Giovanni Maria Angioy – Per non dimenticare

Malgrado la cattiva amministrazione, l’insufficienza della popolazione e tutti gli intralci che ostacolano l’agricoltura, il commercio e l’industria, la Sardegna abbonda di tutto ciò che è necessario per il nutrimento e la sussistenza dei suoi abitanti. Se la Sardegna in uno stato di languore, senza governo, senza industria, dopo diversi secoli di disastri, possiede così grandi risorse, bisogna concludere che ben amministrata sarebbe uno degli stati più ricchi d’Europa, e che gli antichi non hanno avuto torto a rappresentarcela come un paese celebre per la sua grandezza, per la sua popolazione e per l’abbondanza della sua produzione.


Giovanni Maria Angioy – Memoriale sulla Sardegna (1799)

I patrioti sardi della fine del 1700 hanno subito ingiustamente la damnatio memoriae dei vincitori, le biografie e le vicende di Francesco Cillocco, Gioachino Mundula e Antonio Vincenzo Ignazio Petretto e i loro figli, Don Francesco Sanna Corda, Don Francesco Muroni e di molti altri sono sconosciute ai più. Dopo averne atrocemente straziato e disperso i corpi, i vincitori, scrivendo la Storia, ne hanno persino di storpiato i nomi, rendendo difficile ai posteri la loro identificazione. Così Francesco Cillocco diventa Cilocco o Cilloco. A Don Muroni viene aggiunta una r, Murroni, all’algherese. Ma c’è un altro personaggio che paga la sconfitta con un oblio che non merita. È il giudice della Reale Udienza Giovanni Maria Angioy. Don Giommaria nasce a Bono il 21 ottobre 1751 da una famiglia nobile. Diventa presto orfano di entrambi i genitori e suo zio materno, Don Matteo Arras, cura la sua educazione primaria. Completa gli studi a Sassari, prima al Canopoleno e poi all’Università, dove si laurea nel 1771 in diritto civile e diritto canonico. Da quell’anno ha inizio la sua carriera universitaria che lo porta nel 1789 a diventare giudice della Reale Udienza, il tribunale sardo di origine spagnola con poteri giurisdizionali e di governo con sede a Cagliari. Il 13 giugno 1781 sposa Anna Belgrano nella chiesa di Santa Eulalia da cui ha tre figlie.

“Ingresso a Sassari di Giovanni Maria Angioy” di Giuseppe Sciuti (1878), conservato nel Palazzo di Provincia di Sassari

Come già approfondito in un precedente articolo de Il Culturale, dal 1793 le lotte antifeudali accendono tutta la Sardegna. Nel 1795 Francesco Cillocco e Gioachino Mundula conquistano Sassari e arrestano il governatore e l’arcivescovo. Il 27 gennaio 1796 Filippo Vivalda, il nuovo viceré inviato in Sardegna per sostituire Vincenzo Balbiano cacciato dalla popolazione sarda il 28 aprile di due anni prima, nomina Angioy come Alternos e lo spedisce al Capo di Sopra per sedare le rivolte. L’Alternos è un magistrato che svolge le funzioni viceregie. Angioy parte da Cagliari il 13 febbraio e nel suo viaggio verso Sassari attraversa le miserie di un’isola, venendo accolto con gioia in ogni paese raggiunto. Angioy incarna la speranza di una Sardegna emancipata dal giogo feudale e i sardi, e poiché lo riconoscono come amico di Francesco Cillocco, Gioachino Mundula e Don Muroni che da tempo arringano le folle, ripongono in lui l’aspirazione ad una condizione sociale ed economica migliore. Arrivato nel territorio di Santu Lussurgiu, manifesta le proprie idee liberali e antifeudali. Il 28 febbraio 1796 Angioy entra trionfalmente a Sassari, attorniato dalla popolazione che lo acclama come liberatore e sbeffeggia i feudatari. Tra il popolo, c’è anche chi inneggia ad un intervento della Francia. Ma a Cagliari, i suoi nemici cercano di screditarlo agli occhi del viceré. Il giudice Valentino, membro del partito conservatore, contrapposto al partito di Angioy detto dei Novatori, racconta al viceré che nel Capo di Sopra l’Alternos ha commesso ogni sorta di crimine contro il re e contro i feudatari. Angioy intuisce che il viceré e gli stamenti vogliono fermarlo. Invece di tornare sui suoi passi e cercare una riconciliazione con il viceré, Angioy crea una fitta rete di alleanze fra i paesi del Logudoro e cerca l’appoggio militare e politico della Francia, che è in guerra contro i Savoia, per fare della Sardegna uno stato repubblicano indipendente. Purtroppo, qualche mese più tardi, l’armistizio di Cherasco del 28 aprile (quanti 28 compaiono nella storia sarda!) tra i due Stati fa mancare l’appoggio francese. Angioy non retrocede: infittisce la rete di alleanze fra i paesi del Capo di Sopra i cui abitanti, forti dell’appoggio dell’Alternos, giurano di non riconoscere più alcun diritto feudale, anche a costo della propria vita. Tutto il Logudoro, Sassari e i paesi di Bessude, Bonnanaro, Cargeghe, Cheremule, Cossoine, Giave, Ittiri, Muros, Rebeccu, Semestene, Sennori, Sorso, Thiesi, Tissi, Torralba, Uri e Usini offrono i propri uomini per il riscatto delle proprie condizioni e per l’indipendenza della Sardegna.

“Paoli e Angioy”
Spettacolo – Ricostruzione storica sulle vicende di Angioy e Pasquale Paoli a cura del Teatro S’Arza di Sassari
Regia di Romano Foddai

In Sardegna, intanto, la restaurazione del potere viceregio avviene nel modo più brutale possibile. Interi paesi, colpevoli di aver dato appoggio ad Angioy, vengono saccheggiati e dati alle fiamme. Chiunque viene sospettato di aver fatto parte delle rivolte subisce processi sommari che terminano molto spesso con una sentenza di morte per impiccagione. Molti altri vengono condannati al carcere o ai remi nelle navi. Le forze realiste arrivano a catturare anche i famigliari dei sospettati e tenerli come ostaggi. Sono pochissimi quelli che, messi sotto processo, vengono ritenuti innocenti. Tragica è la fine di Antonio Vincenzo Petretto, Gavino Fadda, Carta, Spano e di Giuseppe Mundula, figlio di Gioachino che, dopo la sconfitta di Angioy, abbandonano l’isola. Vi fanno ritorno qualche mese più tardi, poiché l’ottavo punto del trattato di pace fra Francia e Regno di Sardegna garantiva l’amnistia per i reati politici. Gli stamenti però, se ne infischiano e mandano Domenico Millelire ad intercettarli. Finiranno tutti sulle forche di Sassari, in spregio ad ogni trattato. Così scriveva Gioachino Mundula al console Francese Belleville:

Non si cessa d’imprigionare, di assassinare, giuridicamente o abusivamente. Il parroco Muroni […] è stato arrestato in casa di un amico dov’era malato. Lo si condusse a Sassari legato strettamente. Gli fecero attraversare cinque porte della città per fargli vedere le teste e le membra dei suoi amici, vittime del furore della tirannide; egli era seguito da una turba di ragazzi consigliati e pagati dalla governazione che vomitavano mille ingiurie contro questo prete, gettandogli addosso lordure. Tale trattamento ad uno dei parroci più colti e pii della diocesi suscitò l’indignazione della gente onesta e del clero; l’arciprete e diversi canonici si lagnarono con l’Alternos (il giudice Valentino), il quale rispose bruscamente che ciò era poco e che fra poco sarebbe stato spedito. […] Ai prigionieri non risparmiano né catene né bastonate, mentre si fanno mancare loro del necessario. […] Mi trascinerò a piedi a Parigi, elemosinando lungo il tragitto. Andrò ad implorare per far dare esecuzione dell’amnistia promessa, felice se mi riuscirà a salvare qualcheduno dalla rabbia del Tiranno e dei suoi satelliti, ma io ne dispero, giacché vedo il più grande accanimento per la loro intera distruzione.

Altri emigrati sardi in terra francese denunciano che

“dieci ebbero alcuni parenti squartati e bruciati in Sassari. Le gesta della reazione, che non risparmiano né donne, né vecchi, né bambini, possono essere paragonate a quelle dei cannibali”.

Nell’immaginario collettivo, queste atrocità sono stereotipo dell’età medioevale. In realtà questo accadeva appena duecento anni fa nelle città della Sardegna ad opera dei fedeli della corona. In queste città, dove noi tutti passeggiamo quotidianamente, uomini e donne lottarono per gli ideali più grandi e belli e furono trucidati nelle piazze in cui ci incontriamo per prendere un caffé. Angioy, dopo un lungo peregrinare per il Nord Italia per trattare con la corona, sfugge a diversi tentativi di cattura e, sul finire del 1799, raggiunge la Francia, prima a Marsiglia e poi a Parigi, dove cerca inutilmente di spingere il direttorio francese ad effettuare una spedizione armata in Sardegna, in modo da sottrarla alla casa Savoia. Il 22 febbraio 1808 l’Eroe sardo Giovanni Maria Angioy muore a Parigi, all’età di 56 anni, in estrema povertà. Viene dimenticato da tutti. Persino i parenti rimasti in Sardegna si rifiutano di pagarne i funerali. 

Questa, in brevi termini, è la storia di un uomo che sacrificò le proprie sostanze e l’elevatissima posizione sociale adoperandosi per il riscatto degli umili e per la riparazione dei torti e dei soprusi subiti dai più deboli. In cambio ottenne l’oblio totale della sua vita e delle sue azioni. Angioy e i suoi seguaci scompaiono dalla Storia, e riappaiono sporadicamente per venire denigrati. E, se si può comprendere la più feroce damnatio memoriae dei vincitori sui vinti nel tempo in cui questi fatti accadevano, oggi si deve promuovere la ricerca storica su questi eventi. È ora che venga levato questo velo nero di oscurantismo che ha cancellato luoghi, vicende e, soprattutto, i loro protagonisti che, con estremo spirito di sacrificio, offrirono la propria vita per condizioni di vita migliori per tutti i sardi. E non bisogna cadere nella trappola di politicizzare le loro figure: a perire furono preti, notai, avvocati, mercanti di bestiame, agricoltori, pastori, semplici abitanti dei paesi che non volevano più sottostare all’arbitrio dei nobili. Le rivolte contro i feudatari furono rivolte di massa. Ora si deve alzare il sipario su queste vicende, bisogna conoscerle, diffonderle, far sì che diventino humus culturale, in modo che ogni sardo, guardandosi indietro, sappia di non doversi vergognare della propria storia davanti a nessun altro popolo della terra.

 

 

BIBLIOGRAFIA

“La vita e i tempi di Giommaria Angioy” – Dionisi Scano, Edizioni della torre

“La sarda rivoluzione” – Luciano Carta, Edizioni Condaghes

“Carlo Felice e i tiranni sabaudi” – Francesco Casula, Edizioni Grafica del Parteolla

“1793: i franco-corsi sbarcano in Sardegna” – a cura di Federico Francioni, Edizioni Condaghes

“Vespro sardo” – Federico Francioni, Edizioni Condaghes

“Memoriale sulla Sardegna” – Giovanni Maria Angioy

 

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