Marco Cavallo galoppa, lotta, racconta

 

Si sente forte il bisogno di stimolare un desiderio al cambiamento, di stimolare almeno un pensiero, affinché qualcosa si muova o anche solo affinché possa nascere qualcosa di nuovo. E come, se non tentando di pungolare la nostra memoria individuale in modo che accolga in sé le tracce di un passato che pure risiede nella grande memoria collettiva? L’umile e forse inutile scopo è quello di evitare che un buon ricordo vada perduto perché, in fondo, ci son poche cose che valgono di più di un bel ricordo. E allora ogni tanto è necessario farne riemergere qualcuno.

Conservare, ripetere, non dimenticare, serve? Io penso che serva o che possa servire. Quantomeno a renderci custodi di certe gocce importanti di tempo, che magari diano al nostro personale tempo un andamento nuovo, diverso, al nostro pensiero un nuovo corso e magari al nostro agire una nuova consapevolezza, se non addirittura un’altra direzione. Questo, almeno, ciò che ci si auspica. Perché? Per non arenarsi, per non mettere a morte noi stessi, per darci la possibilità di cambiare, laddove necessario, per inserirci in una corrente contraria a quella più o meno sicura a cui siamo talvolta eccessivamente abituati.

Se si sente di dover cambiare direzione è bene fermarsi; fare qualche passo indietro, talvolta persino qualche salto. Se proprio non ci si vuole perdere si può provare a seguire delle tracce, e aspettare di vedere dove ci porteranno, dove arriveremo, e come soprattutto.

Un esempio di queste tracce sono le impronte lasciate dal passaggio di un grosso cavallo azzurro, dalla pancia piena zeppa di desideri. Si torna indietro, dunque.

È il 1972, siamo a Venezia. È Natale. Nella casa di Franco Basaglia, allora direttore dell’Ospedale Psichiatrico San Giovanni di Trieste, nasce un’idea. L’idea è quella di provare a fare un lavoro collettivo proprio all’interno dell’ospedale di sua pertinenza. Sì, di sua pertinenza, perché nel ’72 secondo la Legge n.36 risalente al 14 febbraio 1904, in particolare riferimento all’articolo 4, si prevedeva per il direttore di una struttura psichiatrica la “piena autorità”.  Anche l’Articolo 3 conferiva potere al direttore: esso infatti poteva avere l’ultima parola rispetto alla dimissione di un paziente, sebbene l’interessato potesse poi presentare reclamo e richiedere al giudice di riferimento una eventuale perizia. La Legge prevedeva, inoltre, limiti meno stringenti per il ricovero dei malati di mente nei manicomi (era sufficiente un certificato medico o un atto di notorietà per essere internati). E, infine, non garantiva ai degenti la possibilità di comunicare con il mondo esterno (ad esempio, con parenti o amici), a meno che il direttore non concedesse tale facoltà, ma sempre per propria discrezione.

L’Articolo 1 stabiliva che:

«Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli altri e riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere convenientemente custodite e curate fuorché nei manicomi».

Alla luce di questa Legge, erano ritenute devianti e venivano rinchiuse anche persone che non erano affatto pericolose e che non avevano assolutamente bisogno di cure tali da richiedere una condizione di segregazione all’interno di un ospedale, tra queste, oltre ai casi di persone depresse, comparivano anche soggetti ninfomani, prostitute e persone omosessuali.

Insomma, queste le modalità d’azione sancite per Legge, questa la realtà con cui doversi confrontare. Una realtà colma di difficoltà, non solo sanitarie e politiche, ma di comune mentalità. A Basaglia era chiaro che il sistema vigente andava contrastato con impellenza.

Per dare vita alla sua idea e avviare un processo al cambiamento a Franco Basaglia occorrevano «persone umanamente disponibili». Sì, perché se la situazione era quella sopra presentata, la realtà ospedaliera dei manicomi era in effetti tutt’altra cosa, assai più intricata e complessa. Lo era per i pazienti, per il personale operativo e per le condizioni che ogni struttura presentava in maniera più o meno diversificata.

L’idea è rivolta in primo luogo a Vittorio Basaglia, cugino di Franco, pittore e scultore. Basaglia riteneva che ci fosse bisogno di fare qualcosa con i pazienti, “i malati”, “i matti”, per meglio comprendere le loro condizioni e per far capire al mondo esterno che cosa fosse e come funzionasse un manicomio. Occorreva perciò qualcuno disposto a conoscerne la situazione, le persone che ci lavoravano e quelle che lo abitavano, solo dopo tentare di intesserne di nuovi con l’esterno. Per Basaglia era importante esporsi al necessario rischio di rinnovare le relazioni all’interno della struttura, modificando i metodi di approccio e di gestione e per poter poi instaurare una nuova relazione anche con l’esterno. Relazione che in quel momento mancava. Bisognava capire come uscire da uno stato di isolamento che stava portando solo danni e bisognava farlo insieme ai pazienti e con chiunque avesse a cuore la causa. Per far questo serviva qualcuno disposto a lavorare in condizioni estremamente difficili e capace di animare un luogo complesso, abitato da persone che per lo più si erano viste abbandonate ed emarginate dal resto del mondo.

L’idea trova i suoi primi sostenitori in Giuliano Scabia, Ortensia Mele, Federico Velludo, Vittoria Basaglia e Stefano Stradiotto.

Nessuna di queste figure era mai stata in un ospedale psichiatrico. Si trattava, infatti, di “artisti”: pittori, scrittori, attori, registi, animatori, fotografi, che aderirono al progetto, non senza ritrosie e qualche timore iniziale, spinti da un impellente urgenza di cercare, e magari trovare, nuovi sensi e nuove modalità dello stare insieme, nuove forme di comunicazione, di linguaggio, e quindi sperimentare nuove modalità di pensiero, nuovi modi di pensare e di pensarsi, che differissero dalla norma, da una codificata normalità e che si trasformassero in azioni concrete.

Anche per questi motivi Basaglia coinvolge dapprincipio degli artisti: era necessario allontanarsi dalle abitudini della “gente normale” per ricercare una nuova normalità o anche solo per trovare spazio e fornire un diritto d’esistenza nuovo a chi e a ciò che veniva irrimediabilmente etichettato come difforme, anormale.

La scelta di una collaborazione con degli artisti, insomma, risiedeva nella possibilità di affidarsi a una categoria di persone estranee alle abitudini e alla vita degli internati di un manicomio, estranee alla cura e alla loro custodia eppure disponibili, per natura del proprio operato, a mettersi in contatto con una realtà altra, relegata ai limiti più estremi della marginalità.

L’idea è discussa e ridiscussa, ma poi i progetti vengono presentati in un primo assetto ipotetico all’assemblea dei medici e degli infermieri di Trieste. Siamo, ormai, al 4 gennaio 1973. Nel concreto l’idea di Basaglia ruotava tutta intorno alla costruzione da parte dei pazienti di qualcosa di molto grade, magari utilizzando la cartapesta. Serviva qualcosa che permettesse loro di riscoprire principalmente le possibilità dello stare insieme e che gli consentisse di esprimersi liberamente. Bisognava capire poi come far vivere questo oggetto, come animarlo, avviando così possibilità di invenzione per gli altri e con gli altri.

Il progetto, approvato qualche giorno dopo, prevedeva (riporto qui con qualche taglio):

PROGETTO E SCHEMA DI LAVORO (schema vuoto)

  1. costruzione di un grande oggetto (venne proposta una casa, e poi altri oggetti o personaggi di varie dimensioni);
  2. informazione permanente, a tutti, su ciò che sta avvenendo:
  • il giro dei reparti;
  • il volantino;
  • il giornale murale;
  • il teatro vagante con un carrettino per portare in giro i materiali costruiti.
Scritta sul muro dell’ex ospedale psichiatrico San Giovanni di Trieste. Oggi Parco e città sono un giardino aperto, un laboratorio di imprenditoria sociale, di attività assistenziali e creative, di proposte culturali e di alta formazione.

 

Le attività cominciano il 10 gennaio del 1973 e proseguono per due mesi, ampliandosi e modificandosi di momento in momento. Ogni attività si è svolta a stretto contatto con tutte le persone che abitavano l’ospedale, istituendo in uno dei reparti, il reparto P, uno spazio-laboratorio.

Il progetto ha visto pian piano l’accrescere dei partecipanti. Col tempo, infatti, è progressivamente aumentato il numero dei pazienti coinvolti, degli infermieri e dei medici, fino a raggiungere, studenti, altri artisti, semplici cittadini, le televisioni e i giornali, i lavoratori di altre strutture della regione, ecc.

Il reparto P da luogo deputato all’incontro è divenuto luogo della lotta per la libertà.

Di questo periodo, esiste una cronaca redatta dagli stessi autori del progetto e curata in particolare da Scabia, che, dopo un lungo lavoro di revisione, analisi e rimaneggiamenti, durato più di un anno, ha tentato di rimettere insieme i pezzi di questa avventura e di restituire i passaggi più o meno cruciali del lavoro svolto sino al momento finale, che ha visto la costruzione di un grande cavallo azzurro e, finalmente, l’uscita in parata dei malati dall’ospedale per le vie del quartiere San Giovanni di Trieste, e che ha sancito di fatto non solo un primo atto di un bisogno di liberazione ma anche la volontà di creare un’apertura, per iniziare a considerare l’ospedale come uno spazio aperto («l’ospedale aperto»).

Nell’arco di tempo che ha visto lo svolgersi delle attività nell’ospedale, si è riusciti a coadiuvare, non senza difficoltà, le diverse attività artistiche con le varie attività di cura previste per i pazienti. Queste attività prevedevano innanzitutto un rinnovato rapporto con le persone, che risultasse più diretto possibile e garantisse una libera partecipazione di tutti. L’utilizzo di “strumenti creativi” come i disegni, la pittura, il canto, i balli, i burattini, il teatro, aveva come fine primario la creazione di un nuovo clima e di nuove modalità dello stare insieme. Quindi non si trattava tanto di trovare una nuova cura, ma di prendersi cura in maniera del tutto nuova di queste persone.

Compaiono nel testo molteplici testimonianze del supporto che queste attività hanno fornito a chi non era mai stato in grado di esprimersi, a chi non era capace di relazionarsi con se stesso e con gli altri e che invece poi è riuscito a trovare un proprio linguaggio e un proprio spazio, sentendosi non più isolato ma in comunità con gli altri. Per far questo Scabia ricorda che è stato necessario imparare e sviluppare prima di tutto una capacità di ascolto.

«Ascoltare con tutte le proprie forze chi fa fatica ad esprimersi è anch’essa una forma d’espressione. Forse la più difficile. Si tratta di amplificare al massimo le proprie capacità d’ascolto. […] E conveniamo che forma suprema di espressione è forse sviluppare al massimo la propria capacità di ascolto. Il massimo d’ascolto per afferrare il minimo di espressione. E non è, questa, invenzione reciproca? Ascoltare per sentire ciò che l’altro dice, non per ascoltare noi in lui (che è un pericolo che corriamo sempre)»[i].

Il fiorire, anche piuttosto repentino, di nuove modalità d’ascolto e comunicative ha di fatto contribuito al rafforzamento di una fiducia reciproca, in primo luogo tra artisti e pazienti, e, per questi ultimi, ha inoltre garantito un nuovo senso di libertà pur nella “prigionia” ospedaliera. Ciò è potuto accadere perché il reparto P è diventato davvero e in poco tempo uno spazio di ascolto, libero e soprattutto uno «spazio vivente», sempre più reale e fantastico insieme, un luogo diverso rispetto al luogo ospedaliero canonico, in cui tutto può succedere e in cui ognuno sia libero di fare quello che vuole, partecipare alle attività proposte come non far niente, di andarsene persino.

Durante una delle prime attività giornaliere al reparto P, proprio i pazienti, sotto il suggerimento di una di loro, Rosina, proposero e scelsero come “grande oggetto” un cavallo. In memoria del vecchio cavallo Marco, che fino a qualche tempo prima trasportava il carretto con i fagotti di biancheria tra un reparto e l’altro e che non finì al macello solo per amore dei pazienti, che, affezionati all’animale, con una petizione chiesero di destinarlo a sorti più felici. Marco Cavallo nasce dal ricordo di una causa vinta.

Marco Cavallo.

Attorno alla figura del cavallo si inizia a costruire: non solo il “grande oggetto”, ma persino una storia.

«La struttura del cavallo comincia a diventare un punto di riferimento per riunirsi […] i malati alla costruzione non partecipano per niente. Alla struttura devono lavorare Vittorio e Federico. Ma tutti partecipano dell’atmosfera della costruzione»[ii] 

Attraverso il contributo di tutti, di giorno in giorno, la storia si è arricchita di passaggi, e quindi di scene, di canzoni, di personaggi. La creazione di ogni scena diventava motivo di gioco, ma soprattutto di scambio, di dialogo, di espressione attraverso un nuovo linguaggio, di ascolto reciproco.  Ogni scena veniva inventata o improvvisata, poi ripetuta un po’ di volte e a fine incontro era interpretata davanti agli altri. Ogni giorno dunque nel reparto P accadevano piccoli momenti teatrali, che solo dopo, in un momento successivo, si sarebbero estesi anche al di fuori.

Nel corso delle attività risulta sempre più evidente che Marco Cavallo dovrà uscire dall’OPP e dovrà farlo insieme ai pazienti, in parata, fino a raggiungere un luogo di festa che verrà allestito per l’occasione. Pian piano ci si accorge che ogni atto attorno alla figura di Marco Cavallo sembra proiettarsi verso l’esterno, «come se il laboratorio si fosse aperto alla città». E questo si comprende maggiormente quando viene creata la scena “Marco Cavallo nel Paradiso Terrestre”:

Lontano dai serpenti nemici

Marco Cavallo si tiene orgoglioso

dai suoi persecutori

per non essere un vanitoso

 

Adesso che è nel Paradiso Terrestre

è contento è assai contento

c’era anche Adamo ed Eva

insidiati dal serpente

 

C’erano alberi meravigliosi

pomi e frutta in quantità

pesci e uccelli deliziosi

e le bestie della terra

 

E l’amica che gli vuol bene

appare in mezzo al paradiso

tra fiori frutti e orsi

il serpente insidiatore

scappa triste a testa in giù

 

Evviva Marco Evviva Marco

Del Paradiso Terrestre[iii]

 

Alla fine, si decide l’itinerario e il programma della giornata della festa di Marco Cavallo che coincide con il 35° giorno di attività all’OPP in data 25 febbraio, domenica. «Si farà un lungo corteo passando per San Giusto. A San Giusto ci si fermerà per rappresentare la storia di Marco Cavallo e della sua Amica.»[iv]

La scelta di portare il cavallo fuori dall’ospedale, è stata anche sofferta, perché si temeva che si potesse far credere che l’amministrazione provinciale di Trieste esportasse “ospedali buoni”, quando invece non era del tutto così, non si poteva rischiare di offrire un alibi. Se Marco Cavallo diventava un simbolo, bisognava fare in modo che si capisse bene che molto c’era ancora da fare.

Il giorno finalmente arriva. Si crea un volantino che andrà distribuito a tutti e che spiega le motivazioni del progetto e rivela le intenzioni che risiedono nell’idea di “Marco Cavallo in Festa”.

Si preparano i tamburi, le bandierine, le corde per tirare il cavallo. Si sfondano le porte del reparto P, letteralmente perché troppo strette e il grosso cavallo non ci passava, poi le reti del cortile. «Visto da fuori, dentro la rete, il cavallo sembrava un prigioniero che grida, con la testa e la bocca contratta». Alla fine si trova una soluzione con euforia di tutti la sfilata e il teatrino vagante hanno finalmente inizio. Si fa il giro di tutto l’OPP, si raccolgono altre persone, altri pazienti, e poi si scende verso il cancello. Lì si trova una fitta folla e un lungo corteo di macchine. L’uscita dal cancello diventa un momento simbolico.

 

Franco Basaglia rompe il cancello dell’ospedale psichiatrico di Trieste.

In testa al corteo Marco Cavallo inizia la sua avanzata verso Trieste.

Nonostante la città sia tappezzata di volantini, le persone sembrano diffidenti. Ma a San Giusto, l’accoglienza è festosa e calorosa.

Marco Cavallo sfila insieme a malati, sani, medici, studenti, giornalisti, in tutta la sua imponente “azzurità”, stagliandosi alto contro il cielo altrettanto azzurro, e per questo mimetizzandosi quasi con esso, al ritmo della canzone Marco Cavallo lotta per gli esclusi, che accompagnava quel primo passo di liberazione, pur, secondo Scabia, «con la rabbia e la consapevolezza che tutti siamo molto lontani dalla liberazione». Quella giornata di festa di lotta doveva essere solo un primo momento del processo di liberazione di tutti gli esclusi e gli oppressi. La festa a un certo punto sarebbe finita, ma la lotta doveva continuare.

L’avanzata di Marco Cavallo.

Secondo le parole dei suoi stessi promotori, il progetto ha messo in luce, insieme, tra le varie altre cose, una doppia valenza dell’atto creativo.

«Ci siamo resi conto che esistono due tipi di creatività: quella che la professione obbliga ad avere e quella che nasce dal confronto continuo con la realtà. Nel nostro lavoro, a Trieste, abbiamo cercato di usare queste due creatività insieme, convinti che solo in questo modo l’individuo amplifichi veramente tutte le sue facoltà per comprendere e risolvere i problemi che gli si pongono.»[v]

Nel recensire il libro di Scabia in un articolo per il “Corriere”, Eco seppe assumere un punto di vista inedito sulla questione. Per lui l’innovazione di quell’esperienza stava nell’inventare sistemi di comunicazione in cui i cosiddetti matti potessero prendere parte attiva. Giornali murali, disegni, lettere, libri, drammatizzazioni, canzoni, persino le visite porta a porta, rovesciavano la consuetudine della relazione tra sani e malati, tra produzione e fruizione artistica e – suggeriva Umberto Eco – «è chiaro che il messaggio finale di Marco Cavallo è che i matti siamo noi»[vi]. L’attualità di quel periodo e di quella vicenda in fondo è ancora questa: basta rovesciare il punto di vista comunicativo per sovvertire oggi più che mai l’ordine sociale arbitrario che ci siamo imposti e darci gli strumenti culturali per costruire percorsi umani e di dignità per il diverso, l’emarginato, il “matto”.

L’atto creativo, mi sembra, si è dimostrato un atto di resistenza, di diritto all’esistenza e si è spinto poi necessariamente a divenire un atto anche fortemente politico.  

«Non ci liberiamo per liberare gli altri, ma ci liberiamo noi se liberiamo contemporaneamente gli altri: se ci inseriamo nella lotta per la liberazione di tutti.»[vii]

Marco Cavallo per le strade di Trieste.

Marco Cavallo è il simbolo di questa liberazione, perché è un oggetto che unisce la collettività del laboratorio e dell’ospedale e che vince lo scontro contro il muro che il mondo esterno oppone a questa comunità. È il simbolo di tutti gli esclusi, non a caso la sua statua ancora recita MARCO CAVALLO «LOTTA» PER TUTTI GLI ESCLUSI, ma un simbolo non basta.

Marco Cavallo ha consentito di fare un primo passo verso una liberazione, ma tutto era ancora da fare e molto ancora va fatto.

Marco Cavallo e la sua Amica.

La figura del cavallo si è caricata di tutte le contraddizioni dell’ospedale, come del lavoro partecipato ed ha offerto una possibilità di trasformazione per il manicomio e per i pazienti. Nel corso degli anni molte sono state le manifestazioni e gli incontri che hanno visto la partecipazione di Marco Cavallo, ha fatto persino una comparsata a Montecitorio nel 2013 per chiedere la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, contro i mini OPG o manicomi regionali e per chiedere l’apertura di Centri di Salute Mentale h24, come a voler ribadire che il primo passo per quel cambiamento tanto auspicato, resta un primo passo appunto, tanta ancora è la strada da percorrere.

Nel corso del tempo, mi sembra, la figura di Marco Cavallo si sta come mitizzando. E forse non è un male o poco importa se serve a offrire la possibilità di mettere in discussione il modo in cui pensiamo alla vita e agli altri e alle modalità con cui ci relazioniamo con essi. E forse quello che Basaglia auspicava si sta pian piano realizzando proprio in questo passaggio dal simbolo al mito di Marco Cavallo: un simbolo è qualcosa di sempre identico a se stesso, immutabile, un mito invece è lo stesso ma non è mai davvero lo stesso, perché a ogni lettura e rilettura risulterà diverso e ha cose nuove da dirci.

Marco Cavallo sembra dirci ancora che il processo di liberazione non è ancora terminato. Ma si può ripartire in groppa o semplicemente accanto a questo grosso cavallo per ripensare a come attuare una nuova liberazione e avvicinarci così tutti un po’ più alla libertà azzurra del cielo.

[A questo link un video contenente un breve documentario sull’esperienza: https://www.youtube.com/watch?v=LBp2ujRB4TQ]

NOTE

[i] Giuliano Scabia, Marco Cavallo. Da un ospedale psichiatrico la vera storia che ha cambiato il modo di essere del teatro e della cura, Edizioni alpha beta Verlag, Meran/Merano, 2011, p. 86.

[ii] Ivi, pp. 56 e 58.

[iii] Ivi, p. 141.

[iv] Ivi, p. 141.

[v] Ivi, pp. 17-18.

[vi] L’articolo di Eco si trova a questo link: http://www.news-forumsalutementale.it/un-messaggio-chiamato-cavallo-di-umberto-eco/.

[vii] Giuliano Scabia, Marco Cavallo. Da un ospedale psichiatrico la vera storia che ha cambiato il modo di essere del teatro e della cura, Edizioni alpha beta Verlag, Meran/Merano, 2011, p. 91.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *