Cromoterapia: cos’è? Il suo ruolo nel mondo moderno

In questo secondo appuntamento alla scoperta della cromoterapia  vedremo in che modo la luce e il colore vengono normalmente utilizzati in ambito scientifico. Infatti è sbagliato credere che la funzione della luce e dei colori non venga riconosciuta dalle scienze ufficiali. Semplicemente, non si riconosce il fatto che abbiano proprietà curative nei confronti di tutti i tipi di malesseri o patologie, in quanto questo fatto non è supportato da nessuna evidenza clinica o scientifica. Altri studi, basati su evidenze cliniche e svolti in maniera rigorosa, hanno dimostrato l’influenza che la luce e i colori possono avere in certuni ambiti clinici e psicologici. 

La fototerapia, ad esempio, nacque dall’osservazione del medico danese Niels Finsen che utilizzò la luce solare nel trattamento delle lesioni vaiolose e, qualche anno più tardi, le radiazioni ultraviolette nel trattamento delle patologie dermatologiche. Per questi studi, vinse il premio Nobel nel 1903.

Oggi la fototerapia è ampiamente utilizzata non solo in ambito dermatologico, ma anche nel trattamento dell’ittero neonatale e nel rachitismo, in quanto le radiazioni UV permettono la sintesi della vitamina D3, fondamentale per la costituzione dell’osso. La fototerapia è anche utilizzata nel trattamento della depressione, in cui può essere somministrata seguendo il ritmo circadiano del paziente per potenziare l’effetto del farmaco, garantendone una maggiore efficacia. 

In altri campi è stata studiata l’azione dei colori sull’uomo, come nel caso  della psicologia, della neurologia e della fisiologia. 


Neonato sottoposto a fototerapia

Per capire che effetto possono avere, è importante avere ben chiaro il modo in cui noi vediamo i colori. Luci e colori vengono percepiti nell’occhio umano da dei recettori, i coni e i bastoncelli. I coni ci permettono di vedere i dettagli e definire il contrasto fra gli oggetti e ci permettono di vedere le diverse tonalità di colore. I bastoncelli invece, sono del tutto insensibili ai colori e ci permettono di vedere al buio o con poca luce. Da qui le informazioni viaggiano lungo le vie ottiche fino al lobo occipitale, zona in cui si trova la corteccia visiva. Grazie al contributo delle aree visive associative, situate nei lobi temporali e parietali, avviene il fenomeno della percezione, grazie al quale il nostro cervello non solo ci permette di vedere un oggetto, ma aggiunge al dato visivo anche tutti quei dati che abbiamo precedentemente acquisito in merito a quell’oggetto. Prendiamo ad esempio di star guardando una matita: il nostro cervello non ci dice solo che è una matita, ma ci informa del fatto che possiamo usarla per scrivere, che se cade si può spezzare la punta e così via. Ci permette quindi di identificare in maniera univoca un qualsiasi oggetto. Le informazioni visive vengono anche elaborate sul piano emotivo, grazie all’azione del sistema limbico che ci permette inoltre di conservare nella memoria a lungo termine le emozioni e le informazioni associate a quell’oggetto, influenzando anche la nostra risposta allo stimolo visivo. Ad esempio, molte persone associano a matite, pastelli e pennarelli, alla sensazione di spensieratezza e tranquillità tipica dell’infanzia.

Il percorso delle vie ottiche nel nostro encefalo

Questo discorso ovviamente è valido anche per i colori. 

Diversi studi su questo tema sono stati di recente sintetizzati e resi fruibili dal professor Barbanti, primario di Neurologia all’Ospedale San Raffaele:

  • Il blu e il verde, evocano l’immagine di cieli e prati, trasmettendo serenità. Il blu in particolare riduce la frequenza cardiaca e respiratoria e abbassa la pressione arteriosa, attivando il sistema nervoso parasimpatico, stimolando inoltre le attività creative. Per questo, nell’interior design sono molto usati nelle camere da letto;
  • il rosso, sarebbe il primo colore ad essere usato dall’uomo, è legato ai concetti di pericolo, vita e morte, ha la capacità di incrementare i livelli di testosterone dando quindi una maggiore aggressività che si rende evidente nelle competizioni sportive. Diversi studi hanno dimostrato come, negli ultimi 50 anni, la Premier League inglese sia stata vinta più di frequente da atleti che indossavano divise rosse, cosa rilevata anche agli atleti delle Olimpiadi del 2004;
  • il nero,  e le sue gradazioni invece sono preferiti dai soggetti depressi. La motivazione sarebbe nell’azione che la componente emotiva esercita sull’ipotalamo, portando quasi il paziente a rifiutare i toni luminosi a favore di quelli più cupi; 

Luce e colori quindi, svolgono un ruolo di primissimo piano nel benessere psicofisico di ciascuno, contribuendo in maniera attiva alla nostra salute, regolando il nostro ritmo sonno-veglia, permettendoci di avere una conoscenza del mondo più precisa. Non sono però, una panacea per tutti i mali. 

 

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