Cos’è il Teatro?

Cos’è il Teatro? Questa domanda risulta così complessa che, molto spesso, nemmeno gli addetti ai lavori sanno dare una risposta esaustiva. Nel definirlo, ci si nasconde frequentemente dietro figure allegoriche, metafore o aforismi di autori celebri. Lo si identifica con il luogo deputato agli spettacoli, con gli spettacoli stessi, con un genere teatrale o con gli organismi teatrali. Quando diciamo “Tutto il teatro si è alzato in piedi per applaudire” si arriva, con una sineddoche, a identificarlo addirittura con il pubblico. Definire il Teatro in poche parole è quantomeno rischioso, il risultato può essere banale e ricco di stereotipi superficiali. Questo avviene perché la Società e l’Attore (e il Regista) vivono in due piani paralleli, in cui le reciproche esperienze non si incrociano mai se non quando la società diventa, per un’ora, un’ora e mezza circa, pubblico dell’Attore e del Regista. Si sviluppa, quindi, un rapporto passivo: l’Attore sul palco agisce sul pubblico e, dunque, sulla Società. Ma questo rapporto non è più sufficiente: è necessario che le esperienze del pubblico e dell’Attore si fondano. Il presupposto da accettare per far sì che quest’unione funzioni è il fatto che il Teatro non è il luogo dove si finge e che l’attore più bravo non è quello che finge meglio.

Il Teatro è il luogo della Verità rivelata attraverso la finzione: l’attore non finge, racconta le sue Verità per mezzo della finzione scenica. Questo è lo scopo del Teatro: utilizzare l’Attore per raccontare la verità. Bisogna far attenzione: il Teatro non deve credersi depositario della Verità da instillare al Pubblico per redimerlo dalla sua presunta ignoranza. Il Teatro agisce sulla Società senza velleità educatorie, il Teatro agisce sulla società mostrando al Pubblico l’idea che il Regista e l’Attore hanno della Verità. Se il Teatro si pone l’intento di educare, di insegnare, decreta la sua morte: viene così a crearsi quel rapporto passivo fra Pubblico e Attore che allontana la società dal Teatro. Il Teatro deve esclusivamente mostrare quello che è: un punto di vista sulla Società.

La trama dello spettacolo è solo un pretesto intellettuale in cui nascondere la verità, che emerge nelle azioni dei personaggi: è attraverso di esse che avviene il collegamento diretto fra il Pubblico e l’Attore. Se l’Attore, in scena, dice la Verità, il Pubblico non può che credergli e rapportare l’azione scenica dell’Attore al proprio vissuto. È in questo modo che il Teatro agisce nella Società.

Ma nella pratica quotidiana dell’artista, cos’è il Teatro?

Il Teatro La Fenice di Venezia

Il Teatro è un processo creativo. Non è l’idea creativa, non è la drammaturgia, non è lo spettacolo. È il lavoro quotidiano di attori, registi, drammaturghi e di tutte le maestranze coinvolte che ha come obiettivo comune la creazione di uno spettacolo. E il processo creativo scelto definisce il genere teatrale dello spettacolo. Occorre dunque guardare allo spettacolo come il punto d’arrivo di un percorso che ha necessità di cura maniacale in ogni sua tappa. È curando tutti i passaggi che lo spettacolo mantiene l’artigianalità propria del Teatro. Qual è il dovere dell’artista? L’essere meticoloso, preciso e costante durante tutto il processo creativo, che si conclude con il termine dello spettacolo. Solo così si riesce a soddisfare il principale obbligo dell’artista verso lo spettatore: non farlo morire di noia. Oggi siamo abituati a sederci in poltroncine comode per osservare in religioso silenzio il lavoro del regista e degli attori. Ogni rumore è bandito, tutto ciò che turba la concentrazione viene considerato poco opportuno. Fino alla fine del 1800 il teatro era molto diverso da come lo viviamo ora. Nella sala teatrale, prima, dopo e durante la rappresentazione si consumavano riti e consuetudini sociali, si mangiava, si chiacchierava, si esprimeva veementemente l’apprezzamento o la disapprovazione verso la messa in scena. Quel legame che lega il pubblico alla messa in scena andava conquistato con la forza della recitazione dell’attore e non con l’esposizione di concetti intellettuali, come invece si tende a far ora. Mi è capitato di assistere ad una rivisitazione teatrale del Don Chisciotte di Miguel de Cervantes in cui il duello fra Don Chisciotte e il cavaliere della Bianca Luna avviene sulle note del Bolero di Ravel. Dell’intero Bolero di Ravel. Circa quindici o venti interminabili minuti (o almeno così mi è parso) in cui gli unici due attori in scena non facevano altro che girare in tondo, colpendosi a vicenda e reagendo al colpo subito.

L’Elgin and Winter Garden Theatre di Toronto

Capite bene, cari lettori, che possiamo definire questa operazione come un autentico spot a favore dell’abbandono del teatro. Un puro stratagemma intellettuale che ha letteralmente addormentato il pubblico in sala e che ha definitivamente allontanato dal teatro lo spettatore occasionale. Solo Dio può sapere cosa può aver pensato il regista per aver solamente ipotizzato che una cosa del genere potesse vagamente interessare un pubblico. Questa scelta è facilmente comprensibile solo da chi conosce il significato del bolero, ed è interessante solo a livello intellettuale, cerebrale. Nella realizzazione artistica questa idea “cerebrale” diventa priva di significato, fuori da ogni comprensione empatica, emozionale. Diciamocelo in faccia, siamo adulti: il teatro spesso diventa una grossa noia mortale. E, credetemi, nessuno spende soldi per annoiarsi. Attenzione: gli addetti ai lavori non devono cadere nella tentazione di realizzare esclusivamente spettacoli che promettono risate ad un tanto al chilo, ma almeno smettere di proporre al pubblico le seghe mentali dei registi e degli attori. Non interessano a nessuno. E se non siamo Strehler o Dario Fo interessano ancora meno. L’unica soluzione è quella di spogliare il Teatro di tutto ciò che non permette la relazione diretta con il pubblico. Ricercare cioè la funzione principale del Teatro: la comunicazione. Luci, scenografie, supporti audio-video, tecnologia: oggi molto spesso son loro ad occupare il centro del palcoscenico. Il lavoro dell’attore rimane sempre più confinato in un angolo, quasi fosse non necessario. Come se l’attore attendesse la sua imminente sostituzione con un robot o un androide che ne riproduce movimenti e fattezze. Ancora una volta il teatro insegue il cinema, ed è una rincorsa senza speranza. Il Teatro non può competere con il Cinema nel campo della tecnologia, della perfezione delle immagini. Nel Cinema ogni inquadratura è studiata e rielaborata al computer e la tecnologia di post produzione ha raggiunto risultati incredibili. E di questo ci accorgiamo quando vediamo gli effetti speciali di un film o semplicemente entrando in un negozio di elettronica, dove i moderni televisori riescono a rendere i film più reali della realtà stessa. Il Teatro ha soltanto due strade davanti a sé. La prima è quella di chiudere baracca e burattini e dichiararsi finalmente obsoleto. Arrendersi alla realtà dei fatti: il Teatro è morto e sepolto. Persino gli attori hanno necessità di andare in TV o fare cinema per farsi conoscere ad un grande pubblico. O, come più spesso accade oggi, i palcoscenici dei teatri sono calcati da personaggi televisivi di dubbia professionalità. Oppure scegliere un’altra strada: quella di comunicare attraverso l’attore lasciando che la tecnologia, qualora sia necessaria, supporti l’attore in ciò che vuol comunicare al pubblico. Perché è solo nel campo della comunicazione diretta con il pubblico che il Teatro surclasserà il Cinema. L’attore in carne ed ossa può trasmettere emozioni più intense di quello del grande schermo, poiché è tangibile, reale. Solo quando la comunicazione fra l’attore e il pubblico riprenderà il suo ruolo centrale nel Teatro, si rinsalderà il rapporto fra Teatro e Società.

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