Oh, Phnom Penh!

La Cambogia e il genocidio dimenticato

17 Aprile 2020. 
 
Un giorno sospinto avanti da una lunga serie di giorni placidi e lucidi, cristallizzati tra le quattro mura delle nostre case, impilate ordinatamente una vicina all’altra, una sull’altra. Giorni quasi pacifici, chiusi in un bozzolo, impregnati di quel senso quasi vivo di allerta, di dramma possibile, di inevitabile e ineluttabile che permea quei momenti che, in un modo o nell’altro, sai che faranno la storia. Anzi, la Storia, quella con S maiuscola, quella che tramanderemo a chi verrà dopo, per molto tempo. Non abbiamo forse memoria della peste a Milano e di quella che ancor prima devastò l’Europa?
La memoria è una cosa fluida, mutevole e abbacinante, che tesse un arazzo attraverso le epoche degli uomini. Talvolta si creano dei nodi nella trama, degli snodi quasi; guardando la tela da lontano, come sempre fa chi guarda al passato, risaltano, si pongono in rilievo rispetto al resto della massa di giorni informi che li circonda, segnando il momento in cui tutto cambierà. Da lì in poi, tutto sarà diverso. 
Se ti volgi indietro, a guardare il lungo filo di tutti questi 17 Aprile passati, che si susseguono alle nostre spalle, disposti ordinatamente in fila indiana, puoi vederlo spuntare. È un giorno della memoria. Per la nostra memoria di occidentali, rivolta sempre ad Ovest, non vuol dire niente. Ma se volgete lo sguardo ad Est, potrete sentire lo schianto. È il 17 Aprile 1975 e Phnom Penh, la Perla dell’Asia, è caduta.
L’eco di quello schianto, e del silenzio assordante che coprirà la memoria di quella terra per gli anni successivi, riecheggia nella mia mente. Sono arrivata in quel paese immaginifico che è la Cambogia molto tempo prima di sbarcare a Siem Reap, quando l’itinerario non era fatto che di puntini incerti sulla mappa. Quell’eco ha risuonato per la prima volta nella cucina di una amica, che in Cambogia era stata di recente. Si apprestava a partire per il Ruanda, altra terra massacrata dalla violenza. Le dissi che sicuramente sarebbe stata una situazione ben peggiore di quella cambogiana, che l’orrore in quel piccolo paese africano aveva raggiunto vette inconcepibili. Ricordavo con sgomento le testimonianze che due rifugiati avevano fatto in chiesa, tanti anni prima. Lei, invece di rispondere, si limitò a sollevare lo sguardo appena sopra il bordo della sua tazza di tè e, fissandomi  intensamente coi suoi occhi azzurri, mi chiese solo:
 
-Ne sei sicura? 
 
Poco dopo, per caso o per destino, conobbi Lorenzo, accento bresciano e sorriso aperto. Qui, quel debole eco divenne un rimbombo martellante. Beveva il suo caffè, abbandonato pigramente su un divano, con una canotta bianca e i pantaloncini con la bandiera cambogiana. I suoi occhi si illuminavano mentre mi raccontava di voler costruire un grande ospedale vicino alla città  dove vive la sua famiglia, quella che non è scappata come suo padre, fuggito in Europa da un paesino della provincia di Battambang, che confina col regno di Thailandia. Mi racconta di quella fuga con tono leggero, con il cucchiaino che tintinna appena contro la tazzina, come se mi raccontasse di una vacanza. Quel tintinnare familiare non si spegne mentre racconta il motivo di quella fuga precipitosa e disperata: suo padre non era un sovversivo, un militante politico della fazione avversa, un guerrigliero. Ma, c’è sempre un ma, portava gli occhiali. E se porti gli occhiali è perché sai leggere e nella Cambogia di Pol Pot, questo ti rende un intellettuale, un nemico del popolo. Per questo vai eliminato.
Nicolae Ceausescu con Pol Pot, 28-30/5/1978, Fototeca online a comunismului românesc;
Da quel momento ho usato le mie diverse paia di occhiali per cercare di capire, scoprire, informarmi. L’indocina per l’Occidente è un angolo di mondo che sfuma ai confini della coscienza. Quasi leggendario, ma sempre e comunque troppo distante perché ci interessi qualcosa di più delle spiagge bianche e dei cibi esotici. Privo di dispiaceri e di storia,  è solo una meta da sogno, che un giorno, forse, vedremo. Presi come siamo dai crucci della nostra vecchia Europa, sempre trincerata nei suoi confini, non ne parliamo, non ne discutiamo, non rientra proprio nei nostri orizzonti. Semplicemente, l’abbiamo dimenticata. Peccato solo che l’Indocina non possa dimenticare noi,  visto che per tutto il ‘900 è stata una scacchiera su cui abbiamo giocato violente partite armate, col colonialismo prima e con la guerra fredda poi. I libri che ne parlano sono pochi, asettici e scarni, molti mai tradotti dall’inglese; alla fine è solo tramite Fantasmi. Dispacci dalla Cambogia di Tiziano Terzani che riesco davvero a immergermi in quel frammento di mondo, anche se questa storia inizia molto prima.
È nella seconda metà del 1800 che la Cambogia, il Vietnam e il Laos, dopo anni di violente battaglie ed instabilità politica, cadono in mano ai francesi. La Cambogia è un protettorato, e come tale, almeno formalmente, non dipende interamente dalla Francia, che esercita però una influenza più che pesante e non solo dal punto di vista politico: entra nelle architetture, nell’arte, nella cucina, nell’educazione.
È proprio nelle scuole francesi, frequentate dall’alta borghesia cambogiana, che nascono i primi movimenti nazionalisti ed è proprio a Parigi che Pol Pot e i suoi scopriranno il comunismo. Infatti sono diversi i giovani cambogiani che studiano nella capitale e il legame con la Francia è così forte che gli Indocinesi combatteranno per lei durante la prima guerra mondiale. Dopo la seconda Guerra mondiale però, questo rapporto, da sempre sbilanciato, inizia a cedere sotto le spinte sempre più forti del nazionalismo: il Vietnam, la Cambogia e il Laos vogliono ritornare stati autonomi. Con l’impero coloniale che scricchiola e una madrepatria da ricostruire, i francesi cedono. È il 1953, e la Cambogia ritorna ad essere uno stato autonomo, guidato dal sovrano Sihanouk.
Divisione dell’Indocina Francese dopo la Conferenza di Ginevra del 1954, Wikipedia
Gli anni passano, la paura dell’ultima guerra è ancora forte, ma gli interessi e il potere lo sono di più: sul mondo è calata la Guerra Fredda, uno scontro pruriginosamente non armato fra il blocco comunista e quello capitalista che trova  il suo agognato sfogo bellico nel sud-est asiatico.
È il 18 Marzo 1970 e Sihanouk, ex-monarca  e Capo di Stato della Cambogia, viene deposto, con un abile colpo di mano americano, mentre si trova in visita ufficiale a Pechino. Al suo posto viene nominato Lol Non, già primo ministro e apertamente filo-americano. 
Fino a quel momento, la Cambogia era stato un paese neutrale che, nonostante le pressioni e le incursioni vietnamite e thailandesi spalleggiate dagli americani nei propri confini, era riuscito a  rimanere abilmente in bilico nello scontro di potenze che gli esplodeva vicino, cercando di limitare i danni di quella guerra devastante.
La Cambogia però è il perfetto stato cuscinetto, cosa che fa gola tanto ai comunisti quanto agli americani, i cui interventi aerei nelle zone al confine col Vietnam fanno germogliare il piccolo partito comunista cambogiano che, nonostante la repressione interna, riesce comunque ad aiutare i vicini vietcong tramite il famoso sentiero di Ho Chi Minh e questo agli americani proprio non va giù. Così, senza che nel vasto mondo se ne abbia notizia, inizia uno dei peggiori bombardamenti di sempre: più di 500.000 tonnellate di bombe vengono sganciate con bombardamenti a tappeto sulla inerme popolazione cambogiana che, ricordiamolo, non è in guerra con niente e con nessuno. Al vicino Laos va anche peggio, con circa 3 milioni di tonnellate di bombe americane che implodono sul suolo laotiano. 
Bombardamenti aerei ripetuti sul sentiero di Ho Chi Minh, National Museum of U.S. Air Force
Se gli americani avessero ascoltato di più le vecchie nonne, avrebbero saputo che la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni: nel tentativo di stroncare il comunismo in Vietnam, lo fanno fiorire e irrobustire nella vicina Cambogia. Sono sempre di più i cambogiani che, stanchi dei bombardamenti, vanno ad ingrossare le fila dei Khmer Rossi, come vengono chiamati i comunisti da quelle parti. Forti anche del sostegno del vecchio re Sihanouk, che viene ancora venerato e amato come un dio dalla popolazione, i Khmer, dalle montagne del nord, conquistano provincia dopo provincia la Cambogia, mentre l’esercito filo-americano si disgrega. La figura di questi guerriglieri si confonde con le ombre della giungla. Nessuno sa chi siano o che volti abbiano i capi di questa rivoluzione rossa. Nessuno di quelli che ha cercato di incontrarli è riuscito a tornare indietro. Ma in giorni in cui scendono più  bombe che gocce di pioggia, nessuno lo trova strano. È il 17 Aprile 1975 quando la capitale, Phnom Penh, cade. La Cambogia diventa ufficialmente una repubblica comunista, la Kampuchea Democratica, chiude i suoi confini ed esce dai libri di storia.  
Solo tredici giorni dopo, il 30 Aprile 1975, cade anche Saigon. La guerra del Vietnam è finita e gli americani hanno perso. L’Indocina, un tempo francese, ora è rossa, rosso comunismo. 
Bandiera della Kampuchea Democratica (1975-1979), Wikipedia
Quel 17 aprile di 45 anni fa gli abitanti di Phnom Penh videro  i Khmer rossi, con la loro divisa nera e i fucili in braccio, entrare nella capitale. Alcuni li accolsero festosi, altri con più timore, in un clima di incerta trepidazione, quasi elettrico. I francesi, gli americani, tutti i giornalisti, erano fuggiti per tempo dalle ambasciate. Tutti i cittadini e i profughi vennero messi in fila, con le poche cose che possedevano e  guidati con una marcia forzata nelle campagne.Devono lasciare la città per ragioni di sicurezza, così gli dicono. Dicono loro che gli americani li bombarderanno. È facile crederci. Avevano detto loro che il terzo giorno sarebbero tornati in  città, ma la capitale rimarrà così, vuota e spettrale, per 4 lunghi anni. Saranno invece parecchi i giorni di cammino a cui verranno costretti, sotto il sole caldo e impietoso della Cambogia, con pochissima acqua e pochissimo cibo,  tenuti in ordine dalle bocche aperte dei fucili che i soldati gli puntano addosso.
 
Ancora non lo sanno, ma le questioni di sicurezza sono proprio loro, cittadini e quindi nemici. Loro sono  il “popolo nuovo” e verranno portati nei centri di rieducazione nelle campagne, a morire. Insieme a loro, un quarto della popolazione cambogiana, quasi due milioni di persone, verrà sterminata nei successivi quattro anni, con una crudeltà sistematica e cieca, con una razionalità feroce che non può lasciare indifferenti. Nemmeno il fatto che ci arrivino solo testimonianze di seconda mano, parole nere su carta bianca, riesce a stemperare il bisogno di capire che sia successo, come sia stato possibile.
Percorsi principali dello sgombero forzato di città e villaggi, mappa realizzata da Graphic roots, Phnom Penh
È per questo, per provare a capire che, in quei primi giorni di Novembre, affrontiamo il lunghissimo viaggio da Siem Reap a Phnom Penh, stretti come sardine in cuccette soffocanti, unici occidentali in un pullman riadattato alla meglio per i viaggi notturni. Siamo stanchi e anchilosati, quando finalmente scendiamo. La capitale ci accoglie all’alba, immersa in una luce dorata in cui vortica la polvere della strada.
Dopo tante domande, è giunto per noi il momento di trovarci faccia a faccia con la Storia.
 
 
Eppure, se non c’è qualcuno che raccoglie una testimonianza, che ne scrive, qualcuno che fa una foto, che ne lascia traccia in un libro, è come se quei fatti non fossero mai avvenuti! Sofferenze senza conseguenza, senza storia. Perché la storia esiste solo se qualcuno la racconta.
 
Un indovino mi disse, Tiziano Terzani
 
 
 
N.B. il titolo dell’articolo, << Oh Phnom Penh ! >> fa riferimento ad una famosa canzone cambogiana, considerata patrimonio nazionale,  che racconta delle sofferenze del popolo durante il regine di Pol Pot,  e che vi invitiamo ad ascoltare.

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