Liberi tutti! 42 anni di legge Basaglia

Il 13 maggio 1978 viene approvata la cosiddetta legge Basaglia, conosciuta da tutti in quanto avviò la chiusura degli ospedali psichiatrici, anche detti “manicomi”. In realtà la legge Basaglia non è altro che la legge n. 180/1978 che si intitola “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”. A scrivere e promuovere questa legge fu il deputato della Democrazia Cristiana e psichiatra Bruno Orsini. Il suo nome, però, è dovuto a Franco Basaglia, lo psichiatra che con il suo lavoro fece cambiare il modo di pensare alla “salute mentale”, non solo in Italia. La legge permise di avviare un processo lunghissimo, con un tempo di realizzazione di circa quarant’anni e che in alcuni suoi aspetti ancora non si è compiuto appieno, perché il “mondo della malattia mentale” porta con sé un grande bagaglio di pregiudizi e paura del diverso che spesso sono difficili da accettare e eliminare dalla mente delle persone.

Il cambiamento nella visione del malato mentale da parte dell’opinione pubblica, però, era iniziato già qualche anno prima che legge venisse promulgata: già nel 1968 il Ministro della Sanità Luigi Mariotti, paragonò i manicomi ai campi di concentramento nazista e si impegnò a proporre una legge che migliorasse la condizione dei pazienti ricoverati in queste strutture. Ridusse la capienza  a 500 posti a struttura al fine di evitare il sovraffollamento, abolì l’iscrizione al casellario giudiziario degli internati che era stata introdotta dal “codice Rocco”, il codice penale fascista nel 1931, che faceva si che all’interno dell’ospedale psichiatrico venissero ricoverati e rinchiusi anche i dissidenti politici. Infine introdusse il ricovero volontario, con la speranza che nel tempo divenisse la modalità principale di ricovero, eliminando i ricoveri  coatti. Queste modifiche erano volte a garantire delle libertà fondamentali: ogni individuo dev’essere libero di poter decidere della propria vita in maniera autonoma e solo in casi particolari ed estremi dovrebbe essere necessario agire contro la sua volontà. 

Fino al 1978 infatti chiunque fosse affetto da una patologia mentale veniva allontanato dalla famiglia e della società, molto spesso in maniera irreversibile. Non solo chi era affetto da patologie veniva internato, cioè ricoverato all’interno degli ospedali psichiatrici, ma anche chi era considerato deviante: queste persone venivano considerate pericolose anche se in realtà non lo erano e non avevano necessità di cure e venivano comunque tenuti in regime di isolamento e segregazione. Tra le persone considerate devianti, e quindi internate, come giustificato dal primo articolo della legge n. 36/1904, vi erano anche omosessuali e prostitute perché creavano “pubblico scandalo”. Questo articolo giustificava il ricovero anche di chi era considerato inadatto al proprio ruolo, come ad esempio  le donne considerate inadatte al ruolo di moglie e di madre, secondo il rigido modello di quel periodo. Venivano rinchiuse e considerate “ninfomani”, “indemoniate” o “malinconiche”, probabilmente molte erano affette da depressioni cliniche, perché insoddisfatte della propria vita o succubi di mariti sposati senza provare alcun sentimento. 

Alda Merini, internata in manicomio dal marito

La maggior parte dei ricoveri, come già accennato, avveniva in maniera coatta, su segnalazione di chiunque pensasse o individuasse una pericolosità della persona in questione, senza che fosse fatto alcun accertamento, con una fiducia cieca. Dopo un primo periodo di internamento provvisorio, i ricoveri potevano diventare permanenti. Chi veniva ricoverato era più un prigioniero che un vero e proprio paziente: spesso queste persone soffrivano il freddo, erano tenute in condizioni igieniche precarie ed  erano malnutriti, grazie anche al sovraffollamento delle strutture. I trattamenti che subivano potevano essere anche molto estremi come quelli con la camicia di forza e l’elettroshock;  si riteneva che questi trattamenti avessero funzione terapeutica, ma in realtà era soprattutto contenitiva, in quanto stordivano i pazienti rendendoli inermi e senza possibilità di avere comportamenti ribelli. Soprattutto nei primi decenni del Novecento si conosceva pochissimo di molte patologie psichiatriche, per questo piuttosto che curare le persone si tendeva a sedarle e “contenerle”. Furono diverse le leggi che privarono gli internati della cittadinanza, negando loro anche il diritto di voto. Dalla maggior parte della società non erano considerate nemmeno persone.

internate in manicomio, foto d’archivio

In questo panorama molto cupo iniziò il suo operato Franco Basaglia, medico psichiatra e neurologo, che divenuto direttore del manicomio di Gorizia cominciò a sperimentare nuovi modi per assistere le persone con problemi psichiatrici. Come primo passo, eliminò ogni tipologia di contenzione fisica e le terapie basate sull’elettroshock, fece aprire i cancelli dei reparti e introdusse attività ricreative per gli internati e per la prima volta dopo anni di prigionia, i pazienti poterono visitare in mondo esterno, accompagnati. 

Nel 1968 pubblicò il saggio “L’istituzione negata”, in cui raccontò la sua esperienza di direttore dell’ospedale psichiatrico di Gorizia. Quest’opera aveva scopo divulgativo e riscosse grande successo facendo diventare Basaglia famoso in tutta Italia.  Dopo il manicomio di Gorizia, Basaglia diresse il manicomio di Colorno, in provincia di Parma, che nel 1968 fu occupato da un gruppo di studenti che voleva una riforma dei manicomi, poi nel 1971 passò a quello di Trieste. Il mondo della malattia mentale stava iniziando la sua uscita dall’oscurità. 

Marco Cavallo e l’apertura del manicomio, Trieste 1973

Trieste nel 1973 fu scelta dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) come città dove iniziare a sperimentare nuove modalità di cura per le persone con problemi di salute mentale; nello stesso anno Basaglia fondò il “Movimento Psichiatria Democratica” formato da un gruppo di psichiatri attivisti intenzionati a cambiare il proprio mestiere e far chiudere i manicomi. L’impegno di Basaglia ispirò la promulgazione della legge che porta il suo nome e che restituisce la cittadinanza alle persone con problemi di salute mentale, eliminando la pericolosità dai criteri per cui una persona deve essere internata, istituendo gli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG) al posto dei manicomi criminali. Inoltre introdusse il trattamento sanitario obbligatorio (TSO) nel caso di pazienti con:

«alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati dall’infermo e se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive ed idonee misure sanitarie extra ospedaliere»

 ma sempre «nel rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici garantiti dalla Costituzione».

La legge Basaglia in realtà ebbe una vita molto breve perché venne sostituita dalla legge che, pochi mesi dopo, istituì il Sistema Sanitario Nazionale (L. 883/1978) e che comprende quasi completamente gli stessi articoli per quanto riguarda la cura della saluta mentale, delegando alle Regioni la maggior parte delle funzioni.

Come già detto, la legge n. 180 ebbe una realizzazione molto lenta, ci vollero circa vent’anni per la sostituzione degli ospedali psichiatrici con i centri di salute mentale e i centri diurni, le strutture residenziali che oggi si occupano di persone che hanno necessità di assistenza nel lungo il periodo insieme ai servizi di diagnosi e cura, cioè i reparti psichiatrici degli ospedali in cui avvengono ricoveri volontari e obbligatori 24 ore al giorno.

La legge n. 180 ha l’ambizione di stravolgere il modo di trattare il problema e i malati migliorando le condizioni di vita e l’Italia diventa il primo stato europeo a non avere manicomi. Nonostante il suo fondamentale contributo nel cambiare la cultura riguardante la malattia mentale, sono insorte nel tempo questa numerose problematiche, soprattutto per quanto concerne le persone affette da patologie gravi e difficilmente gestibili in famiglia. Infatti spesso, il carico maggiore di gestione della persona è affidato alla famiglia che, nella maggior parte dei casi, non possiede gli strumenti, sia economici che culturali, e per questo incontra numerose difficoltà nella gestione del malato psichiatrico senza  ricevere alcun tipo di sostegno specialistico. Un’altra problematica è legata a tutti quei pazienti non collaborativi, che non riconoscono la loro patologia, rifiutano le cure e l’avvio del trattamento di cui avrebbero bisogno. Per questo molte associazioni negli anni hanno richiesto l’avvio di una ridefinizione per quanto riguarda l’area del Trattamento sanitario obbligatorio (TSO) verso forme di cura obbligatorie, naturalmente ciò non sta a significare che vi deve essere una riapertura dei manicomi, ma un modello che tuteli la persona e la rete di relazioni che la circonda.

La critica che viene mossa maggiormente alla legge Basaglia è proprio quella di non aver previsto nei minimi particolari cosa sarebbe potuto accadere nel post chiusura, non considerando che la maggior parte delle regioni italiane non erano pronte a fornire una risposta tale da non gravare interamente sulle famiglie. È vero che la malattia mentale fa parte della nostra società da sempre, e che nessuno deve essere emarginato e alienato dalla società e dai propri affetti, ma è anche vero che per aiutare le persone è necessario fornire gli strumenti necessari per poter instaurare relazioni durature ed essere soddisfatto della propria vita. Nessuno deve essere privato dei propri sogni e a nessuno deve essere negato di raggiungere i propri obiettivi, naturalmente gli obiettivi devono essere commisurati alle proprie capacità che, grazie ai numerosi professionisti che lavorano nel settore, possono essere coltivate e ampliate. Le famiglie hanno necessità di un sostegno, non solo economico, ma anche professionale e ciò è possibile facendo sì che vengano costituite delle équipe territoriali multidisciplinari che comprendano oltre al personale sanitario anche gli educatori, assistenti sociali, psicologi, andando così a prendersi cura non soltanto della persona affetta dalla patologia, ma dell’intero nucleo familiare.

I malati mentali prima erano considerati “matti”, ed erano solo coloro che erano rinchiusi all’interno dei manicomi,  senza diritti, nella maggior parte dei casi non erano considerati nemmeno persone. Adesso sappiamo che ogni individuo che nasce è portatore di diritti e in quanto tale deve essere rispettato. La malattia mentale deve essere un tema maggiormente affrontato e conosciuto dalla società perché si verifichino meno episodi di esclusione e se prima il “matto”, “l’alienato”, “”il pazzo” non era considerati parte della società ora si deve lottare perché questo non accada più.

 

Bibliografia:

-L.n. 180 del 13 maggio 1978 

-Diritto di famiglia e servizi sociali- seconda edizione 2018, riveduta e aggiornata di Leonardo Lenti, Giappichelli editore, Torino 2018

 

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