Sulla figura del maestro. Riflessioni a seguito dell’incontro con Chiara Vigo, maestro di bisso

È da tempo che mi capita di ragionare sulla figura del Maestro e sull’importanza che nel corso dei secoli ha avuto nella diffusione dei saperi relativi ad una certa arte. Se si pensa alle botteghe d’arte Rinascimentali l’immagine del maestro balza subito alla mente. All’epoca, l’ingresso nella bottega prevedeva l’imitazione delle sue tecniche e dello stile, al punto che talvolta risultava difficile distinguere l’opera di un allievo da quella del rispettivo maestro. Poi le cose sono cambiate, sono sorte le Accademie, vere scuole d’arte tese alla diffusione e al rispetto di un certo standard creativo – e quindi qualitativo -, che prevedeva l’adeguamento dell’estro a un certo sistema di regole e vincoli di volta in volta vigenti. A fine Ottocento, e lungo tutto il corso del Novecento, anche sconfinando al di là del panorama prettamente relegato alle arti visive, cui sinora ho fatto per lo più riferimento, le cose sono estremamente cambiate e i sistemi e le pratiche artistiche, e di diffusione delle arti e dei saperi, sono andati via via modificandosi e ibridandosi.

Se penso poi alla pratica teatrale e alla recitazione attoriale, le cose si complicano ulteriormente perché ci si trova in un territorio assai più evanescente, in quanto, forse proprio in virtù di una sua innata natura, la trasmissione dei saperi e delle tecniche, sono sempre, o comunque per lo più, avvenute oralmente, in uno stato di prossimità, componendosi di codici e stilemi molteplici e diversificati, talvolta di dubbia provenienza, rendendo difficile il riconoscimento di un’origine. Così, la pratica teatrale – e attoriale – sembra essere per lo più un crogiuolo di arte e mestiere, di conoscenze e pratiche vicine e lontane. Al punto che tutti i tentativi di normalizzazione, di standardizzazione, di codificazione, si sono rivelati altrettanto effimeri; come se il teatro rifuggisse dalla definizione e dal concetto stesso di limite. Ma questo è un altro discorso, qui solo abbozzato.

Mi chiedo però, se per il concetto stesso di arte non funzioni un po’ allo stesso modo, sebbene sia necessario muoversi con cautela quando si azzarda questo parallelismo: ogni arte ha anche il suo contesto storico – e quindi temporale – e geografico – e quindi spaziale -, anche quando nasce da un bisogno che riteniamo comune.

Cosa succede oggi? Servono maestri? Esistono? Ed eventualmente, perché?

I maestri esistono ancora, ma sembrano in via d’estinzione. È difficile trovarli perché, quasi per proteggersi, volutamente, pare che si pongano e agiscano ai margini, ai confini, nelle zone interstiziali della vita e, certo, della società. Una simile condizione è comprensibile se ci si pone dalla parte di che tenta di tutelare un’arte e un sapere, che altrimenti correrebbero il rischio di andare perduti. Questa loro ritrosia non gli impedisce di lasciarsi incontrare, anzi. Ma il loro agire risulta sempre leggero, silenzioso – ma non silente. È un agire che si compone di aspetti che hanno attitudine col sacro.

Nell’ottica di queste riflessioni, di questa ricerca, che mi affascina oltremodo, ho trovato illuminante un incontro avvenuto qualche tempo fa. Ero in viaggio oltre i confini della mia isola, A Sant’Antioco, l’isoletta a sud ovest della Sardegna, collegata all’Isola madre da una strisciolina di terra che è possibile attraversare anche in auto. Nell’omonima cittadina, in via Regina Margherita, nei pressi della Basilica di Sant’Antioco Martire, una piccola bottega, che è insieme un laboratorio e un museo, ma soprattutto un luogo d’incontro e di scambio: è ciò che rimane del Museo del Bisso. È lì che è avvenuto l’incontro con «Su Maistu», il maestro di bisso, la tenace quanto enigmatica, Chiara Vigo.

Se a qualcuno capitasse di recarsi nel laboratorio della Vigo, è importante consigliare di lasciare fuori dall’uscio la fretta e riscoprire i benefici che la pazienza è in grado di regalare, ed eventualmente riscoprire una qualità del tempo a noi oggi estranea, che tende alla lentezza e alla sospensione, alla levità.

Da Chiara Vigo si impara anche questo, in quanto si offre – a tutti – proprio con il dono più prezioso, il tempo. Resto, insieme agli amici che erano con me, incantata dal modo di raccontare la propria storia che ha rimandi antichissimi e richiami lontani, e che è legata in maniera inestricabile non solo alla sua terra, ma soprattutto al mare.

Nasce a Calasetta, sulla costa più a nord dell’isoletta di Sant’Antioco, il 1° Febbraio del 1955. Cresce poi a contatto stretto con la nonna, nota a tutti come Leonilde Mereu, a sua volta maestra di bisso.

Il bisso la nota fibra tessile di origine animale, una sorta di seta naturale marina ottenuta dai filamenti secreti da una specie di molluschi bivalvi marini del Mediterraneo, volgarmente nota come nacchera o penna o pinna nobilis. Le particolarità del bisso, che lo rendono materiale assai prezioso e pregiato, sono la leggerezza estrema («non ha il tatto», dice la Vigo), la sua resistenza e la possibilità di diventare dorato se esposto alla luce, soprattutto quella naturale.

La Vigo ha conosciuto il bisso sin da piccola, e proprio la vicinanza con la nonna le fa percepire immediatamente non solo la forza della profonda spiritualità legata a questo materiale, ma anche la preziosità di un simile sapere.

Capiamo quanto la sua vita fosse in un certo senso predeterminata – aspetto che traspare spesso dal suo modo di narrare la propria storia – da alcuni aneddoti che ci racconta, in particolare quello sulla ninnananna che la nonna le cantava sin da piccola per farla addormentare: una dolce nenia in sardo, che abbiamo il piacere di ascoltare, e che ci lascia o ci introduce, in uno stato tra il sonno e la veglia, e ci offre la piacevole sensazione di sentirci vicini e legati a qualcosa di dolceamaro, poichè antico e prezioso ma pure assai misterioso. Ci troviamo nella condizione di non sapere cosa sia verità personale e storica e cosa sia invece mito, leggenda, ma sembrava non importare.

Chiara Vigo cresce in un mondo fatto di fili, di terra, di arti di vario genere e di mare.

«Quando cresci e vivi dentro un’arte, grazie a una famiglia intera che si occupa di quello (il bisnonno, Raffaele Mereu era un maestro di sartoria, la moglie una ricamatrice, la nonna, era maestra in disegno di tessuti, il marito era invece maestro di stucchi per basiliche) è come se dentro di te qualcuno tessesse un arazzo che a poco a poco si fa troppo grande per poterlo mettere altrove, quindi lo si può tenere conservato solo dentro di sé».

Tra fili, trame, torsioni, fusi, mare, la sua vita procede interamente dedicata a un’arte che, oltre quella tessile, è anche l’arte della salvaguardia di un sapere antico – quello della pratica e della lavorazione del bisso. Incontriamo quindi qualcuno che non possiamo considerare – lei stessa non lo fa – né un artigiano né un artista; è «su maistu e pannu», colui che non realizza opere allo scopo di venderle e percepirne un ricavo. Per lei, infatti, un maestro è colui che «conserva per chi verrà quello che già era».

Quest’ultima frase mi colpisce molto, sebbene ancora mi sembri che qualcosa del suo significato mi sfugga, ma forse così dev’essere. Certe cose non vanno capite.

Ci viene raccontato che la lavorazione del bisso avrebbe origine ebraica, e circa 7 mila anni di storia. L’arrivo a Sant’Antioco, per la Vigo, è dovuto a Berenice, che a lei sembrerebbe l’unica che potesse far arrivare sull’isola il bisso e l’arte della sua lavorazione; anche se ciò non è accreditato ed ha più il sapore della leggenda che non della verità storica, in una terra come la Sardegna sappiamo che questo talvolta è da intendersi piuttosto come un pregio. In mancanza di certezze, la leggenda, il mito rendono come sospeso un certo evento, gli offrono una possibilità di esistenza, di verità, se non di fede.

Tra le leggende però, vengono fornite anche informazioni sicuramente più coerenti. Ad esempio, per spiegare meglio il pregio di questo materiale, ci viene ricordato come anche nei Testi Sacri compaiano indicazioni storiche sul bisso. 46 sembrerebbero i passi della Bibbia che ne parlano: uno fra tutti, quello in cui Dio desidera la veste di Aronne, specificando di volerla «in bisso, torto, sbiondato in succo di cedro, ricamato a vari ricami tessuti, esattamente nella modalità di lavorazione di un tessuto arazzo, ovvero tramite la lavorazione a unghie»1.

La Vigo spiega poi che il bisso che si ricava dalla pinna nobilis e che può essere tagliato sott’acqua solo nei periodi tra maggio e giugno.

«nella luna di maggio, non perché ci sia la presenza della luna, ma perché vanno via i venti di alta: maestrale, grecale, ponente e libeccio, ed entrano scirocco e levante, per cui la temperatura dell’acqua sale e il fango sotto si ammorbidisce e così è possibile spaventare l’animale, farlo cernierare, tirarlo su, tagliare e rimetterlo sul fondale. Cosa ti regala un animale? Una pinna nobilis che abbia almeno 12 anni (vivono per circa 20-23anni, nb) raggiunge lunghezza di 1.20 metri, ha bisogno di poseidonia, corrente continua ma lenta, e di un’acqua perfettamente trasparente. Come si può parlare di tutela dell’animale quando c’è lo strascico basso, quando non c’è un cartello sulle spiagge di avviso alle specie protette? Manca la conoscenza».2

Pinna nobilis in una prateria di posidonie.

Un maestro di bisso dunque deve necessariamente preoccuparsi prima di tutto della salvaguardia ambientale e dell’animale e deve essere disposto a dedicare a ciò la propria vita. «Una pinna regala all’anno 10 g di grezzo, che diventano alla cardatura – il sistema di pulizia del grezzo – 1 g di pulito, ciò significa che 200 immersioni sono sufficienti a portare in superficie circa 300 g d grezzo, cioè 30 g di pulito, che poi diventano un’opera, che viene composta dai 2 ai 5 anni». È evidente che questo modo di agire non può appartenere alla grande produzione. Inoltre, per Chiara, è evidente, il bisso è sacro. Si trasferisce per giuramento dell’acqua, che ha delle formule rigide conosciute dal maestro che le da e dal maestro che le prende. Il giuramento («su giuramentu») lega le mani del maestro: «io ho tra le mani una cosa che non è mia. Cosa vuol dire, che quello che io ho, quello che io sono e quello che io faccio è dei giovani di Sardegna (di tutti i giovani che verranno, aggiunge altrove). Neanche la mia persona è mia». Ciò lo spiega bene il giuramento, che riportiamo qui tradotto dal sardo all’italiano:

Ponente, Levante, Maestro e Grecale

Prendete La mia anima e

Buttatela nel fondale

Che sia la Mia Vita

Per Essere, Pregare e Tessere

Per Ogni Gente

Che da me va e da me viene

Senza Tempo. Senza nome, Senza Colore, Senza Confini,

Senza denaro

In nome del Leone dell’Anima Mia e

Dello Spirito Eterno

Così Sarà.

Ricamo in bisso su stoffa. Particolare ricamo

Un maestro, dunque, non dà niente di più di quello che si è capaci di portarsi via, in quanto egli «possiede un patrimonio gestuale e un patrimonio anche di tipo esoterico, che non può essere abbattuto da orari, compilazioni di schede, che è inadattabile a un’arte. È un’arte orale, tramandata oralmente». «Quando mia nonna mi ha trasferito il formulario per la lavorazione ho capito nel frattempo cosa ero diventata: l’arazzo più bello che mia nonna avesse mai potuto tessere».

Con Chiara, ho quindi la possibilità di riflettere sull’importanza dell’esistenza dei maestri a beneficio dell’arte e, inevitabilmente e indubbiamente, della vita. Quello che cerchiamo di capire è, ponendoci nella sua ottica, in che modo i maestri vadano lasciati liberi di conservare per chi verrà quello che già era.

Sembrerebbe che la Vigo abbia proposto alla regione Sardegna di tutelare la figura del maestro proprio perché per un tipo di arte come la sua non sarebbe ammissibile un tipo di trasmissione differente, in quanto la produzione e la lavorazione del bisso non può avvalersi dei i sistemi odierni: ogni passaggio nel processo che arriva a caratterizzare il bisso per le sue qualità, ha bisogno di tempo, ognuno il suo specifico, cosa che la produzione industriale non consente facilmente.

Credo che l’ostinata battaglia che la Vigo sta cercando di portare avanti, al di là di ciò di quanto ci sia di vero nel modo che ha di raccontare la storia che la lega a quest’arte, vada considerata anche e soprattutto per la volontà di tenere alla larga il mercato da quest’arte. Da un lato per proteggere l’arte stessa dalle dinamiche che il mercato e la produzione mettono in atto – come si è detto -, garantendo così la possibilità di preservare il pezzo unico, che è messo a disposizione di tutti e non di uno solo o di pochi; dall’altro, per tutelare l’animale, che, una produzione più massiccia, metterebbe in serio pericolo d’estinzione.

Quando abbiamo lasciato la sua bottega, Chiara ha regalato a noi donne un filo di bisso, facendoci promettere che se mai prossime al matrimonio ci saremmo recate da lei con quello stesso filo e permetterle di tessere per noi un ricamo su di un cuscinetto per le fedi. Abbiamo poi scoperto che regala un braccialetto di bisso a tutti i bambini che passano da lei, per insegnare loro la memoria di un’arte tanto antica e il sacrificio di una vita interamente dedicata ad essa.

Nelle sue circa 70 tele – molte conservate a Sant’Antioco, alcune esposte in musei come il Museum der Kulturen di Basilea o il Museo Nazionale delle Arti di Roma – si riconoscono disegni tramandati di generazione in generazione: leoni a difesa delle donne, pavoncelle a difesa della pace, alberi della vita, emozioni di terra e acqua, lune e navicelle nuragiche. Tutti dal significato simbolico. Le tele sono realizzate con ordito di lino e trama di bisso tessuta con le unghie su un antichissimo telaio manuale, che sta imponente nel suo laboratorio.

Lo scorso anno, è stata insignita dell’onorificenza di “Mamuthone e Issohadore ad honorem”. Durante la seduta straordinaria del consiglio comunale di Mamoiada il sindaco, Luciano Barone, ha conferito il premio all’artista con la seguente motivazione che è possibile leggere nella nota inviata dal Comune: «A Chiara Vigo ultimo Maestro, ambasciatrice e depositaria di un antico sapere che si intreccia nelle trame del tempo e dello spazio. Profondamente legato al grande potere della madre terra e all’essenza di essere donna».

Quando ci ripenso, mi sembra di essere ancora nel suo laboratorio, a stupirmi della assenza di tatto del bisso, a vederlo diventare d’oro, a seguire con attenzione la lunga preparazione di un filo, a sorprendermi del rituale, delle preghiere e dei canti che ne accompagnano il lavoro. Ancora sento vicine le parole di Chiara, e quella sensazione di star a contatto con qualcosa di lontanissimo, che non si può toccare eppure c’è, come il bisso stesso.

Per far sì che ciò sia spunto di riflessione piacevole per tutti, porto con me e restituisco a voi queste parole, che Chiara ha stampate e appese al telaio del suo laboratorio:

Un maestro è quello che accetta l’altro per quello che è e non per quello che vorrebbe fosse. Un maestro non è altro, ma per arrivare a essere un maestro bisogna camminare dietro un maestro e non affianco, bisogna fermarsi, ascoltarlo quando parla perché non lo dirà più. […] È scontato che un maestro debba regalarti la sua vita, la sua pazienza, il suo tempo, la sua conoscenza e tutto quello che ha, se non è disposto a fare questo non è un maestro. Il maestro deve insegnare la tessitura, lo deve fare gratuitamente, un maestro deve essere mantenuto dalla comunità, perché tutto quello che costruisce è di tutti, non è suo.

 

1 Da intervista a Chiara Vigo: https://www.youtube.com/watch?v=jR8cPJ7pApI.

2 Ibidem.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *