Contra de sa prepotentzia

 

Tutti gli inni hanno una storia lunga, intricata, a volte indistricabile. Di solito è una storia travagliata, che attraversa fasi sommerse e fasi di trionfo, momenti di dubbio e momenti di rigetto, seguendo il ritmo – o meglio le aritmie – dello Zeitgeist e della politica. La Marsigliese, per esempio, è stata adottata e poi declassata più e più volte, e ci è voluto un secolo buono perché si assestasse nell’alveo sereno dell’ufficialità; e quando un inno si assesta, è perché lo spirito dei tempi nel frattempo si è adeguato, oppure perché non dà più fastidio. Il fatto è che anche gli inni, per quanto ambiscano a diventare trascendenti, veicolo di valori ideali, e infine puro sentimento, sono per prima cosa dei testi; e sappiamo bene che al mondo non esiste nulla di più sfuggente, ambiguo, anarchico e indomabile di un testo, e maxime un testo letterario. La storia non è mai andata d’accordo con lo storicismo, né con la filologia; e alcuni paesi, come la Spagna, hanno risolto il problema dotandosi di un inno senza testo. La storia dell’inno sardo (Su patriota sardu a sos feudatarios, di Francesco Ignazio Mannu) ha un suo punto d’arrivo – non è dato sapere se definitivo – il 28 aprile 2018, quando è diventato l’inno ufficiale della regione sarda. Visto che parlare de Sa die de sa Sardigna – con un paio di giorni di ritardo, così mi attengo al nietzschiano “pensare inattuale”, e forse avrò la fortuna di trovare qualche lettore inattuale – porta facilmente a toni apologetici, mi pare utile accostarmi all’argomento tramite il linguaggio gentile della poesia.

Peraltro, spiegare perché abbia tanta importanza ammentare su 28 de aprile è un problema della contemporaneità, come si può intuire dalla data di adozione dell’inno che ho riportato sopra, e come tale mi interessa. Il lettore ideale a cui mi rivolgo è il lettore non sardo, che potrebbe chiedersi – di fatto mi è stato chiesto spesso – per quale motivo incardinare tra la Liberazione e la festa del Lavoro, due ricorrenze altamente simboliche, vive e vitali per tutti, una celebrazione in odore di nazionalismo, o quantomeno di dubbia attualità sociale. Un buon modo per rispondere – l’excusatio è petita, in questo caso – è ripercorrere la storia dell’inno di Mannu, a partire dal contesto in cui è stato scritto (il che può aiutare a capire meglio il contesto recente, in cui è stato adottato, e quello attuale del sardoleghismo, i cui risvolti e le cui implicazioni sono ancora da scoprire).

Il contesto è quello della rivoluzione sarda, tra il 1793 e il 1796, in contemporanea con i diversi rivolgimenti che hanno attraversato il continente europeo a seguito della rivoluzione francese. Francesco Ignazio Mannu è stato tra i protagonisti di quegli eventi: nato a Ozieri nel 1758, laureato in legge a Sassari e quindi procuratore legale, nel 1793 (durante la missione torinese della delegazione delle “Cinque domande”) ricopriva l’incarico di avvocato dello stamento militare, uno dei tre bracci del Parlamento. Subito dopo l’insurrezione del popolo cagliaritano del 28 aprile 1794, con la cacciata dei piemontesi (l’evento che si ricorda in Sa die) fu Mannu a convocare i nuovi membri dello stamento militare (tra aprile e settembre 1794, in assenza del vicerè, fu la Reale Udienza, coadiuvata dai tre rami del Parlamento, a gestire il governo). In questi mesi Mannu portò avanti una politica di netto autonomismo, che lo portò a lasciare l’incarico nel settembre 1794, in una fase in cui la fazione filosabauda aveva preso il sopravvento, capitanata dall’intendente generale Pitzolo e dal marchese della Planargia. L’anno successivo, a seguito del loro linciaggio, la rivoluzione passò alla fase antifeudale, con le insurrezioni nelle campagne e nei paesi, e la frattura politica tra Sassari e Cagliari. In questo 1795, a settembre, Mannu fu nominato giudice aggiunto alla Reale Udienza. Fu sicuramente esponente moderato delle istanze antifeudali, e in seguito alla fine del triennio rivoluzionario con la disfatta e la fuga di Angioy, continuò la sua carriera nella magistratura, anche dopo il ritorno dei Savoia.

Francesco Ignazio Mannu

Quando fu scritto Su patriota? Fino a poco tempo fa si prendeva per buona l’indicazione di Giuseppe Manno, che lo datava al 1794. Recenti studi hanno spostato la data verso il finire del 1795, in base a rimandi interni al testo. La differenza è importante. L’inno venne composto nel momento culminante della lotta popolare contro il feudalesimo, e i ribelli lo cantavano durante la marcia di Angioy verso Cagliari nel giugno 1796. Non è chiara la prima pubblicazione, che avvenne forse in forma clandestina, in Corsica; l’inno trovò diffusione verosimilmente nella Sassari liberata da Cilocco e Mundula, e poi sotto il governo di Angioy, all’inizio del 1796. Gli inni hanno spesso una vita travagliata, dicevamo: questo visse alla macchia, per decenni, dopo la restaurazione sabauda e la repressione degli angioiani. Nel 1849 John Warre Tyndale lo tradusse in inglese, traendolo da un manoscritto; seguì un’edizione francese, fino a quando Giovanni Spano lo pubblicò per la prima volta in Sardegna, nel 1865. Anche se Spano, come si può immaginare, ne parlava in termini poco entusiastici, da questo momento in poi Su patriota può uscire dalla clandestinità, conosce diverse edizioni, traduzioni (tra cui quella in italiano di Sebastiano Satta) e versioni in musica, ma ha ancora bisogno di un secolo e mezzo per approdare all’ufficialità: il ritardo è significativo della sua problematicità. La legge regionale che lo istituisce specifica le strofe da cantare (le nn. 1, 2, 4, 24, 46, 47) e la melodia, quella tradizionale dei gosos – il verso dell’inno, l’ottonario, è lo stesso delle composizioni sacre. Il metro è l’ottava torrada, con ritornello, e le ottave sono quarantasette. (Qui il testo completo con traduzione).

Di cosa parla? L’argomento è una critica al sistema feudale. Ne viene ripercorsa la storia, ne vengono messe in luce le incongruenze e le assurdità, ne vengono denunciate le fondamenta sociali, storiche e legali. Ci sono esortazioni ribelli (custa, populos, est s’hora / d’estirpare sos abusos), satire pariniane (dae su lettu a sa mesa / dae sa mesa a su giogu), descrizioni di ingiustizie di classe (e pagat pro sa pastura / e pagat pro laorare), notizie di attualità (cun manizzos et ingannos / sas Cortes han impedidu), furia antipiemontese (s’isula hat arruinadu / custa razza de bastardos), moti anticoloniali (che in sas Indias s’Ispagna / issos s’incontrant inoghe), speranze di cambiamento (su mundu det reformare / sas cosas ch’andana male) e avvertimenti ai baroni (cando si tenet su bentu / est prezisu bentulare). Nel complesso, si avverte la volontà di porsi dalla parte del popolo, sforzandosi di descrivere nella maniera più approfondita – certo partigiana, certo schierata, ma non per questo falsata – la condizione di vita delle classi popolari sarde, e al contempo le responsabilità del sistema feudale sostenuto dalla monarchia sabauda. 

Quando penso a un inno, con poche eccezioni, mi vengono in mente immagini di patria, di sangue, di guerra, di nemici da distruggere, di paesi che stanno sopra tutti gli altri, di sacrifici, di grandezza e sopratutto di morte. In breve, di retorica nazionalista. Ecco, questo inno ha buone dosi di retorica, ma non proprio di quella nazionalista. Già da quell’attacco un po’ dimesso (Procurade’ ‘e moderare / barones, sa tirannia) evoca più che altro immagini di una convinta razionalità illuminista, i cui nemici polemici non sono gli stranieri, ma i baroni. C’è una strofa, la quarta, che è un buon riassunto delle ragioni dell’autore:

Su pobulu chi in profundu

letargu fit sepultadu

finalmente despertadu

s’abbizzat ch ‘est in cadena,

ch’istat suffrende sa pena

de s’indolenzia antiga:

feudu, legge inimiga

a bona filosofia.

Ho sempre guardato con sospetto al nazionalismo, non perché potenzialmente reazionario, ma perché trasversale. Il concetto di patria presuppone che essere nato in un certo luogo sia un valore di per sé positivo, e presuppone sopratutto una unità d’intenti e di pensiero fra gli appartenenti a una stessa società, qualunque sia la loro posizione al loro interno; ne consegue che chi non si adegua a quell’unità di pensiero e intenti (qualunque essa sia in quel dato momento storico) è contro la patria, è un corpo estraneo alla società, e va escluso. Invece, la società è il risultato di un continuo conflitto tra blocchi sociali egemonici e non: il conflitto è costitutivo della società stessa, non esclude le minoranze ma le rende partecipi della vita comune. Quando Mannu chiede ai sardi di unirsi contro la tirannia, sta pensando agli oppressi; quando pensa alla tirannia, si sta riferendo ai feudatari sardi.

Ora, forse, il mio lettore ideale sta iniziando a capire perché il 28 Aprile ha qualche ragione di stare tra il 25 Aprile e il 1 Maggio, a parte quelle meramente cronologiche. Ci sono però altre ragioni per cui vale la pena scoprire, o riscoprire, questo componimento. La prima è che è il canto di una rivoluzione fallita, quelle che generalmente ci stanno più simpatiche. Un altro motivo è la testimonianza di un sentimento diffuso all’epoca (la fine del Settecento), che spiega bene la sesta ottava:

Pro pagas mizzas de liras,

et tale olta pro niente,

isclavas eternamente

tantas pobulassiones,

e migliares de persones

servint a unu tirannu.

Poveru genere humanu,

povera sarda zenia!

In questi versi, il fatto che migliaia di persone servano un tiranno non è motivo di lamento per i soli sardi, ma per l’intero genere umano. Questo spinge a un’ultima riflessione, che è forse agevole da comprendere ma non da definire. Quando Mannu scriveva questi versi, la situazione era in divenire: l’agitazione antifeudale era nel vivo, i contadini avevano effettivamente cacciato i feudatari, e quelle persone lottavano sentendosi parte di un movimento atto a cambiare il mondo. Conosco l’obiezione: erano solo jacquerie, rivolte inconsapevoli, moti intrinsecamente reazionari. Ma ho il sospetto che quando le classi subalterne si rivoltano, stiano pensando proprio a quello che gli interpreti della consapevolezza chiamano futuro, e che questi versi siano qui a dimostrarlo; tanto più che per noi il feudalesimo è finito, ma per quegli uomini e donne è ritornato, e ha presentato il conto. La lotta contro la prepotenza e il dispotismo, invece, continua in svariate forme, e credo che fornirà materia per inni ancora per lungo tempo.

 

BIBLIOGRAFIA:

F.I. Mannu, Su patriota sardu a sos feudatarios, a cura di L. Carta, Cagliari 2002.

Dizionario Biografico Treccani, Francesco Ignazio Mannu.

 

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