crea dunque uno stallo.


Napoleone Bonaparte di Edouard Detaille

Il 4 gennaio 1793, gli stamenti, constatato l’immobilismo di Balbiano, decidono di radunarsi autonomamente dopo quasi un secolo di inattività. Ci si quota per le spese di guerra: Sassari offrirà 10.000 scudi sardi, Cagliari 12.000. L’arcivescovo di Cagliari impegna tutta l’argenteria della Cattedrale di Bonaria. L’esito della guerra è favorevole ai sardi. I francesi, che non avevano preparato poi così bene i piani d’invasione, battono in ritirata dopo essersi anche combattuti fra loro per errore. Piccolo inciso: i sardi, nelle acque di La Maddalena, infliggono una sconfitta anche ad un giovane ufficiale corso: Napoleone Bonaparte. Dopo le sconfitte dei Francesi in terra sarda, gli stamenti son decisi a battere cassa a casa Savoia: mandano dei loro rappresentanti a Torino con le famose “Cinque domande”:

  1. convocazione decennale degli stamenti sardi, non più convocati da quasi un secolo;

  2. conferma degli antichi privilegi, delle leggi e delle consuetudini del Regno di Sardegna;

  3. concessione delle cariche militari e politiche ai sardi, ad eccezione della carica del Viceré;

  4. la creazione di un consiglio di stato, organo consultivo;

  5. la creazione a Torino di un ministero per gli affari di Sardegna.

La delegazione degli stamenti parte con i migliori auspici. I sardi hanno salvato l’isola non per sé stessi, ma per il Re e per casa Savoia. Ci si aspetta un minimo di gratitudine. Infatti, la delegazione sarda non viene nemmeno ricevuta dal Re. E non solo, non gli si comunica nemmeno la sua decisione, che viene comunicata a Cagliari al Viceré. Il messaggio di fondo ai sardi è chiaro. Ricordiamocelo questo, la prossima volta che un Savoia va a cantare a Sanremo o firma delle leggi razziali.

Insomma, la situazione si scalda parecchio, è un’enorme polveriera pronta ad esplodere. E la miccia, nemmeno tanto lunga, la accende il viceré il 28 aprile 1794, facendo arrestare l’avvocato Vincenzo Cabras, un uomo molto ben visto dalla popolazione cagliaritana. Infatti quest’ultima, nonostante l’arresto avvenga all’ora di pranzo, poggia il piatto sul tavolo ed esce di corsa per le strade di Cagliari e distrugge, assalta, incendia e cattura tutto ciò che è vagamente piemontese. Il 7 maggio 1794 circa 600 piemontesi furono cacciati da Alghero, Cagliari e Sassari. Al momento della partenza, sulla strada che conduceva i piemontesi al porto di Cagliari, la folla nota che i cacciati lasciavano l’Isola portandosi via tutto quello che erano riusciti a raccattare: masserizie, carrozze, bauli stracolmi di “ricchezze sarde tramutate in ricchezza straniera. Non giungeano qui con tanto peso di bagagli o con questa dovizia di guarnimenti: assottigliati ci veniano e scarsi quelli che oggi si dipartono con fortuna così voluminosa”, per dirla con le parole della folla riportate dal Manno. I sardi si danno pubblicamente dei fessi e, alla vista di tanta opulenza paragonata alla loro miseria, gli animi dei cagliaritani si scaldano. Li riporta alla calma Francesco Leccis, macellaio, che invita i presenti ad un maggior contegno: “Lasciateli stare! Che i sardi benché poveri non han bisogno della merda dei Piemontesi! (Tommaso Napoli, Relazione ragionata, in L’insurrezione di Cagliari del 1794 di Girolamo Sotgiu)”. Il senso di queste vicende, però, lo coglie, come spesso accade, un artista. Così scrive Piero Marcialis nel dramma storico Sa dì de s’acciappa: “Non ddi faeus nudda de sa merda de is istrangius! Chi ddi sa pappint a Torinu, cun saludi! A nosus interessat a essi meris in domu nostra! Libertadi, traballu, autonomia!”.

Giovanni Maria Angioy, Giudice della Reale Udienza

 

Il periodo di rivolte contro le classi dirigenti sarde non finì certo con la cacciata dei piemontesi. Con questo gesto si aprì un periodo di speranza per tutta la Sardegna, il cui protagonista indiscusso fu senza dubbio Giovanni Maria Angioy. Sotto la sua guida, migliaia di sardi cercarono riscatto dalla loro miseria. Se avrete la pazienza di leggerci, nei prossimi articoli racconteremo le sue gesta e quelle di altre figure di spicco del tempo che, per gli ideali di giustizia e di libertà, sacrificarono la vita.

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