Il primo secolo di Debito Pubblico italiano: dal 1861 al 1961

 

Il Debito Pubblico (da ora in poi DP) è al giorno d’oggi un argomento di pubblico interesse, quasi quotidianamente citato dai mass media, rappresenta il principale problema dell’economia italiana, vincolata dal suo peso nella proposta, definizione e attuazione dei Documenti di Economia e Finanza (DEF).

Per poter scoprire la sua nascita, evoluzione e inesorabile crescita, bisogna partire dall’Unità d’Italia, datata 1861. L’accorpamento dei vari Stati che caratterizzavano la penisola, comportò benefici ma altrettanti deficit, infatti i debiti accumulati dai vari Stati andranno a comporre il primo debito dell’allora Regno d’Italia. Il Gran Libro del DP descrive in maniera chiara come ci fosse un debito pari a 69 lire pro-capite, causato dall’insieme di debiti che ogni Stato dell’epoca aveva contratto, e considerando che l’Italia del 1861 aveva poco più di 22 milioni di abitanti, la cifra è presto fatta. Per questo venne immediatamente emesso il primo prestito da 500 milioni di Lire.

Le cifre citate sono elevatissime per l’epoca, ancora più se si considera il contesto sociale ed economico dell’Italia appena unificata: l’aspettativa di vita era di circa 30 anni, un bambino su 3 non arrivava all’anno di età, il 78% della popolazione era analfabeta e lo squilibrio nella distribuzione del reddito era molto accentuato, in un contesto lavorativo in cui circa il 70% della popolazione lavorava a tempo pieno nelle campagne. Vi erano forti mancanze infrastrutturali, l’Inghilterra ad esempio, aveva oltre 14 mila km di linee ferroviarie, l’Italia era ferma a circa 2 mila km, prevalentemente concentrati nella valle del Po. La deframmentazione statale inoltre, aveva acuito le differenze culturali e istituzionali. Non vi era neanche una moneta unica: la Lira, moneta utilizzata nel Regno di Sardegna, diverrà nazionale solo quando nel 1893 nascerà la Banca d’Italia. Prima di allora, anche il sistema bancario si era contraddistinto per fragilità, inesperienza e disonestà; linee di credito troppo generose nei confronti di imprese edili, genereranno brevemente una bolla immobiliare con conseguente illiquidità bancarie e insolvenza, generando fra l’altro lo storico fallimento della Banca Romana.

L’insieme di queste dinamiche, non farà altro che generare una costante crescita del deficit fino al 1900: le spese militari, una gestione impositiva non efficiente e il finanziamento di opere pubbliche, ne comporteranno un incremento fino a quasi il 120% del PIL. Nel 1900 il DP aveva raggiunto la quota di 14 miliardi di Lire. Per capire la grandezza di questa cifra, all’epoca un quintale di farina costava circa 20 Lire.

Gli investimenti nell’istruzione e nelle infrastrutture, daranno in seguito i loro benefici fino all’inizio del primo conflitto mondiale, il famoso triangolo industriale italiano (Milano-Torino-Genova) arriverà a generare nel 1911, il 55% del Pil italiano. Alla vigilia della guerra, il rapporto deficit/Pil è infatti sceso al 70%.

Lo scoppio del conflitto bellico, interromperà drasticamente questa fase di sviluppo e gli effetti sul piano economico saranno ben presto evidenti. Ogni guerra genera conseguenze macroeconomiche evidenti: la produzione industriale si converte e incentra sulle necessità del conflitto col Pil che così cresce velocemente anche in doppia cifra, allo stesso tempo però mancano i lavoratori perché impegnati nel conflitto, le campagne si svuotano ed emerge una carenza di beni primari che non può che generare un forte effetto inflazionistico (1917 +41%, 1918 +39%). Infine, post conflitto, la ri-conversione produttiva genera fasi di stallo di crescita del Pil ma di incremento del DP. Ed è esattamente ciò che successe in Italia fra il 1914 e il 1920. Le spese di guerra inoltre verranno finanziate con un incremento delle imposte e tale metodologia sarà utilizzata anche al termine del conflitto, ma con scarsi risultati. Il Debito arriverà nel 1922 alla cifra record di 97 miliardi di Lire, il 160% del Pil, che nel frattempo fra il ’18 e il ’20 è calato di circa il 9%. Dalle statistiche storiche dell’Istat, risulta che nel biennio 20-21, lo Stato spenderà quasi il doppio di quanto incassato: 22 miliardi di Lire in entrata, contro 38 miliardi di Lire di spese. Per far fronte alle spese di guerra, lo Stato emetterà un’enorme quantità di Buoni del Tesoro anche all’estero, nel 1919 la cifra raggiunge la quota record di 14,5 miliardi di Lire.

Nell’ottobre del ’22 salirà al potere il primo governo fascista, il ministro De Stefani sarà artefice di una politica economica che genererà degli avanzi di bilancio; gli unici di tutto il ventennio fascista. Il rapporto debito/Pil calerà al 94,5%, dando respiro alle casse statali.

I benefici furono generati grazie a uno scarso intervento della politica nell’economia, ad un’ampia fase di esportazioni (+20% annuo) e alla sospensione dei dazi sulle importazioni. Ma dal 1925, con l’inizio formale della dittatura, si avrà un repentino cambio di direzione con conseguenze economiche evidenti in pochi anni, a dimostrazione della insostenibilità, già all’epoca, di politiche basate sull’autarchia. La rivalutazione forzata della Lira e il perseguimento di una politica deflazionistica, genereranno un calo del potere d’acquisto nel popolo di più del 10%. La scelta di attuare una politica economica basata solo sulla produzione interna, in un’economia di media grandezza, ancora relativamente arretrata e prevalentemente agricola, priva di risorse minerarie e dipendente dalle importazioni per risorse alimentari, materie prime e tecnologia avanzata, si rivelerà drammatica. L’Italia fra il 1922 e il 1929 cresceva mediamente del 4% (6% fino al 1925), dal 1929 al 1939, crescerà del solo 1% annuo. Il crollo di Wall Street del ’29, inciderà nella gestione del sistema bancario, ma poco su un’economia italiana già in crisi. Lo Stato interverrà insieme alla Banca d’Italia nel salvataggio di numerose banche gonfie di partecipazioni azionarie svalutate. Si crearono l’IMI (Istituto Mobiliare Italiano) e l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) con lo Stato che così sostituirà le banche nel controllo delle grandi imprese.

1925: si brucia la carta moneta per favorire la deflazione.

In tutto ciò, il nostro DP resta pressoché stabile, fino al 1935, anno in cui inizia una nuova rincorsa agli armamenti con la conquista dell’Etiopia. Data la situazione dei mercati finanziari, il carattere eccezionale di queste spese determinò la necessità di sopperirvi con un prelievo straordinario di ricchezza. Nell’ottobre del 1936, temendo che l’emissione di un prestito volontario sarebbe stata un insuccesso, anche per il deprezzamento della moneta in atto, fu emesso un prestito redimibile al 5% forzoso. La sottoscrizione fu obbligatoria per i proprietari di terreni e fabbricati. C’è da tenere conto, inoltre, che insieme all’obbligo della sottoscrizione vi fu per i proprietari l’applicazione di una imposta venticinquennale del 3,50 per mille sul valore capitale dei beni immobili, allo scopo di assicurare gli interessi e l’ammortamento del prestito. A partire dall’esercizio finanziario 1935-36, per far fronte alle esigenze di cassa, si ricominciarono ad emettere buoni ordinari del Tesoro. Tra il 30 giugno 1935 e il 30 giugno 1940, essi aumentarono dallo 0,6% al 9,5% del totale del debito pubblico.

Dal 1936 al 1942 la crescita contenuta del PIL, facilita il drastico aumento del Debito che torna alla quota record di quasi 100 miliardi di Lire nel 1942. Dal 1943 al 1945, quando la guerra fu combattuta in territorio italiano, il Pil crolla di oltre 10 punti percentuali l’anno, l’inflazione raggiunge vette record (+344% fra il 1943 e il 1944). Fino al 1943 si tentò di contenere il processo inflazionistico, già in atto all’inizio del conflitto, mediante il razionamento di materie prime e generi alimentari e nel blocco di qualsiasi forma di investimento che non fosse quello in titoli del debito pubblico o in depositi bancari.

Nel 1945, il Pil italiano è agli stessi livelli di quello del 1906.

Al termine del conflitto, l’unica nota lieta è il drastico crollo del DP: l’inflazione galoppante sarà infatti sfruttata per ridurlo drasticamente, grazie anche all’annullamento della spesa per interessi; nel 1947, il rapporto deficit/Pil sarà al 25%. Numeri così, non li rivedremo mai più.

I quindici anni successivi al fine della seconda guerra mondiale, saranno ricordati come la Golden Age, ma in tutti gli esercizi finanziari dal 1946-47 al 1960-61, il bilancio chiuderà sempre in disavanzo, pur mantenendo un rapporto Debito/Pil costate al 30%, questo perché il tasso di crescita, sarà superiore ai tassi di interesse sul Debito. All’aumento delle spese concorsero i nuovi oneri di carattere sociale che presero a gravare sul bilancio: le spese per l’assistenza postbellica ai reduci e agli sfollati; le spese per le riparazioni dei danni di guerra; le spese per il prezzo politico del pane.

Riguardo ai mezzi di copertura del disavanzo, nel primo dopoguerra, fino all’esercizio finanziario 1948-49, si fece ricorso in larga misura all’emissione di buoni ordinari del Tesoro e a nuovi prestiti, con la Cassa Depositi e Prestiti. I pericoli inflazionistici furono contenuti, poiché la Banca d’Italia poté utilizzare le riserve monetarie costituite post conflitto, per la sottoscrizione dei titoli, invece di emettere moneta. Quindi tra il 1946 ed il 1961, per la copertura del fabbisogno finanziario, si fece quasi esclusivamente ricorso alle seguenti voci: buoni poliennali del Tesoro, per l’indebitamento a medio termine; buoni ordinari del Tesoro, conto corrente fruttifero con la Cassa Depositi e Prestiti ed altri mezzi di tesoreria, per l’indebitamento a breve termine. Il ricorso prevalente all’indebitamento a breve o a medio termine, a seconda della situazione di mercato, è da collegarsi alla preoccupazione di regolare la liquidità del sistema.

Nonostante tutto, fra il 1946 ed il 1961 il debito pubblico aumentò da 1.067 a 5.901 miliardi di Lire.
Da metà degli anni sessanta le dinamiche economiche cambieranno ancora: sarà difficile soddisfare la domanda di aumenti salariali mantenendo allo stesso tempo alti livelli di investimento. L’innovazione cresceva troppo lentamente in un momento in cui i tipici vantaggi iniziavano a svanire. Alla fine degli anni Sessanta era già evidente che l’Italia dovesse adattare istituzioni, mercati finanziari, formazione, ricerca e intervento pubblico alle caratteristiche di un’economia non più arretrata. Tuttavia, poco fu fatto in queste direzioni, e ciò pesò sulla crescita successiva.

 

FONTI:

Gianni Toniolo, La crescita economica italiana. 1861 – 2011.

Domenicantonio Fausto, Lineamenti dell’evoluzione del debito pubblico in Italia.

ISTAT, Sommario statistiche storiche 1861 – 1965.

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