Kamtech, Cambogia

visita all’S21, tra ideologia e storia

L’ideologia è libertà mentre si fa, oppressione quando è fatta.  J.P. Sartre

Durante i giorni trascorsi in Asia, ho avvertito in maniera quasi fisica la barriera culturale che separa Occidente e Oriente. L’Indocina è una terra antica, con tradizioni stratificate nei millenni e lontanissime da noi, da me. Un denso velo da squarciare a cui si aggiunge quello del tempo, essendo nata oltre vent’anni dopo il regime dei Khmer Rossi. Sono veli pesanti che cambiano e distorcono la percezione dei momenti. Per questo ho avuto bisogno di una guida nel tuffo nella storia che mi ha portato, in quei giorni in Asia, a voler ad ogni costo toccare con mano la storia del regime. La guida è la voce di Fratello Duch, membro del partito e direttore dell’S21 e di Choung Ek, nelle lunghe interviste fatte pochi anni fa dal regista cambogiano e vittima del regime Rythy Panh, contenute in un libro terrifico e chiarificatore: L’eliminazione. Chi meglio di un rappresentante del regime può raccontarlo, descriverlo?

 La parola chiave per immergerci in quel periodo è stata vergata e pronunciata centinaia di volte da Fratello Duch nei 3 anni, 8 mesi e 20 giorni in cui i Khmer Rossi sono stati al potere. La parola è nuova, inventata per definire qualcosa che prima non esisteva, di cui non c’era necessità. Potrà sembrare una banalità, ma linguaggio definisce le nostre azioni e le nostre azioni definiscono chi siamo, chi saremo, chi vogliamo essere. Le parole sono precise, indicano e chiariscono, mettono confini. Questo è ancora più vero per l’Angkar, la cui ideologia passa interamente per le parole degli slogan ripetuti ossessivamente dai megafoni in ogni campo, in ogni villaggio, ogni giorno e ogni notte. La parola è Kamtech, che vuol dire distruggere e cancellare ogni traccia, della vita e della morte. Kamtech è molto di più: sono i khmer Rossi. Fratello Duch lo dice chiaramente:

-Manca uno slogan ancora più importante. <<Il debito di sangue va ripagato col sangue>>.

 Ero sorpreso. Perché questo? Perché non uno slogan più ideologico? 

Duch mi ha guardato: 

-Monsiuer Rithy, i khmer Rossi sono eliminazione. L’uomo non ha alcun diritto.

Queste parole, pronunciate da colui che era responsabile dei più conosciuti tra i campi della morte cambogiani, sono l’inizio del viaggio nell’ideologia dei Khmer Rossi. Fratello Duch, un numero uno dei numeri due. Prendeva ordini direttamente dal Comitato Centrale, l’Angkar, formato da uomini e donne che così capillarmente dirigevano quella nuova Cambogia, la Kamphucea Democratica, come fossero il direttori d’orchestra di 7 milioni di strumenti che suonavano una musica assurda e terrificante. Ma su quale spartito?

Perché uno spartito, un piano c’era, c’è sempre stato. Non si cada nell’inganno di credere che sia stato un errore, qualcosa di non voluto ma ineluttabile. Il piano è espresso nel testo “La linea politica che costituisce la strategia rivoluzionaria in Cambogia”. Come piano è molto semplice: fondare un paese costituito da sole due classi, gli operai e i contadini. È un paese in cui non esiste il denaro, non esiste la proprietà privata, tutte le necessità sono soddisfatte dallo Stato, l’unica famiglia a cui dovere obbedienza e riconoscenza. Ma i paesi non nascono dal niente, e la Cambogia ha una storia millenaria. Ci sono “capitalisti, feudatari, funzionari, classe media, intellettuali, professori, studenti”. Ci sono soldi, belle case, moto, auto. Ci sono i ricchi e ci sono i poveri. Come fare?  È sempre dalle interviste di Duch che si profila la soluzione, banale e scontata:

Duch un giorno mi dice: “Il grande balzo in avanti: è uno sbaglio considerarlo dal punto di vista dello sviluppo economico. Il grande balzo in avanti è la distruzione delle classi”. Pol Pot voleva solo due classi e le voleva alla svelta.

evacuzione di Phnom Penh, 17 Aprile 1975, wikipedia

Così il 17 Aprile 1975, Phnom Penh viene svuotata di ogni suo abitante, diventando una città fantasma. I suoi abitanti diventano il <<Popolo Nuovo>>, un popolo in marcia verso le campagne dove verrà rieducato dal <<Popolo Vecchio>> alla vita contadina. Una vita dura, sotto un costante controllo. Il denaro cessa di esistere, svanisce in fumo come la banca centrale della Capitale e la sua biblioteca. Leggere non serve, scrivere non serve, serve solo il lavoro nelle risaie. Ma neanche il riso che coltivi è tuo, è di tutti, dell’Angkar, e quindi di nessuno. Nessuno è più ricco di un altro e la proprietà privata sparisce, anzi, è segno di egoismo e per questo malvista e punita. 

Slogan dell’Angkar: << I beni di ogni cambogiano stanno in un fagotto >>.

uniforme dei Khmer Rossi, wikipedia

Se non possiedi niente, sei uguale agli altri. Ma non basta. Non devi solo non avere nulla, per diventare uguale, devi sembrare uguale agli altri. Tutti i vestiti vengono tinti di nero, tutti portano il krama. Tutte le donne portano i capelli a caschetto, tutti gli uomini li tengono corti. Tutti lavorano nei campi o nella costruzione di dighe o canali. Il lavoro si interrompe solo quando arriva l’ora di mangiare, tutti insieme nella mensa del villaggio, a orari prestabiliti. Nessuno può cucinare per sé, il poco cibo è uguale per tutti. Spostarsi dal villaggio a cui si è assegnati è vietato. Gli unici matrimoni concessi sono quelli stabiliti dall’Angkar, l’amore non è contemplato. Qualsiasi cosa si ricolleghi al passato, qualsiasi cosa non sia cambogiano, è borghese e anti-rivoluzionario,  e quindi vietato. 

Slogan dell’Angkar:<< Dovete dire tutto all’Angkar>>

Il controllo è ferreo, ogni altra persona è nemica: sono i tuoi compagni a denunciarti davanti alla comunità. Il clima è così teso la pressione così forte da far sgretolare i nuclei familiari. I bambini, sotto la spinta dell’indottrinamento, denunciano i loro genitori. Le denunce riguardano ogni aspetto della vita: mangiare del cibo che si sta raccogliendo, uccidere un animale per mangiarlo, usare medicine occidentali, cantare. Alla  denuncia segue l’autocritica, che ha sempre una conseguenza. 

La donna si è alzata, lo sguardo lontano, e ha ammesso il suo errore, a lungo. “Sì, ho raccolto dei manghi. Li ho raccolti di nascosto. Volevo tenerli per mio figlio e per me. È un comportamento individualista e borghese. Ho pensato solo a me. Ho commesso un errore. Mi vergogno. Ho dimenticato il popolo e gli ho fatto un torto. Devo cambiare. Comportarmi meglio. Imploro il perdono dell’Angkar. Imploro il perdono del popolo.”

Non ricordo di averla rivista, in seguito.

La conseguenza sono l’S21, Choung Ek, e le centinaia di fosse comuni di cui è costellata la Cambogia. Fosse come pietre miliari di quel grande balzo in avanti voluto da Pol Pot, a segnare la scomparsa dei monaci, dei medici, degli intellettuali. Della classe dirigente cambogiana non è rimasto niente. L’S21, un tempo detta Tuol Sleng, è la prigione che li ha inghiottiti tutti.

Libro nero di Duch, definizione di quelli che sono passibili di entrare all’S21 :“Quelli che sono liberi, e liberi di parlare, e quelli che sono già sorvegliati dall’Angkar”. 

monumento commemorativo all’ingresso di Tuol Sleng, Novembre 2018

A 45 anni di distanza da quei giorni mi trovo qui, a mille miglia da casa, con le parole di Duch che mi risuonano in testa. Il viaggio nell’ideologia non è finito in mezzo a questa strada stretta, è solo giunto il momento che si intrecci con i fatti, con la Storia. Dietro di me c’è un bar ricoperto di rampicanti. Di fronte, l’S21, detta anche Tuol Sleng. Non ci sono “arbeit macht frei”  all’ingresso. C’è solo un cancello, abbracciato da alti muri grigi, un po’ anonimo. Un passo, sono dentro. C’è un piccolo giardino di erba verde, con qualche palma a gettare un poco di ombra. Intorno a noi, dei tozzi edifici a tre piani, le stanze separate da un ballatoio che dà sul giardino. Tuol Sleng, una volta, era una scuola. Era piena di vita, di ragazzi, risate, pianti. Adesso qui c’è solo silenzio. È un luogo della memoria. Tuol Sleng, in cambogiano, significa “la collina dell’albero del veleno”. Ed è qui che, per qualche strana, contorta ironia, è cresciuto il frutto  avvelenato del regime. L’esistenza stessa dell’S21 è illustrata dalle parole di Duch:

“La politica è la base. Bisogna sempre privilegiare il lavoro politico. Poi si passa alla tortura. Ci sono delle tecniche di tortura. Ma ci vuole sempre una pressione politica.” 

È la guida a spiegarci come l’ordinata e paranoica ideologia della rivoluzione, legittima se stessa nella ricerca di un nemico. In uno scimmiottamento osceno di quegli ideali libertari e rivoluzionari appresi dalla Francia, all’arresto e all’arrivo a Tuol Sleng segue sempre un serrato interrogatorio, per poter ottenere una confessione, a cui, immancabilmente, segue una condanna. 

cartello all’ingresso, con le regole della prigione, Novembre 2018

“Bisogna preparare i prigionieri a raccontare la loro vita da traditori”.

Dietro questo cartello, posto all’ingresso ci sono 14 tombe, 14 tumuli senza nome. L’S21 si rivela subito per quello che è: un centro di tortura. L’edificio A era destinato a questo scopo. Quando i vietnamiti entrarono in città lo trovarono vuoto e disabitato. Ma l’odore della morte non se ne va con le persone, e rimase ad  aleggiare tra i pochi corpi freddi lasciati nell’edificio, ancora legati al letto metallico su cui venivano torturati. Quel letto è ancora lì, e il sangue macchia ancora il pavimento a scacchi bianchi e gialli. Fa caldo, caldissimo, e i nostri passi rimbombano tra le aule, spezzando il silenzio in maniera quasi oscena. Sulle pareti le foto in bianco e nero mostrano quelle stesse aule, amplificando l’orrore. Mentre guardo fra le grate ho i brividi. Di fronte all’edificio B, ci sono 3 grandi vasi, proprio sotto un arco di legno. Un tempo l’arco veniva usato dagli studenti, ma anche quello, come ogni cosa, è diventato strumento di tortura. Tutto, pur di ottenere una confessione.

aula utilizzata come luogo di tortura, S21, Novembre 2018

Prâk Khan, inquisitore appartenente al “gruppo d’assalto”: “La confessione deve essere come una storia. Ci vogliono un inizio e una fine. E il nemico deve essere il Kgb, la Cia o un agente vietnamita nemico del nostro paese”.

Confessioni come storie. Storie sempre uguali, che seguono rigidamente dei copioni prestabiliti. Dopo la tortura, la confessione, che passa dalle mani degli inquisitori alla scrivania foderata di carta di Fratello Duch, che legge, annota, la vaglia alla ricerca della più piccola incongruenza. Poi la rimanda indietro e la tortura riprende e così la confessione, versione dopo versione, anche 30 in una sola settimana per prigioniero, fino a quando la storia è liscia, perfettamente raccontata, inattaccabile. Fino a quando Duch non è soddisfatto. È lui che manovra questo orrore, lui che lo racconta mentre percorriamo queste aule.

Domanda: “Dunque tutti sapevano che le confessioni erano false?”.

Duch: “Sì, ma nessuno osava dirlo! Monsieur Rithy, amo il lavoro della polizia, ma per cercare la verità! Non mi piace farlo alla maniera dei Khmer rossi”.

Non si cada nell’errore di credere che Fratello Duch fosse un piccolo ingranaggio, incastrato in qualcosa di immensamente grande. Duch era, per sua stessa definizione, un tecnico della rivoluzione. Duch nega di aver saputo delle torture, di aver sentito le urla o visto il sangue. Si ritiene un tecnico, specchiandosi in una immagine asettica, burocratica. Ma c’è tecnica anche nella tortura e nella confessione ed è difficile credere che a Duch non piacesse la “maniera” dei Khmer Rossi, visto che è stato lui a codificarla. Prima di arrivare a dirigere l’S21, Duch ha diretto l’M13, un’altra prigione del regime. Il suo, non è un lavoro di concetto:

All’M13 Duch dorme poco e interroga molto. Esamina i palmi dei prigionieri. Quando hanno una linea della vita lunga, è sorpreso: “Non è possibile!”. Gli chiedo: “Dopo li uccideva?”. Duch mi risponde ridendo: “Sì!”.

Durante i lunghi anni nel centro M13, non ha solo perfezionato le tecniche di tortura. Le ha trasmesse. Duch, prima di essere un rivoluzionario, era un insegnante di matematica. Ha preso con sé  dei giovanissimi, di 10, 12 anni, da zone isolate e poverissime. Li ha portati prima all’M13, poi all’S21, insegnando loro come torturare, come uccidere, tenendo lezioni e conferenze. Di queste lezioni esistono prove,conservare proprio qui, a pochi passi da noi, negli archivi dell’ S21: un quaderno nero di scuola, in cui qualche compagno inquisitore ha appuntato con attenzione le parole del maestro. Duch stesso ammette che sono parole sue. Dalla matematica all’ideologia il passo è breve.

alcuni strumenti di tortura di fronte alle 14 tombe senza nome, S21, Novembre 2018

Io: “All’S21, i suoi uomini sono stati crudeli, qualche volta? Feroci?”

.Duch: “No, mai. Né crudeli né feroci. Ferocia e crudeltà non fanno parte dell’ideologia. Ed è l’ideologia che comanda. I miei uomini hanno messo in pratica l’ideologia”.

L’ideologia e la tecnica dell’ideologia sono le uniche cose necessarie. È a questo che si riduce l’S21: non la tortura fine a sé stessa, non le confessioni false, non la fame e l’orrore, ma all’ideologia. Per l’ideologia, questi giovanissimi inquisitori lavoravano ogni giorno, dalle 7 del mattino a mezzanotte. Vivevano blindati dentro queste stanze inquiete che attraversiamo con il respiro spezzato, col divieto assoluto di uscire dalla prigione, di vedere altro oltre a queste pareti che ci soffocano, murati vivi in una città deserta. Il motivo per cui sono stati scelti è raggelante nella sua semplicità:

Il loro livello culturale è basso ma mi sono leali,” spiega Duch. Più tardi: “Quelli che in origine non sono contadini, esitano a uccidere. Non lo fanno con le proprie mani. Ma i contadini ignoranti, se gli si chiede di uccidere, lo fanno. Lo fanno con le loro mani”.

Solo Duch poteva decidere di uccidere. Nel quaderno è scritto più volte, non si può uccidere senza l’ordine di farlo. Il perché è scritto sempre nel quaderno nero:

“Se il prigioniero muore, si perde il materiale.”

Loro si limitavano ad eseguire. S.Moeun, giovane secondino addestrato da Duch, uccide un prigioniero prima di aver ottenuto una confessione. A sua volta, viene arrestato, torturato e, dopo la confessione, portato a Choung Ek dove viene ucciso. Da secondino a prigioniero, in un battito di ciglia.

alcune foto dell’archivio dell’S21 di prigionieri deceduti in seguito a tortura, Novebre 2018

Interrogato, un secondino  dice: “I prigionieri non avevano nessun diritto. Erano metà uomini metà cadaveri. Non erano persone. Non erano cadaveri. Erano come animali senza anima. Non avevamo paura di fargli male. Non temevamo per il nostro karma”.

Metà cadaveri che respiravano, soffrivano, nelle aule del blocco B. Entrando, manca l’aria. Sui muri e sul pavimento sono rimaste tracce a raccontare una storia: decine di persone chiuse nella stessa stanza, sdraiate incollate l’una all’altra, coi piedi fissati al pavimento, senza potersi muovere, nell’afa terribile che avvolge ogni cosa, senza mangiare e senza bere. Siamo in  6 qui dentro, e già mi sento soffocare. Più giù, troviamo le celle singole. In ogni aula si apre una geografia di celle grezze, tirate su in fretta, con mattoni e cemento a vista. Minuscoli bugigattoli di 60 cm, senza aria e senza luce, chiusi da pesanti porte in legno. Sul pavimento c’è qualche gavetta metallica bitorzoluta e rovinata, che non riesce a nascondere le macchie colore ruggine del sangue vecchio. Qui, affamati, assetati, venivano rinchiusi dopo le sessioni di tortura. Esco fuori, sul ballatoio, con la testa che ronza appena, affannata e nauseata. Ma sui ballatoi corre il filo spinato voluto da Duch dopo che un prigioniero era riuscito a scappare da lì, nell’unico modo possibile: buttandosi. Il senso di oppressione è sempre più forte, insieme al disgusto e al senso di colpa.

 

Duch dice di non ricordarsi del filo spinato. Se lo ricorda Vann Nath, pittore e prigioniero, uno dei pochissimi sopravvissuti. Duch ha usato le sue capacità di pittore per anni, facendogli dipingere decine di dipinti di Pol Pot. Ironicamente, i pochi sopravvissuti all’S21 fanno parte di quel “Popolo Nuovo” che il regime cercava così tenacemente di distruggere. Vann Nath non ha mai smesso di dipingere, ma ha cambiato soggetto. Tuol Sleng e i suoi orrori  riempiono i suoi quadri, che a loro volta riempiono Tuol Sleng, come finestre appese sul passato. Basta guardarli e sono lì. Ogni pennellata trasmette il dolore, la paura, la rabbia, la dimensione di un quotidiano terribile che si mescolano, soffocandomi sempre di più. Non credo che ne abbia mai parlato in pubblico, ma sento che i suoi quadri sono così precisi perché rivede quelle scene ogni notte, fra incubo e ricordo. Le torture, le celle, i secondini. Ogni attimo di quegli anni infernali è impresso sulla tela. I suoi quadri però non sono l’unica testimonianza di quegli anni. L’archivio dell’S21 è incredibilmente ricco e intatto.

celle all’S21, novembre 2018

Domanda a Nhiem Ein, uno dei fotografi dell’S21: “Cos’è una buona fotografia?”. 

Mi risponde: “Bisogna che le pupille siano a fuoco”. 

Non capisco: “Ma perché?”.

 Mi fissa: “Per poterli ritrovare se scappano…”.

foto dei prigionieri esposte all’S21, Novembre 2018

Nel blocco C sono esposte tutte le migliaia di fotografie del prigionieri che sono passati per l’S21. Sono qui, separate dai loro fascicoli, così maniacalmente redatti da Duch, per permettere a coloro che hanno perso qualcuno di cercarlo. Quando qualcuno veniva arrestato, la famiglia non veniva informata. L’Angkar non doveva informare, né giustificarsi. Migliaia di persone sono svanite nel nulla. Le stanze sono invase da pannelli ordinati. Su ogni pannello ci sono centinaia di foto, in bianco e nero. Centinaia di occhi vuoti che fissano. I morti non giudicano, ma scrollarsi di dosso queste migliaia di paia d’occhi è impossibile. Semplicemente, non puoi non sentirti in qualche modo coinvolto, complice, non sentire di dovergli qualcosa. Fra i volti c’è persino qualche occidentale. Molti sono bambini. Sono i figli dei prigionieri, i cosiddetti bambini-nemici. Solo una manciata di loro sopravviveranno, nascondendosi durante la fuga dei secondini dalla prigione dopo la caduta della capitale nel 1979. Prima di uscire, appendo una preghiera per loro. Non mi solleva, la testa ronza sempre più forte, respiro a fatica, mi sembra che il cuore non voglia più battere. Mi accascio su un gradino, stremata, e lo vedo. È un bambino piccolo, vicino al suo passeggino, che gioca con dei fiori. Profuma di rinascita, di riscatto, di vita. La vita e la memoria, all’S21. Mi sento meglio.

20 giugno 1977 all’S21.

253 esecuzioni: 225 uomini, 28 donne;

3 camion

2 fosse

Questi sono i numeri di un giorno all’S21. Sono scritti da Fratello Duch, tecnico della rivoluzione, direttore del Santebal, la polizia politica del partito, diretto organizzatore della più temuta e importante prigione (l’S21) e campo di sterminio (Choung Ek) del regime. Da qui passeranno i rivoluzionari uccisi nelle purghe del 1977, ministri e alti funzionari dei Khmer Rossi insieme a tutti gli altri. Dopo la caduta del regime nel 1979, Duch è fuggito, ha vissuto in incognito per anni, insegnando e convertendosi all’evangelismo. È stato catturato nel 1997 e posto sotto processo, insieme ad altri pochi esponenti del regime. Nel 2010 viene condannato a 35 anni di carcere di cui 11 già scontati. Quando non cerca di minimizzare il suo ruolo o non dice di non ricordare, Duch dice:

“Io ero la polizia della Kampuchea democratica, che ha avuto un seggio all’Onu fino al 1991”.

In quasi 4 anni, sono passate per l’S21 tra le 12.000 e le 20.000 persone, per poi venire portati a Choung Ek, per essere uccisi. Ci sono solo 12 sopravvissuti.

La verità è veleno. (Proverbio cambogiano)

Tutte le parti riportate in corsivo sono estratte dal libro L’eliminazione, del regista Rythy Panh, vittima del regime cambogiano, che ha svolto per anni un accurato lavoro di ricerca sul regime dei Khmer Rossi, documentando e intervistando coloro che presero parte a quegli eventi. Tutti i dialoghi sono reali.



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