Il Debito Pubblico dal 1961 al 2020

L’Italia si presenta agli inizi degli anni sessanta, proseguendo la fase di crescita e sviluppo avviata nel decennio precedente e registrando fino al 1973 (prima crisi petrolifera) dati positivi in tutti gli indicatori economici principali (PIL, investimenti, esportazioni). Gli investimenti maggiori verranno effettuati nei settori dell’industria pesante: siderurgica, meccanica e sulle infrastrutture affermando la centralità del trasporto su strada a discapito di quello ferroviario ed aereo. Scelta strategica che soprattutto al Sud, comporterà un’arretratezza infrastrutturale evidente ancora nel nuovo Millennio. Alle porte della crisi del ’73, la spesa per investimenti rappresenta il 25% del PIL, quella per le esportazioni circa il 17%, i consumi privati il 60%.

Il questo contesto apparentemente positivo però, lo Stato italiano pagava una struttura economica improntata sull’imitazione e importazione di nuove tecnologie, piuttosto che sull’invenzione; una condizione politica e sociale estremamente instabile che richiederà costantemente interventi straordinari dello Stato e una gestione pubblica dell’impresa. Queste componenti, aggiunte all’evoluzione sociale in atto che avrà il suo culmine con le contestazioni del ’68, comporteranno numerose e importanti riforme sociali con un nuovo necessario intervento dello Stato su pensioni, salari e sussidi, senza però attuare una redistribuzione del sistema impositivo ma attingendo a forme di debito pubblico. Il peso della componente pubblica sulle imprese e sullo Stato Sociale che verrà creata in questi anni, sarà l’elemento determinante che porterà in poco più di un decennio a un’esplosione del Debito, iniziando proprio dalla prima crisi energetica del ’73 che segnerà il primo stop alla crescita costante del PIL dal dopo guerra.

Picnic in autostrada durante la crisi petrolifera del ’73

Gli effetti del rialzo del prezzo del greggio si rifletteranno in una nuova fase di crescita inflazionistica (+17% medio fra il 1974 e il 1981) e col PIL che nel ’75 segna -2,5%, il rapporto debito/PIL sotto il 30% nei primi anni ’60, arriverà al 55%. Il Governo Moro approverà un nuovo Piano Energetico Nazionale nel 1975, con l’intento di sviluppare due nuove centrali nucleari, oltre alla possibilità di inserire nuove fonti produttive di energia, proprio per evitare di incorrere in black out elettrici come a metà degli anni ’70.

Nel 1979, nuove turbolenze politico-sociali nel Medio Oriente, generano un nuovo shock del prezzo del petrolio, generando quella che sarà definita come la seconda crisi energetica e che metterà nuovamente in difficoltà tutto il Vecchio Continente e inciderà ancora una volta sul PIL e sull’inflazione dello Stato Italiano (+21% nel 1981) ancora dipendente da fonti estere in campo energetico e con una gestione fluttuante della Lira che in situazioni di alta inflazione, erodeva il valore della nostra moneta e il potere di acquisto delle famiglie.

La crisi energetica richiese ancora una volta l’intervento dello Stato sia a sostegno delle imprese che a supporto dei redditi personali. Tra il 1970 il 1990, la spesa statale passa dal 28% al 53%, il peso delle pensioni sul Pil dal 12 al 17%. Il rapporto debito/PIL in meno di 20 anni, passa dal 55 al 99% del 1990. Questo perché si impennano le assunzioni di personale nel sistema amministrativo, aumentano i salvataggi industriali di imprese già pubbliche, si avviano nuovi piani pluriennali di sgravi per le assunzioni nelle imprese del Sud. Lo Stato Italiano crea delle enormi imprese a gestione statale che erodono fette di spesa pubblica sostanziose. L’ultima in ordine di tempo, il Servizio Sanitario nazionale, istituito nel 1978, sarà privo di un controllo costi-ricavi, con un’incidenza del costo del personale pari al 45% della spesa totale e con un Debito al 1990 pari a 72 mila miliardi di lire. Eppure andando a valutare l’incidenza della spesa sanitaria sul PIL, questa si manterrà costante intorno al 5% fino ai primi anni ’90.

Nel 1981 lo Stato spende 206 miliardi di lire in spesa pubblica e fra il 1971 e il 1981 la spesa per interessi sul Debito passa da 1,3 a 28 miliardi. Tutto questo Debito Pubblico, fino agli anni ’80, verrà finanziato in via privilegiata attraverso l’emissione di moneta, creando un circolo vizioso che comportava: aumento vertiginoso dell’inflazione (+18% annuo fra il ’74 e l’81), aumento della spesa pubblica, del Debito e della relativa spesa per interessi. Un circolo ben poco virtuoso e favorito anche dalla scarsa autonomia che la Banca d’Italia aveva nel controllo della base monetaria e nella fissazione dei tassi di interesse a breve termine, rendendo difficoltoso il contrasto dell’inflazione e la difesa del tasso di cambio. Nonostante una politica interna incoerente con i vincoli che l’Unione Europea dell’epoca già perseguiva, nel 1979 l’Italia decise di fare il proprio ingresso nello SME (Sistema Monetario Europeo) per garantire una stabilità dei cambi valutari e contenere le oscillazioni monetarie e l’inflazione.

In Banca d’Italia, guidata dall’allora governatore C.A. Ciampi, c’era la convinzione che il ritorno a una moneta stabile richiedesse una “costituzione monetaria” fondata sui tre pilastri: i) indipendenza del potere di creare moneta da chi determina la spesa pubblica; ii) procedure di spesa rispettose del vincolo di bilancio; iii) una dinamica salariale coerente con la stabilità dei prezzi.

È l’inizio di uno scontro che porterà nel 1981 al divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia. L’intento di quest’ultima era quello di rispondere unicamente a obiettivi di politica monetaria nel regolare il finanziamento al Tesoro. L’autonomia ottenuta dalla Banca Centrale permetterà infatti di riportare velocemente sotto controllo la crescita dei prezzi, con un calo netto dell’inflazione che passerà dal +20% del 1980 al +5% del 1987.

La separazione portò un drastico cambio di rotta al finanziamento del Debito, dalla stampa di moneta si passò all’offerta di Titoli di debito sul mercato. Per incentivare l’acquisto di Titoli di Stato, vennero offerti tassi di interesse elevati, proprio con lo scopo di reperire nuova liquidità dal mercato interno ed estero, col risultato di dover restituire, una volta che il Titolo arrivava a scadenza, il capitale più un rendimento generalmente molto elevato. Facendo alcuni semplici esempi, nel 1981 si potevano comprare Buoni Ordinari del Tesoro, BOT, a 3 mesi con rendimenti del 20%, nei primi anni ’90 un Buono del Tesoro Poliennale, BTP, rendeva fra il 10 e il 15%. Quest’anno, prima della pandemia da Covid19, un BOT annuale generava un rendimento negativo fra lo 0,1 e lo 0,3%, ora diventato +0,072%. Per trovare nel 2020 un rendimento positivo in Titoli di Stato, bisognava optare per un BTP a 5 anni, che offriva un rendimento netto dello 0,15% circa. Sempre gli effetti della pandemia, hanno ora reso più appetibili i Titoli a lunga scadenza, con una resa attuale lorda di quasi il 2%.

La corresponsione di interessi mediamente così elevati, andava ancora una volta a incidere sul bilancio pubblico; il costo del debito sul PIL arrivò a corrispondere al 14% nel 1981 e si mantenne sul 10% per tutti gli anni ’90 e l’indebitamento estero raggiunse il 15% del PIL nel 1992. Cosa significa? Che sul debito di 1.200 miliardi di € del 1990, l’Italia pagava complessivamente come costi di gestione dello stock di debito, 120 miliardi. Nel nuovo millennio, grazie a una maturata consapevolezza sul debito, i costi sono calati drasticamente, arrivando al di sotto dell’1% nel 2017 (circa 2 miliardi di €).

Per chiudere il quadro e far capire la mole di sovvenzioni pubbliche che lo Stato italiano garantiva, non dimentichiamo i miliardi (sì è concretamente perso il conto preciso delle sovvenzioni stanziate) che sono stati investiti per creare poli industriali al Sud, come lo è stato Porto Torres, con aziende che producevano beni a costi fuori mercato ma che solo grazie alle sovvenzioni pubbliche continuavano a produrre e a pagare i lavoratori. O le agenzie come la Cig o la Gepi che intervenivano, con soldi pubblici, per pagare le retribuzioni e i contributi previdenziali a tutti quei lavoratori che avevano perso l’occupazione a causa del fallimento delle aziende; alcuni verranno direttamente indirizzati a un pensionamento anticipato.

BTP Poliennale 1978

L’insieme di queste dinamiche economiche, non potevano che portare il sistema al collasso. Il 1992 è l’anno che accende l’allarme rosso nel nostro impianto economico anche grazie all’operazione “Manipulite”. Il PIL segnerà -0.8%, ma è la conseguenza di un processo evolutivo internazionale che il nostro Paese non ha colto, perché affidato alla gestione pubblica in troppi settori che avevano una funzione economica imprescindibile e che vive una situazione politica instabile, fragile e votata al benessere e al profitto partitico e personale.

Tra il 1989 e il 1992 si possono segnalare:

  • una rivoluzione tecnologica;
  • una rapida apertura nei mercati internazionali di beni, servizi e capitali;
  • un’accelerazione dell’integrazione europea che ha portato alla creazione dell’Unione Monetaria;
  • l’irreversibile emergere di due giganteschi paesi come Cina e India come attori principali dell’economia internazionale;

tutti fenomeni quasi totalmente ignorati dall’industria, dai sindacati e dalla politica italiana. Ciascuno di questi shock richiedeva un rapido adattamento, anzitutto culturale, da parte degli imprenditori, dei lavoratori e dei decisori politici. L’Italia è, tra i grandi paesi europei, quello che meno è riuscito a realizzare le riconversioni produttive, sociali e culturali necessarie a trasformare ciascuno di questi shock da ostacolo a opportunità di crescita.

In Europa, alla fine degli anni ’80, nascerà l’esigenza di costruire un mercato unico dei servizi e dei capitali, di abolire le barriere fisiche e tecniche e giungere alla creazione di una moneta unica. Col trattato di Maastricht (1992) vennero definite le regole a cui i paesi dovevano sottostare per trovare una convergenza economica che si decise fosse basata su 5 indicatori macroeconomici: un tasso di inflazione costante e inferiore all’1,5% (l’Italia nel 1992 registrava un +5.4%), tassi di interesse non superiori al 2% sui titoli di Stato (nel 1992 i BOT annuali rendevano il 13,6%), disavanzo pubblico non superiore al 3% (nel 1992 il rapporto è del 10%) e rapporto debito/PIL non superiore al 60% (nel 1992 l’Italia ha raggiunto il 100%). Tali indicatori dovevano essere ottenuti entro il primo gennaio 1999, anno dell’entrata in vigore dell’Euro.

Le riformi fiscali e monetarie in Italia iniziarono proprio dal 1992 ma la situazione economica del nostro paese era talmente grave, da non poter essere risolta con pochi accorgimenti correttivi. La prima svolta sarà inesorabilmente sotto il profilo fiscale, con un incremento dell’imposizione che arriverà a incidere sul PIL fino al 44%. Si cercheranno avanzi di bilancio costanti fra il 1994 e il 2000, con un drastico calo dell’inflazione che faciliterà il percorso di riduzione della spesa per interessi fino al 7% del PIL. Anche la spesa pubblica calerà, passando dal 56% del 1993, al 46% del 2000, grazie a un percorso di privatizzazione delle imprese che supporterà positivamente la riduzione dello stock di debito. Nel 2007 il rapporto debito/Pil torna finalmente al di sotto del confine del 100%, ma la Grande Crisi l’ha fatto ripiombare rapidamente al di sopra del 130% del Pil, zavorrato dalla spesa per interessi e da una crescita economica negativa fra il 2008 e il 2012 e che persiste in un contesto di stagnazione che rallenta il contenimento del debito.

In pochi anni il mercato viene stravolto, passando da un modello capitalistico con lo Stato imprenditore, la stabilità del posto di lavoro e la specializzazione bancaria, a uno flessibile con la diffusione di contratti di lavoro a termine e il ritorno di una banca universale. L’Italia scoprirà una crescita contenuta del PIL, sempre compresa, con alcune eccezioni, fra lo 0 e l’1%.

Oggi il Debito è l’elemento principale attorno al quale ruotano le politiche economiche del nostro Paese, perché un elevato deficit è un freno alla crescita, spinge verso l’alto i tassi di interesse, richiede un’elevata tassazione e spesso, come è accaduto in Italia nell’ultimo decennio, si risolve in una riduzione del volume degli investimenti pubblici in ricerca e infrastrutture. L’emergenza Covid ha dato un’ulteriore dimostrazione di quanto la nostra condizione debitoria sia pericolosa e vada gestita con cura. Per sostenere il blocco produttivo, si è generato nuovo Debito, con un rapporto Debito/PIL che si avvicina alla cifra record del 150% e che andrà sostenuto con politiche economiche a lunghissimo termine per renderne la gestione sostenibile e non creare tensioni sui mercati dando prova di essere un Paese, finanziariamente parlando, affidabile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *