CORONAVIRUS: Conseguenze economiche e terapia d’urto della BCE

La pandemia Coronavirus ha messo in allarme la già fragile economia italiana, rischiando di generare una nuova importante recessione e minare la stabilità finanziaria. Le implicazioni dettate dalla chiusura di scuole, università e aziende sono gravi, il settore dei servizi è tra i più colpiti (turismo e intrattenimento), lo stop produttivo potrà condizionare pesantemente il consumo individuale e i conseguenti ricavi. 

Se parliamo di crisi viene subito in mente il crollo finanziario del 2008, ma in questa situazione è il settore reale ad essere colpito. L’interruzione dell’attività economica causa all’inizio problemi di liquidità a privati, banche e imprese: con una riduzione dei flussi di cassa le aziende avranno difficoltà a pagare fornitori, dipendenti e restituire i prestiti nei confronti delle banche. Tuttavia questo sarebbe un effetto temporaneo e non a lungo termine come nel 2008, quindi dilazionare e immettere liquidità nel sistema, sarebbero le prime mosse utili per tamponare la carenza di entrate.

In un contesto ideale non si dovrebbero creare problemi di redditività a lungo termine, ma l’interconnessione imperfetta fra privati, banche e imprese può scatenare rischi di solvibilità quando un’azienda, in presenza di problemi di liquidità, può vedersi negato l’accesso al credito. E la spirale che andrebbe a scatenarsi potrebbe portare al fallimento di imprese, pur redditizie. 

In Europa, le Banche sono i principali creditori e dovrebbero creare accantonamenti per coprire eventuali perdite sui crediti; in Italia, le Banche hanno iniziato a concedere moratorie sui prestiti in essere, per evitare il default delle imprese, ma se un Paese come il nostro ha già elevati livelli di debito sovrano, anche la sua capacità di finanziamento è limitata.[i]

L’attuale sfida per l’Europa ha due dimensioni: trovare strumenti adeguati a misurare rapidamente la carenza di flussi di cassa a livello aziendale e trovare un modo per incanalare fondi verso le persone, le imprese e le banche interessate. L’Italia col decreto “Cura Italia”, ha immesso in modo immediato della liquidità (25 Mld) per tamponare la mancanza di redditività del periodo e che fa da garanzia a una somma più ingente (difficile da quantificare, 250/300 Mld) che lo Stato mette a disposizione per la concessione dei finanziamenti. 

Ma perché un paese come l’Italia, che sappiamo essere fra i più pressati dal debito pubblico, possa stanziare tali somme deve necessariamente emettere nuovo debito pubblico, che in un quadro economico instabile, con acclamate previsione di recessione dato lo stop produttivo, può comportare innalzamento dello Spread e conseguente aumento dei tassi di interesse da pagare al momento della restituzione del debito. Tant’è che, fra il 17 e il 18 marzo, lo Spread è tornato a oltre 300 punti, anche a causa di alcune dichiarazioni sprovvedute della Presidente della BCE. 

Per mitigare questi effetti e sostenere l’indebitamento, nella notte fra il 18 e 19 marzo, la stessa BCE è arrivata in soccorso di tutta l’Unione Europea, lanciando il Pepp (Pandemic emergency purchase programme) che prevede la disponibilità per il 2020, di 750 Mld di € per l’acquisizione di titoli di debito pubblico, così da garantire la copertura degli stanziamenti disposti da ogni paese. Il sistema finanziario ha rapidamente beneficiato di questa assicurazione economica e nel nostro Paese lo Spread è crollato immediatamente di 100 punti.

Quartier generale della Banca Centrale Europea (BCE) a Francoforte

La garanzia della BCE rappresenta solidità e minore gravosità in termini di restituzione del debito, limitando la reperibilità di liquidità sul mercato finanziario, così da contenere dinamiche di speculazione internazionale. Ovviamente non tutta la somma è destinata all’Italia, la somma viene suddivisa secondo le quote che ciascun paese dell’area Euro detiene nel capitale della BCE (Capital Key), ma la BCE si è anche detta disposta a deviare da questa regola, acquistando più titoli dagli Stati con alto debito.  

La stima dei danni economici indotti da questa quarantena, fa temere che la liquidità programmata dalla BCE non sarà sufficiente a coprire le necessità e per questo diversi paesi europei, fra cui l’Italia, hanno proposto la creazione di uno strumento di debito comune, il cosiddetto “Coronabond”, che è un titolo di debito garantito in solido da tutti i paesi europei ed emesso con lo scopo specifico di affrontare l’emergenza sanitaria ed economica. 

Ma il dibattito sui Coronabond è molto acceso, i paesi nord europei, poco indebitati, non vedono di buon grado questa opzione, perché è alta la probabilità che queste obbligazioni comportino un trasferimento di risorse da alcuni paesi ad altri: i Coronabond si prezzerebbero sul mercato a un rendimento ben più basso del debito italiano e probabilmente più alto dei Bund tedeschi o dei titoli del debito olandesi, generando quindi un risparmio per l’Italia e un costo per Germania e Olanda.
La discussione è quindi in corso e la risoluzione è complessa. Le proposte migliorative sono tante, la necessità è che l’Unione Europea giunga a una vera “unione” fiscale, di bilancio e di garanzia dei titoli di debito che eventualmente venissero emessi. 

Gli stati membri dovrebbero emettere tutti insieme una grande quantità di Covid-Eurobond a lunghissima scadenza (50 ma anche 100 anni). Ogni paese emetterebbe le proprie obbligazioni, che sarebbero identiche tra loro in ogni aspetto. 

Il rating comune e dunque il costo, sarebbe il risultato della garanzia derivante dalla capacità fiscale congiunta degli Stati che partecipano all’emissione. La garanzia deve essere nuova e comune, non deve intaccare il capitale degli Stati, che oggi garantisce i debiti pubblici nazionali ma deve essere fornita dall’Unione Europea con una sua capacità fiscale dedicata: la forma può essere un fondo di scopo alimentato da un “contributo di cittadinanza” all’interno del bilancio comunitario. Il costo fiscale annuo sarebbe dello 0,13 per cento del PIL in Italia con un beneficio in termini di spesa (da valutare in base al tasso di interesse) che può arrivare al 7 per cento del PIL. [ii]

Il primo acquirente dei Covid-Eurobond dovrebbe essere la BCE, così da garantire la stabilità del tasso di interesse e dimostrare l’affidabilità dello strumento sul mercato internazionale. 

Questa possibilità è un esempio, ma in questo momento varie sono le opzioni che la Commissione Europea sta valutando, in stretta relazione con la BCE. 

La storicità del momento richiede decisioni serie e improrogabili che ci condurranno, nel bene o nel male, a una nuova fase europea. Solidarietà, condivisione e unione, sono i concetti che dovranno stare alla base dello sviluppo delle strategie economiche europee. 

Se la crisi economica sarà mal gestita, il progetto europeo potrebbe svanire. 

[i]  AA.VV. La stabilità finanziaria richiede solidarietà in Europa. Lavoce.info.

[ii]  Boitani, Tamborini. Coronabond, titoli di cittadinanza europea. Lavoce.info

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