Cosa resterà

Cosa resterà

Cosa resterà del teatro dopo il coronavirus

Da attore professionista mi son trovato ad analizzare questo particolare momento storico. La pandemia di coronavirus ha paralizzato le attività produttive di tutto l’Occidente e le attività dei teatri, come tutte le altre attività artistiche, sono state le prime ad essere sospese. Per il mondo artistico, sempre ai margini dei pensieri delle istituzioni, questa sospensione sarà drammatica in termini economici e culturali. I programmi dei progetti subiranno giocoforza dei ridimensionamenti e sin da ora deve partire un’efficace opera di pressione sulle istituzioni affinché non avvengano decurtazioni di fondi per la mancata realizzazione delle attività. Purtroppo, ad oggi, la “politica culturale” delle istituzioni di ogni livello si riassume esclusivamente nella desolante ossessione della quantità: quanti spettacoli, quanti spettatori, quanto spendi, quanto ricavi, quante nuove produzioni, quante giornate lavorative, in quante regioni fai spettacoli e così via. L’essere umano in quanto tale non è contemplato. L’arte, nell’idea di chi detta questa “politica culturale”, perde di significato: siamo greggi, branchi di animali. L’arte, per le istituzioni, ha senso di esistere solo se rientra nei numeri. Partecipando ai bandi europei per progetti culturali, uno dei criteri di valutazione prevedeva l’assegnazione di un maggior punteggio qualora il progetto andasse incontro alle esigenze del pubblico. Una logica panem et circenses. La pandemia di coronavirus ha scardinato questa logica e ora le istituzioni di ogni grado dovranno elaborare una nuova strategia, almeno per questo periodo, per salvaguardare e tutelare le realtà culturali e i loro artisti. Che ciò accadrà non sarà ovviamente scontato, ma non è di questo che voglio trattare in questo articolo. Basti sapere al lettore che, ad oggi 7 aprile, 200.000 artisti con contratto di lavoro intermittente (e le loro compagnie) non saranno beneficiari di alcun sussidio per fronteggiare la crisi lavorativa in atto e di cui ancora non si prospetta una ripresa. Siamo in fiduciosa attesa di veder sanata questa situazione con successivi decreti e dunque mi auguro non sia necessario approfondire la questione in successivi articoli. Anche se molte volte si tende a dimenticarlo, quello dell’artista è un lavoro che, in condizioni ottimali, gli permette di pagare bollette, mutui, rate e companatico. E ritengo particolarmente grave che persino lo Stato lo dimentichi, o che ne ignori la problematica.

"All'ingresso del villaggio"
di Romano Foddai
Produzione Teatro S'Arza 2020
Con Maria Paola Dessì, Stefano Petretto, Francesco Petretto e Roberta Campagna
La produzione 2020 del Teatro S’Arza di Sassari “All’ingresso del villaggio” – di Romano Foddai
Con Maria Paola Dessì, Stefano Petretto, Francesco Petretto e Roberta Campagna

Ma in che condizioni torneremo a lavorare quando la pandemia sarà alle spalle? Mentre scrivo si parla di fase 2, di fase 3. Ancora non è stato specificato bene ciò che questo comporterà ma, ed è facile intuirlo, non si potranno certamente aprire le porte dei teatri agli spettatori o, comunque, non sarà sicuramente possibile farlo senza rispettare norme di distanziamento interpersonale. Ma anche quando tutto questo sarà passato, quando si sarà tornati alla normalità che tutti abbiamo conosciuto, che cosa succederà? Avremo ancora qualcuno per cui fare arte? Ci sarà ancora un pubblico di spettatori delle nostre fatiche? I nostri laboratori torneranno ad essere frequentati? L’opera di “fidelizzazione del pubblico” ottenuta in anni e anni di lavoro, sarà vanificata? E mentre iniziavo a scrivere questo articolo ho capito di analizzare il problema dalla parte sbagliata, di aver adottato il punto di vista del dilettante. Ho realizzato di essere anch’io vittima della “politica culturale” delle istituzioni, di dare una priorità ai numeri, al gregge, invece che all’essere umano e al vero valore dell’arte.

"All'ingresso del villaggio"
di Romano Foddai
Produzione Teatro S'Arza 2020
Con Maria Paola Dessì, Stefano Petretto, Francesco Petretto e Roberta Campagna
La produzione 2020 del Teatro S’Arza di Sassari “All’ingresso del villaggio” – di Romano Foddai
Con Maria Paola Dessì, Stefano Petretto, Francesco Petretto e Roberta Campagna

Ora, è giusto che premetta alcune cose che permetteranno di capire meglio ciò che voglio scrivere. Il teatro, dagli anni ’60 in poi, pare avere un valore di per sé. Il teatro è custode della moralità e della società e l’attore ne è il sacerdote. Ciò potrebbe essere vero, ma solo se questo è giustificato dal lavoro quotidiano che dà linfa e valore all’arte. Molte persone danno valore all’artista solo quando questo raggiunge la fama. Molti artisti sono mossi esclusivamente dall’impazienza di apparire, di essere scoperti, di venire riconosciuti per la strada e per raggiungere questi obiettivi creano spettacoli esclusivamente per il pubblico, il più vasto possibile, a cui ammicca continuamente. Ci si affida all’improvvisazione, all’intuizione geniale, confidando che l’ispirazione sia l’unica vera fonte artistica e che tutto ciò sopperisca alla fatica fisica. Ma questa non è la strada che i veri artisti hanno scelto. Queste sono soltanto scorciatoie che ottimizzano le energie fisiche ma mortificano il lavoro dell’artista. Al contrario, le energie che mettiamo in scena per gli spettatori dovrebbero essere solo un’infinitesima parte di tutte le energie utilizzate per creare lo spettacolo. Soltanto così l’artista conquista il suo ruolo nella società. Ed è per questo che dovrebbe essere riconosciuto, non solo dal pubblico o dall’opinione pubblica, ma anche dalle istituzioni. Non sono i numeri a creare l’arte e nemmeno l’ispirazione geniale del momento. L’arte ha un valore perché dietro c’è una fatica fatta di ostinazione e accanimento. Solo così gli spettacoli avranno il pregio di definirsi arte. Jerzy Grotowski ed Eugenio Barba, grandi maestri universali del teatro, non si preoccupavano granché del numero dei loro spettatori. Agli inizi della loro carriera, quando ancora non erano famosi in tutto il mondo, il pubblico dei loro spettacoli si contava sulle dita di una mano. E non se ne preoccupavano granché, poiché preferivano avere con quei pochi spettatori una relazione particolare, offrendo loro il miglior prodotto del proprio lavoro. Questa loro politica era dettata dal non cercare una via convenzionale per arrivare allo spettacolo. Non si curavano del numero degli spettatori, si preoccupavano del dare a quei pochi spettatori il frutto di una fatica di anni creando, attraverso questa fatica, una relazione profonda che cercava di rispondere ad esigenze più profonde del semplice intrattenimento. E dunque ecco la risposta alla mia domanda. Cosa resterà del teatro quando questa pandemia sarà alle spalle? Non importa. Non importa cosa troveremo noi artisti quando apriremo le porte dei nostri teatri. Non è necessario porsi questa domanda e non è necessario porsi nessun’altra domanda. L’unico modo che avremo per reagire a questa crisi è tornare al lavoro con ancora maggior forza di volontà per realizzare i nostri progetti, non appena si potrà farlo. Perché l’unica risposta che si può dare a chi si chiede cosa resterà del teatro dopo questo periodo tremendo è la sicurezza che, in ogni condizione e in ogni ambiente, gli artisti continueranno a fare teatro.

1 thought on “Cosa resterà

  1. … E allora appuntamento a presto in sala, per rendere al teatro tutto ciò che non abbiamo potuto dare, in questi giorni reclusi, dove abbiamo messo alla prova i nostri limiti. La chiarezza dell ‘esploratore di sogni é tesoro prezioso e va protetto e sparso.

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