Uno, nessuno, centomila 25 Aprile. Ricordare come si può, ma ricordare.

È un nuovo giorno. Ma non un giorno come un altro. È un giorno nuovo, sì, ma catalizzatore di un passato, lontano eppure non certo remoto, non ancora almeno. Stamane alle 8:46 c.ca mi sono risvegliata a seguito di un sogno piuttosto curioso. Ero in Cina, e guardavo, da una prospettiva aerea, uomini e donne in parata. In schiera e distanziati stavano circa un centinaio di cinesi, con mascherine sul volto, gli occhi ridenti, oltre il bordo più alto delle mascherine, e guanti blu alle mani. Indossavano tutti una tutina bianca protettiva, di quelle che vestono molti corpi negli ultimi tempi. Un abito anonimo eppure, ormai, riconoscibilissimo. Tenevano le braccia alte, tutti, e così sorreggevano, parallelo al cielo, un grosso telo bianco, sul quale compariva per iscritto il seguente messaggio: “BELLA CIAO, CIAO TERRA, CIAO”. Dopo aver letto la scritta, dall’alto della mia prospettiva -volavo, forse?-, mi sono svegliata, in un nuovo 25 aprile. Buffo, curioso, strambo sogno. In poco tempo tutti i 25 aprile passati, o quasi, mi hanno raggiunta, senza seguire un ordine cronologico preciso, ma piuttosto liberamente, com’è anche giusto che sia. Mentre aprivo le finestre e vedevo l’aria della mia cucina muoversi appena e rinnovarsi, nella luce di questo mattino casalingo e quantomai silenzioso, mi è tornato alla mente uno dei 25 aprile più significativi da me vissuti. Risale ormai a due anni fa. Quell’anno lo passai a Marzabotto. Eravamo un gruppetto di quattro persone, amici, compagni di vita. Arrivati alla stazioncina del paesello, preferimmo evitare le navette stracolme di persone e iniziammo a scarpinare lungo l’altura del bel Monte Sole, tra i suoi sentieri e tra i boschi, tra i suoi silenzi mai davvero muti, per raggiungere, dopo quasi due ore di camminata, sì, il luogo della festa, sì, l’ANPI, sì, Gino Strada, ospite insieme ad altri dei festeggiamenti e del memoriale, sì, altri sconosciuti concittadini lì a festeggiar ancora e ancora la liberazione, sì, per raggiungere una memoria lontana, ma anche per trovare l’inaspettato; solo che mentre percorrevo le stradine che salivano lungo il versante della montagna ancora non sapevo quello che poi avrei trovato. Sapevo solo alcune cose che si unirono ai racconti che ci fu concesso di ascoltare quel giorno, in alcune tappe della memoria organizzate, e che, ancora, si unirono alla voglia di saperne di più. Le persone, i visitatori erano tanti e ognuno arrivava in tempi diversi, spesso a racconti già iniziati. Noi poi, che la strada la facemmo a piedi, arrivammo piuttosto in ritardo, ma riuscimmo a sentire comunque alcune testimonianze importanti. A posteriori questo è una parte di quello che ho ricostruito.   

Monte Sole visse una delle più efferate stragi naziste sul territorio nazionale ed europeo durante le ultime fasi della guerra 1939-1945, conosciuta comunemente come “strage di Marzabotto”. I territori di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno furono colpiti dalla furia delle SS naziste che intendevano “ripulire” la zona in cui sapevano di trovare la base dei partigiani della brigata Stella rossa Lupo. La brigata è stata una delle più importanti formazioni partigiane della provincia di Bologna, costituita nell’autunno del 1943. Venne chiamata in un primo tempo Stella rossa Leone, dal nome di battaglia del caduto Gastone Rossi, ma in seguito fu ribattezzata Stella rossa Lupo, dal nome di battaglia del comandante Mario Musolesi. Pur aderendo al CUMER e al CLN, era una brigata indipendente, per via di alcuni contrasti in merito ai criteri per la nomina dei commissari politici e, soprattutto, per la ritrosia di Musolesi nel condividere in toto il piano d’insurrezione preparato nel settembre 1944 appunto da CUMER e CLN.

Musolesi ebbe anche contrasti all’interno della brigata stessa rispetto al modo di condurre la guerriglia. Per questo, il 27 giugno 1944, mentre era a Monte Ombraro (Zocca – MO), dalla brigata si staccò il battaglione di Sugano Melchiorri e avvenne quella che poi fu chiamata la “scissione”. A seguito di questo avvenimento, la brigata tornò a Monte Sole e Musolesi respinse l’ordine del CUMER di spostarsi verso Bologna, in previsione dell’insurrezione ritenuta imminente.

La brigata operò prevalentemente proprio nella zona di Monte Sole, perché quello era il punto in cui era più facile controllare le linee ferroviarie e due delle tre strade che da Bologna portano in Toscana: la Porrettana e la Val di Setta.

Così i partigiani della brigata erano in grado di battere quotidianamente le strade e le ferrovie di collegamento. Era, insomma, un punto assai strategico nella lotta al nazifascismo, in un momento piuttosto cruciale della guerra e della resistenza. E proprio di questo i nazisti non erano affatto contenti. Il comando tedesco perseguiva un doppio scopo: sferrare un duro colpo alla resistenza e favorire il ripiegamento verso nord delle proprie armate d’occupazione, ormai assediate dalla spinta degli alleati anglo-americani. La strage avvenne, come sappiamo, ma solo dopo una serie di assalti per lo più infruttuosi. Il primo fu nel maggio 1944, a seguire ne avvennero altri con esito pressoché negativo per il comando tedesco. Nell’agosto-settembre dello stesso anno però, il compito della missione fu affidato al maggiore Walther Reder, comandante del 16° battaglione Panzer Aufklärung Abteilung della 16° Panzer Granadier Division “Reichs Führer SS”. Il controllo della zona di Monte Sole era di indispensabile importanza per i nazisti e non si poteva sbagliare, bisognare agire rapidamente: l’operazione doveva essere quasi chirurgica.

Dopo avere messo a ferro e fuoco numerosi comuni della Versilia, e ucciso centinaia di inermi cittadini, il 29 settembre 1944 Reder sferrò l’attacco finale, perché l’intenzione era che, appunto, il colpo risultasse quello definitivo.

Le SS si ritirarono solo il 5 ottobre, ma ormai i morti si potevano contare a centinaia, in massima parte si trattava di donne, anziani e bambini. Gli interi villaggi distrutti, di cui restano poche tracce tra i prati verdi della zona, sono la più cruda testimonianza della violenza compiuta. Nonostante la ritirata, le uccisioni e le distruzioni proseguirono nei giorni seguenti sino a novembre. I corpi delle vittime restarono insepolti per mesi. Solo dopo la fine della guerra fu possibile dare loro degna sepoltura e cominciare a tentare di stabilire quantomeno un numero, una cifra, sebbene non fosse semplice, ne è risultato tale, far corrispondere quei numeri a delle identità precise. Alcune morti restano ancora nell’anonimato e lo dimostrano anche alcune croci senza nome nel cimitero della zona.

A causa delle distruzioni degli uffici anagrafici per lungo tempo non fu possibile azzardare cifre ufficiali, se ne ipotizzarono di diverse, che andavano da un minimo di mille a un massimo di 3.200 vittime. Poi, si decise di provare calcolando la differenza tra la popolazione residente prima della guerra – partendo dai dati del censimento – e le carte annonarie distribuite a seguito della liberazione: questo calcolo indusse a considerare il numero minimo di vittime vicino alle 1830. Era importante ottenere almeno un numero approssimativo, perché se non era possibile restituire la memoria delle singole perdite, bisognava almeno tentare di quantificare il peso di tale perdita. È, infatti, questa la cifra che figura nella motivazione della medaglia d’oro concessa nel 1948 al gonfalone di Marzabotto. I numeri non sono ancora certi e rimangono sempre solo numeri, anche se, in questo caso di un valore assai molteplice, che va al di là, appunto, del semplice numerico. Il comandante Reder, fu catturato solo il 5 maggio del ’45, a Salisburgo, in Austria, dagli Alleati inglesi, e fu poi consegnato all’Italia. Davanti al Tribunale militare di Bologna ebbe luogo il processo, iniziato il 18 settembre 1951 e terminato il 31 ottobre dello stesso anno con la definitiva condanna all’ergastolo per le stragi della Toscana e per una parte di quelle bolognesi. Per la “questione Monte Sole” fu riconosciuto colpevole della morte di 262 persone uccise a Casaglia, Cerpiano, Caprara, San Giovanni di Sopra, San Giovanni di Sotto, Cà di Bavellino e Casoni di Rio Moneta.

Quello fu l’anno della fine della guerra, della liberazione, ma fu anche l’anno dei processi. Il 17 ottobre 1945 a Brescia e il 30 settembre 1946 a Bergamo anche i fascisti che fecero da guida alle SS durante l’eccidio furono condannati. Il 30 aprile 1967 Reder, la cui condanna era stata confermata in appello, inviò una lettera alla comunità di Marzabotto per chiedere il perdono. I cittadini di Marzabotto si espressero a tal riguardo con una votazione: altri numeri, questa volta furono 282 i voti per i quali il perdono non fu concesso. Appena 4 quelli a favore. Reder il 15 luglio 1980 ottenne la semilibertà nel carcere di Gaeta, e fu scarcerato definitivamente il 23 gennaio 1985. Rientrato in Austria, affermò di non avere mai chiesto alcun perdono e che la lettera era stata scritta dal suo avvocato per ottenere un allentamento della pena. É morto il 2 maggio 1991.

Durante l’eccidio di Marzabotto Musolesi cadde a Cadotto e successivamente la brigata si frazionò in vari gruppi. Circa 200 partigiani, dopo avere attraversato le linee, furono riarmati dagli americani. Altri restarono in zona per proseguire la guerriglia e altri ancora raggiunsero Bologna e si aggregarono alle brigate cittadine. La brigata ebbe complessivamente 227 caduti e 184 feriti. I partigiani riconosciuti furono 1.538 e 161 furono poi considerati patrioti.

A Monte Sole le tracce di questo eccidio, che vide coinvolti partigiani e civili, corrono ancora come un eco sospinto dal vento che attraversa alture e vallate, rimbalzando tra le rocce, e le pietre dei villaggi distrutti, tra le lapidi con nome o senza e le lastre commemorative, risonando ancora tra la terra e il cielo. Eppure, forse grazie ai pellegrinaggi incessanti, grazie alla liberazione, grazie ai rinnovati canti, l’eco delle bombe, delle fucilazioni, delle grida, persino l’eco sordo delle vite distrutte da una furia incontrollata, risulta come mitigato, trasformato, ma non per questo meno udibile o meno comunicante.

Di quella giornata ricordo ancora il senso di vicinanza con persone a me del tutto sconosciute, gli sguardi vivi e presenti, sebbene ognuno dietro ai propri occhi vedesse a modo proprio il passato che lì giace in piccole tracce. Ognuno nella sua “macchina” della memoria personale, riusciva comunque a essere lì, riuscivamo comunque a incontrarci. Ricordo la vitalità e la gioia dei bambini che giocavano innocentemente sui prati, i discorsi di Gino Strada contro l’assurdità della guerra e sul senso disarmante che procurano la pace, la bontà, la fratellanza. Ricordo, una pioggia luminosa filtrare attraverso le fronde degli alberi e poggiarsi ovunque, a rischiarare i cuori dei vivi e, forse, a consolare quelli dei morti. Ricordo le mie lacrime silenziose mentre ascoltavo i racconti, «qui compaiono ancora i fori dei proiettili nazisti, nelle parti basse delle mura rimaste, vedete?», «In questa zona vi era la chiesetta: nessuno si salvò», e quella stretta alla gola nel piccolo cimitero illuminato da un sole caldo e gentile e attraversato da un vento che mi ridiede respiro e coraggio pur nella mia condizione di totale impossibilità, e inutilità se non quella di testimone postumo. Ricordo che presto sentii come un moto, un guizzo di vita accendersi dentro e pensai che in fondo, anche quando silenziosi, come mi ritrovavo a essere io in quel momento, non siamo mai del tutto inutili e dovremmo ricordarcelo sempre, perché anche i piccoli gesti anonimi formano e informano il presente, il domani e possono aiutare a cambiare la realtà. Oggi, non riesco a non ricollegare quel pensiero a questo passo di Calvino, letto qualche attimo fa, non certo per caso, ma in maniera fortunosa sicuramente, per gentile condivisione di un’amica, tratto dal suo Il sentiero dei nidi di ragno:

Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano.

Di quel giorno ricordo ancora, una donna lontana dalla festa, in uno spazio un po’ isolato sul ciglio del crinale della collina affacciata sulla vallata, vestita di bianco, seduta a terra sul prato con le gambe incrociate e le mani giunte al petto, illuminata da quella pioggia di raggi luce che cadeva dall’alto del cielo, e che pioveva filtrata dalle fronde di un grosso albero che l’accoglieva sotto di sé; stava ferma, con gli occhi chiusi, a meditare, ad ascoltare, a pregare, forse, in un silenzio che non era mutismo, ma altra cosa. Io la vidi, le scattai anche una fotografia, ma quell’immagine, a rivederla, non restituisce quello che fu quel momento che ancora vive dentro di me, e che ancora qualcosa muove, innesca e fa vivere, nonostante sia passato. È questa la preziosa forza di un’esperienza che si mantiene viva: ci libera due volte, quando abbiamo la fortuna di viverla, in qualsiasi modo possiamo, e quando possiamo ricordarla.

Buona resistenza laddove sia ancora necessario; buona liberazione sempre, oggi e ogni giorno, nel quotidiano e nella quotidianità dei sogni. Sempre.

Alla memoria, cara anche quando non lieve, ciao, bella, ciao!

1 thought on “Uno, nessuno, centomila 25 Aprile. Ricordare come si può, ma ricordare.

  1. Bello Roberta! È sembrato quasi di essere lì con te! W la libertà sempre e per sempre e grazie infinite agli eroi di allora che ci hanno permesso di essere liberi.

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