Choeung Ek: dentro i Killing Fields

La capitale cambogiana si appoggia melanconica sulle ampie sponde del Mekong, che scorre placido vicino a noi, lungo tutta la strada. Siamo diretti lontani dal centro città, e ci mettiamo un po’ ad attraversare questa splendida capitale, coi sui tetti dorati, i viali alberati e i sottili palazzi francesi dai cui giardini spuntano alte palme. È una città ricca di colori vita e movimento, in cui tutto sembra incastrarsi alla perfezione quasi per magia. Come la nostra guida, che abbiamo trovato all’alba, proprio sotto il pullman che ci ha portati qui da Sieam Reap. Ci ha visto scendere e ci ha proposto di accompagnarci, col suo tuc tuc nero e rosso. Una fortuna incredibile e insperata. Ci mettiamo poco a contrattare: 4$ a testa, una cartina e un nome, Killing Fields. 

scorci di Phnom Penh, Novembre 2018

Fa  caldo ormai quando arriviamo e niente nell’ingresso ben dipinto e nelle cortesi signorine che distribuiscono le audio-guide fa intuire l’orrore che si è svolto lì dentro. Così entriamo, con una voce femminile che inizia a raccontare della Marcia di Pol Pot sulla Capitale, mentre le api ronzano fra i fiori dei cespugli che costeggiano il viale principale. Di fronte a noi si staglia verso il cielo una torretta, uno stupa buddista di pietra bianca, con la cupola dorata che riflette la luce del sole. Un posto idilliaco e sono molti i turisti che in queste prime tappe si fermano sulle panchine con un sorriso sul volto. La voce femminile della audioguida però, si fa sempre più insistente.

ingresso di Choung Ek, Novembre 2018

Choeung Ek, questo è il vero nome dei Killing Fields. È forse il più noto delle centinaia di campi della Morte che hanno infestato la Cambogia. Qui arrivavano i prigionieri della S-21, la più temuta delle prigioni cambogiane. La prima fossa comune arriva come un pugno. Siamo su una passerella quando scopriamo che sotto di noi sono state ritrovate 450 persone. Arrivavano di notte, su un camion sgangherato, pieno di gente terrorizzata, donne, bambini. A Choeung Ek però era sempre giorno. I fari venivano tenuti accesi tutta la notte, in modo da poter procedere subito con le esecuzioni. Degli altoparlanti sparavano a tutto volume le trasmissioni del regime e le canzoni rivoluzionarie per coprire le urla e mantenere le guardie motivate e in costante allarme. I prigionieri, incappucciati, venivano messi in fila indiana sul bordo delle fossa e fatti inginocchiare. Spesso non erano nemmeno i boia ad occuparsi di loro. Si limitavano a mettere in mano un martello al secondo della fila, intimandogli sotto la minaccia di un fucile di colpire la persona davanti a lui. E quello colpiva, sapendo di essere il prossimo. Far passare il martello di mano era il modo migliore per risparmiare i proiettili. Non sempre però quel corpo incerto bastava a uccidere, riusciva solo a far cadere il prigioniero nella fossa, ferito, sopra i corpi di chi lo aveva preceduto, per essere seppellito vivo dai corpi degli altri che lo avrebbero seguito. Dopo, le guardie si limitavano a gettare nella fossa sostanze chimiche, acidi, per tenere a bada l’odore e  sciogliere i corpi. A raccontarlo è la viva voce di Him Huy, guardia e boia di Choeung Ek. A una decina di metri dalla fossa, poco più che un avvallamento nel terreno, si apre ciò che resta di un frutteto, con le galline che razzolano tranquille. È immerso in una luce che adesso pare quasi un sudario. Nessuno sorride più.  

Poco più in là, si apre un’altra fossa. I corpi qui, sono stati sgozzati. La voce femminile, sempre pacata, ci dice che per farlo, venivano usati i rami della palma da zucchero, che ha i bordi seghettati e  affilati come un coltello. Per la prima volta, le palme mi appaiono inquietanti. Guardandole, mi viene in mente una frase del libro di Terzani sulle palme di Pol Pot:

” Non vedi che i cocchi sono molto troppo alti per l’età che hanno? Quei cocchi hanno avuto uno speciale fertilizzante: cadaveri umani! “

Al tempo di Pol Pot i nemici di classe, gente in nessun modo utile da viva, dovevano almeno servire a qualcosa da morti ed i khmer rossi li usavano per concime. ” Guardo questi alberi e sento ancora bisbigliare: Faresti dell’ottimo cocco! Ucciderti per concimare i cocchi…! “. Oggi ci sono migliaia di questi ” alberi di Pol Pot ” in ogni città abbandonata del paese ed i cambogiani dicono che sotto ognuno giace un cadavere.

fosse comuni colpite dai monsoni, Novembre 2018

Nonostante il caldo e la luce sempre più forte, ho la pelle d’oca. Sotto i nostri occhi sfilano gli strumenti agricoli usati per uccidere: zappe, roncole, machete, martelli. Una dopo l’altra, le testimonianze dei sopravvissuti al regime di Angkar, altro nome dei Khmer, si insinua nelle orecchie e nella testa: il racconto di una madre che perde il figlio, di stupri e violenze e la testimonianza di un ragazzo, ora uomo, che si è visto perso, mentre abbandonava le grandi e vuote strade della capitale per ritrovarsi perso di nuovo in un villaggio, nelle campagne. Racconta quasi passivamente di come fosse costretto a lavorare dall’alba al tramonto senza sosta nei campi, con solo una ciotola di zuppa, paura e incertezza a tenerlo in piedi. Solo quando racconta di come abbiano ucciso suo cugino proprio davanti ai suoi occhi la sua voce si incrina appena. Lui è un sopravvissuto. Non ai Killing Fields, certo. Nessuno è sopravvissuto qui. La sua storia mi accompagna mentre costeggio il grande lago che occupa un terzo del parco. Grandi alberi costeggiano la strada, le canne si agitano appena nel vento. È un posto bellissimo, illuminato da questa luce e mi sembra tutto terribilmente sbagliato, fuori luogo. Non sembra davvero possibile che in un posto così sia successo tutto questo.

il lago di Choeung Ek, Novembre 2018

 Ho appena superato il lago, quando li vedo. Sono dei vestiti, sporchi di fango. Ne avevo visto uno anche prima, appena fuori dalla passerella. Pensavo fosse caduto a qualche turista e fosse rimasto lì, a sprofondare nel fango sotto l’acqua torrenziale della stagione delle piogge. Mi sbagliavo, ovviamente. Sono questi cenci colorati troppo lontani dalla passerella, con l’erba che spunta irriverente dalla pieghe, insieme a un stecca bianca e lucida, a dire senza troppi giri di parole che quella, una volta, era una persona. Sono 86 le fosse scavate a Choeung Ek. Altre 43 sono rimaste intatte, per lasciar riposare i morti in pace. Ma questi sono morti che non vogliono lasciare in pace i vivi, non vogliono essere dimenticati. Ad ogni stagione delle piogge, quando i monsoni rendono questa terra più lieve, decine di corpi tornano alla luce. Le loro ossa baluginano bianche ai piedi delle passerelle, spuntano inquiete tra le radici degli alberi, fino a quando, una volta al mese, mani pietose non le portano  al memoriale. Ogni mese nuovi corpi si affacciano dalla terra molle. Sono quasi 9000 i corpi  ritrovati ai Killing Fields, 5000 di questi conservati nello stupa.

vestiti e resti umani ai piedi di una passerella, Novembre 2018

La passerella termina ai piedi del Magic Tree, l’Albero Magico usato per sostenere gli altoparlanti accesi per nascondere le urla. Non è un caso che abbiano scelto quest’albero, proprio al centro del campo. Da qui si vede benissimo il suo gemello, l’Albero della Morte. Dicono che di fronte alle immagini di quest’albero, Kang Kek Iew meglio noto come Fratello Duch e responsabile di Choeung Ek e del S-21, abbia pianto. Di sicuro, piangevano i bambini che, afferrati per i piedi, contro quest’albero venivano sbattuti fino a morirne. Si sa cosa successe da molto prima che Duch lo raccontasse in tribunale, nel 2009. Lo raccontano le persone e le foto di chi arrivò qui dopo la caduta del regime e trovò, circondato da fosse immense, un albero rosso sangue, con ancora i resti delle vittime sulla corteccia e i loro corpi in una fossa all’ombra delle sue fronde. Molte piogge e molte mani hanno da quel giorno lavato quest’albero, che oggi è ricoperto di bracciali colorati che oscillano appena nella calura pomeridiana.  Un gesto di insensata gentilezza, che spegne ogni ferocia.

Killing Tree, Novembre 2018

Per caso, ci ritroviamo tutti insieme ai piedi dello stupa. La luce adesso è così forte che riflettendosi sulla pietra bianca diventa accecante. Ci togliamo le scarpe e con la testa china, entriamo. Lo spazio libero, in una quieta penombra,  è piccolissimo. Lo stupa è occupato interamente, dalla base a fino alla cupola, dai resti delle vittime. I crani frantumati non giudicano, eppure non posso fare a meno di sentirmi colpevole. Quando usciamo, in silenzio, la luce è così forte che non riesco a tenere gli occhi aperti. Sole maledetto.

due degli undici ripiani dello Stupa, Novembre 2018

Abbiamo il passo pesante, nessuno parla, mentre ci dirigiamo al museo, l’ultima tappa in questo tour dell’assurdo. Siamo vicini all’ingresso e il contrasto fra la normalità degli edifici e la brutalità che abbiamo sentito è stridente, quasi grottesco. Mi sembra impossibile che non sia una cosa di cui si parla ogni giorno, ogni ora, una cosa di cui sapevo poco e niente fino a qualche mese fa, che si possa considerare uno dei tanti inciampi della storia, un perché senza risposta. Quello che è successo qui è di una ferocia aberrante, non è accettabile, ignorabile, normale. Normali però sono i volti che ci fissano dalle pareti, i volti di Angkar, dei capi del regime. Non sono mostri, sono persone normali, di quelle che incontri tutti giorni per strada e di cui ti dimentichi un secondo dopo averle incrociati. È questa la banalità del male?  

Ma fratello Duch, che dirigeva Choeung Ek, non è mai stato banale. Si riteneva un ingranaggio, un piccola ruota dentata di un meccanismo enorme. Ma era più di questo. Era un uomo istruito, colto, che ha scelto di deporre  la  propria coscienza, la propria umanità. Torturare qualcuno, plagiare dei bambini affinché lo facciano al posto tuo, uccidere, far sparire i corpi. Sono le parole, spogliate dall’ideologia, a rendere chiara la realtà: un verbo, un’azione. Che viene sempre compiuta da qualcuno, su qualcuno o qualcos’altro. Agire o non agire è una scelta. 

Non è banale scegliere di compiere il male, di arrecare dolore, di far cessare una vita. Puoi compierla in nome di chi vuoi, su ordine di chi vuoi, ma tu scegli di compiere del male.

Io: “Cos’è il dovere?”.

Duch: “È un ordine dato da un uomo a un altro uomo”.

Gli chiedo la differenza fra “dovere” e “missione”; o anche cosa sia un “obbligo morale”. Esita. In realtà non capisce la mia domanda. Quando non si crede alla libertà e alla coscienza, che differenza può esserci fra “dovere” e “ordine”, fra “dovere” e “missione”? 

Rythy Panh, L’eliminazione

Il male in Cambogia ha anche altri nomi: Pol Pot,  Khieu Samphan, Nuon Chea, Ieng Sary, Ta Mok, Son sen, Yu Yat, Ke Pauk.

 Questi nomi non vi dicono niente? Dovrebbero. Sono loro i nomi dietro l’Angkar. Il popolo cambogiano sapeva solo che l’Angkar era ovunque, invisibile, sapeva tutto e controllava ogni cosa, sorvegliando rigidamente ogni membro, punendo severamente ogni infrazione. Gli altoparlanti nei villaggi ripetevano ossessivamente degli slogan che lasciano ben poco spazio all’immaginazione:

“Meglio uccidere un innocente per errore che lasciare vivo un nemico per errore”.

E, nel caso ci fossero dubbi, chiarivano molto bene chi fosse un nemico:

” Chi protesta è un nemico, chi si oppone è un cadavere”

L’Angkar si vantava di avere più occhi di quante foglie avesse un ananas. I suoi membri  si celavano dietro i fumosi pseudonimi di Fratelli: Fratello n°1, Fratello n°2 e così via. Pare che nemmeno i loro parenti più stretti, i loro fratelli di sangue, sapessero chi erano in realtà. Addirittura si racconta che uno dei fratelli del capo del regime Pol Pot, al secolo Saloth Sar, scoprì che fosse il Fratello n°1 vedendo la sua immagine in un poster nella sala comune del villaggio in cui era stato deportato.

Usciamo dal museo con gli sguardi spenti. Sono passate solo poche ore da quando siamo arrivati, ma sembrano essere passati giorni, anni, molte vite. È la sete a riportarci nel presente. Banalmente, il nostro essere vivi in un posto congelato nella morte. Dalla parte opposta al museo dei piccoli baracchini di lamiera offrono qualche bibita, dei gelati semi sciolti nei congelatori che arrancano sotto questo sole impietoso. Due bambine con la loro mamma, sorridono mentre paghiamo un poco d’acqua e ridono divertite mentre assaggiamo i semi di loto che ci porgono, dividendoli con noi. Sono curiose, felici, sorridenti. Ridiamo insieme, è impossibile resistere al loro sorriso. 

Sorrisi e orrore. Ma cosa è successo qui?

 Mi viene in mente che, di tanto in tanto, nei reparti degli ospedali, arriva qualcuno che ha preso troppe pillole, si è  tagliato un poco le braccia o ha scritto un biglietto, dicendo di voler morire. Li chiamano gesti dimostrativi o, nei casi più  gravi, tentati suicidi. Molti sostengono che siano modi per richiamare l’attenzione, per gridare il proprio bisogno di essere visti, capiti, amati.  È  questo che è successo qui?

Si, è vero, la Cambogia si è  quasi ammazzata, trucidando un quarto della sua popolazione in 4 anni, bloccata solo dall’invasione vietnamita. Un popolo intero si è  chiuso a riccio dentro i propri confini, sterminandosi sistematicamente. Erano cambogiani le vittime e cambogiani erano i carnefici. È facile convincersene, e per un po’ ci credo anche io. Ma la verità è che è una soluzione di comodo, che sfiora solo la superficie, che ci sgrava dalla nostre responsabilità. Responsabilità storiche, economiche, culturali e sociali, di cui ci siamo lavati le mani prima e dopo  i decenni di colonialismo europeo ed americano, che hanno creato squarci profondi e sanguinolenti come solo le guerre di conquista sanno essere. 

Queste non sono le sole responsabilità che dobbiamo accettare. Ce n’è una, che possiamo portare ogni giorno, attivamente: la responsabilità della memoria. Dobbiamo ricordare, e far si che altri ricordino perché questa devastazione non può e non deve rimanere nascosta fra le pieghe della storia, oscurata nella memoria occidentale dalla voce di un sergente americano che urla contro i viet-fottuti-cong. Non possiamo continuare a non ricordare, a non vedere, a fingere che dopo Auschwitz sia stato sempre un “ MAI PIÙ”.

Io ricordo. Ricordo che ad Ho Chi Minh, al Museo della guerra, fa bella mostra di sé un cartello, scritto in italiano: 

Museo della guerra, Ho Chi Minh City, Settembre 2018

Se il Vietnam era la nostra  coscienza, cos’è oggi la Cambogia? 

E non senza vergogna, mi chiedo se non sia la nostra coscienza sporca.

Tiziano Terzani, Fantasmi. Dispacci dalla Cambogia, Longanesi 2013

Rithy Panh, Christope Bataille, L’eliminazione, Feltrinelli, 2014

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