La Sassari liberata

28 dicembre 1795: Sa die de Thathari

 

Da Sassari, i nobili e l’alto clero tentano una restaurazione dei privilegi feudali in tutto il Nord Sardegna.

Un avvocato sassarese, un giovane notaio di Cagliari e un prete di Semestene glielo impediranno.

 

Come già anticipato sul nostro articolo dedicato a Sa die de sa Sardigna, la cacciata dei piemontesi dall’Isola non fu un fatto a sé stante, un piccolo ciottolo lanciato nello stagno delle acque paludose della storia sarda. È dal 1771 che i sardi si ribellano ai loro feudatari: a Baressa, un comune che oggi fa parte della provincia di Oristano, i contadini si rifiutano di pagare loro la decima. La rivolta fu soffocata nel sangue (Boscolo, Bulferetti, Del Piano, Sabattini: Profilo storico-economico della Sardegna). Dalla fine del Settecento, infatti, mentre in Francia iniziano a propagarsi le idee della rivoluzione, le campagne sarde sono già in fiamme: diversi paesi del Campidano si rifiutano di pagare i dazi e vengono messi a ferro e a fuoco dalle truppe viceregie. Nel 1793, a soli quattro anni di distanza dalla rivoluzione francese, le lotte antifeudali accendono tutta la Sardegna: gli abitanti di Bauladu, Bosa, Ittiri, Sennori, Sorso, Milis, Quartu, San Vero e quelli di tutta l’Anglona si rivoltano contro i loro feudatari, in alcuni casi saccheggiano i loro magazzini e le altre loro proprietà. Come scrive Federico Francioni nell’introduzione a La vita e i tempi di Giommaria Angioy di Dionigi Scano, non si deve assolutamente pensare che queste rivolte siano scaturite esclusivamente dalla miseria e dalla penuria di pane. Non sono solo i moti della pancia che cerca di appagare la sete e la fame. Non sono le bizze dell’asino che si ribella al padrone che lo picchia troppo duramente. Come nella Francia del 1789, le popolazioni fanno richieste politiche e si comincia a chiedere una giustizia non più legata all’arbitrio del feudatario.


La Fontana del Rosello di Sassari, in una foto di Édouard Delessert (1854).
In alto a sinistra è possibile vedere l’unica foto arrivataci della Porta Mercato
Di Gianni Careddu – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=22260270

Nel 1793 i Savoia sono in guerra contro la Francia rivoluzionaria. La Sardegna viene abbandonata a sé stessa. Nessun piemontese combatte contro le armate francesi che da Nord e da Sud cercano di invadere l’isola. Ci pensano i sardi, che armano a loro spese un loro esercito che sconfiggerà quello francese. Al largo de La Maddalena, i sardi infliggono la prima di non molte altre sconfitte ad un giovane ufficiale corso: Napoleone Bonaparte. Su ciò che accadde dopo rimando all’articolo de Il Culturale su Sa die de sa Sardigna. Dopo la vittoria sui francesi, i sardi si aspettano un minimo di riconoscenza da parte della corte di Torino. Invece vengono ulteriormente umiliati e ignorati. E così ci si vendica il 28 aprile 1794, cacciando tutti i piemontesi e nizzardi da Alghero, Cagliari e Sassari. Come scrive sempre il Francioni, da quella data sino all’arrivo del nuovo viceré Filippo Vivalda il 6 settembre 1794, la Sardegna conosce un breve periodo di autogoverno.


Girolamo Pitzolo
Dizionario biografico degli uomini illustri di Sardegna di Pasquale Tola, 1837

Nel 1795 la lotta antifeudale si evolve ulteriormente. Nel luglio vengono uccisi dalla folla cagliaritana l’intendente generale delle finanze Gerolamo Pitzolo e il generale delle armi Gavino Paliaccio della Planargia, a capo della repressione dei moti rivoluzionari. Nel frattempo, l’alto clero e i nobili di Sassari avviano dei contatti con Torino e con gli inglesi per cercare una secessione da Cagliari. Questo progetto naufragherà per via delle numerosissime rivolte che coinvolgono tutto il Nord Sardegna: Bonorva, Ittiri, Mores, Ozieri, Pozzomaggiore, Thiesi, Torralba, Uri si ribellano ai loro feudatari e, marginalmente, anche all’alto clero. In questo periodo alcuni paesi stringono patti giurando di non riconoscere più nessun feudatario e invocando l’abolizione del feudalesimo. Queste rivolte furono cavalcate dagli Stamenti (l’antico parlamento sardo) e dal viceré Vivalda che, pur di far fallire qualsiasi tentativo di secessione, non esitarono ad alimentare l’ira delle folle.

Antioco Santuccio, governatore del Logudoro
Dal Dizionario biografico degli uomini illustri di Sardegna di Pasquale Tola, 1837

L’apice di queste rivolte si ebbe nel dicembre 1795 con la presa di Sassari da parte delle armate popolari capitanate dal giovane notaio cagliaritano Francesco Cillocco a cui si unisce l’avvocato Gioachino Mundula, il parroco di Torralba Sanna-Corda e quello di Semestene Don Francesco Muroni. Quest’ultimo raccoglie armi e recluta uomini nella sua curia. Il 28 dicembre, alle porte di Sassari, sono radunati dai 3.000 ai 13.000 armati. Il governatore Antioco Santuccio alza immediatamente bandiera bianca, anche perché gli abitanti della città, orchestrati dai gremi, stanno per rivoltarsi. Cillocco e Mundula, che avevano scelto come proprio quartier generale il convento di Sant’Agostino, entrano in città con gli armati, arrestano Santuccio e l’arcivescovo e, lasciato il comando della città ad un loro fedele, si mettono in marcia verso Cagliari con i due illustri prigionieri. I nobili e i feudatari che dimorano in città scappano all’istante per paura di rappresaglie. Ovviamente aprire un parallelismo con i tempi odierni non ha alcun senso, però immaginare cosa significherebbe oggi se una folla armata arrestasse il sindaco di Sassari e l’Arcivescovo può dare l’idea della gravità del momento.

Giovanni Maria Angioy

A Cagliari non prendono molto bene ciò che succede a Sassari. Il viceré Vivalda e la Reale Udienza, il tribunale supremo in Sardegna, sono spaventatissimi perché gli eventi stanno sfuggendo loro di mano. Hanno soffiato su un focherello che ora è diventato un incendio. Decidono dunque di mandare qualcuno al Capo di Sopra per soffocare le rivolte o, quantomeno, appianare le divergenze fra baroni e contadini. La missione viene affidata al più anziano giudice della Reale Udienza: Giovanni Maria Angioy, che partirà il 13 febbraio 1796.

Nella sua “salita” a Sassari, Giovanni Maria Angioy seppe coinvolgere migliaia di sardi e cercò di rendere la Sardegna una repubblica indipendente, seppur nell’orbita della Francia. Nei prossimi articoli tratteremo la sua figura e le sue gesta.

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