Sporco immigrato!

Perché il profugo è diventato clandestino?

Clandestino. Irregolare. Islamico. ONG.

Famiglia naturale. Sgravio fiscale. Cambiamenti climatici.

Cos’hanno in comune questi termini, ormai d’uso comune nel dibattito politico e sociale? Sono parole evocative che regalano un’immagine a chi le ascolta, le legge e le pronuncia.
Sappiamo per esperienza che le parole, quando vogliamo comunicare con gli altri, sono importanti. Se vogliamo raggiungere lo scopo di farci comprendere appieno dai nostri interlocutori, è necessario saper scegliere con cura la terminologia più funzionale a trasmettere il contenuto del nostro pensiero. Noi attori teatrali e i registi abbiamo dimestichezza con questo stratagemma. Quando costruiamo uno spettacolo, dedichiamo buona parte del tempo allo studio del gesto, della parola e dell’emozione più efficace per comunicare con lo spettatore. È questo che facciamo in scena: utilizziamo il nostro corpo, la nostra voce e la nostra emozione per comunicare con chi assiste ai nostri spettacoli. Ma non è sufficiente salire sul palco e “dire” ciò che vogliamo esprimere per comunicare con lo spettatore. Al contrario di ciò che è il pensiero comune, la comunicazione fra attore e spettatore non avviene attraverso il testo. Non è la parola in sé a suscitare emozioni in chi l’ascolta. Non basta che l’attore dica di essere innamorato per trasmettere al pubblico la sensazione di esserlo veramente. L’attore, per trasmettere la propria emozione al pubblico, deve regalargli un’immagine, evocare in lui quel sentimento che è insito nella sua natura in quanto essere umano. Solo in questo modo lo spettatore riconoscerà quel sentimento risvegliando in lui la stessa emozione trasmessa dall’attore. Questo procedimento, che in teatro e nell’arte è sempre esistito, è stato recentemente confermato dai vari studi sulle neuroscienze, in particolar modo dalla scoperta dei neuroni specchio.

Che cosa sono i neuroni specchio?

Quando afferriamo un oggetto, nel nostro cervello si attiva un determinato gruppo di neuroni. Negli anni Ottanta, un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma scoprì che, se afferriamo un oggetto, lo stesso gruppo di neuroni si “accende” anche in chi ci osserva. Questa scoperta ha rivoluzionato il mondo delle neuroscienze. Negli anni, la ricerca scientifica ha scoperto che questi neuroni, chiamati neuroni specchio, hanno la capacità di attivarsi non solo nell’esercizio di funzioni motorie o nella loro osservazione. I neuroscienziati hanno scoperto che gli stessi neuroni che si “accendono” quando proviamo un’emozione si “accendono” in chi ci osserva. Questo accade anche quando immaginiamo di muoverci. I neuroni specchio si attivano allo stesso modo quando osserviamo la realtà e quando ce la immaginiamo mentalmente. Sono un grande sistema che permette di connetterci con i nostri simili: sono il centro dell’empatia. Abbiamo dunque la capacità di entrare in empatia non solo con individui reali, ma anche con quelli immaginati e ricordati, con i personaggi letterari e teatrali e quindi di provare emozioni durante la lettura di un libro o di un articolo di cronaca, durante la visione di uno spettacolo teatrale o un film. I neuroni specchio possono però anche essere “disattivati” progressivamente creando un corto circuito neuronale: l’empatia, col tempo, può essere spenta.

Com’è possibile fare questo? E che c’entra tutto questo con il dibattito politico e sociale in Italia?

Propaganda nazista in Polonia, 1941. Gli ebrei paragonati ai pidocchi e al tifo esantematico.

Con la creazione di un nuovo linguaggio che ci allontana dall’altro, in cui l’altra persona non è più uno specchio in cui ci si può riflettere, si crea un profondo corto circuito neuronale: non riconoscendo l’altro come umano, trasformandolo e distorcendolo, si spegne l’empatia.

Proveremo a spiegare come questo accada in questo articolo. Nel frattempo, non pensate ad un elefante. Fate quello che volete, ma non pensate ad un elefante.

Ci siete riusciti? Scommetto di no. Questo giochetto, proposto agli studenti dell’Università di Berkeley, California, dal professore di Linguistica e Neuroscienze George Lakoff, testimonia quanto ogni parola evochi un’immagine in chi l’ascolta e di come queste siano importanti nella nascita e nell’affermarsi di un pensiero di destra o di sinistra. Consiglio a tal proposito la lettura del libro di George Lakoff “Non pensare all’elefante!”, edizioni Chiarelettere.

Nello stesso modo in cui la parola “elefante” ci evoca alla mente un’immagine concreta, le parole “clandestino”, “irregolare” o “immigrato” ce ne evocano altre ben precise. Non sono termini scelti a caso: sono evocativi, rimandano ad immagini inconsce e non certo positive: uomini sporchi, malviventi, persone vili che vivono nascoste per poter compiere indisturbati i loro crimini contro gli italiani.  Le destre, negli anni, hanno saputo imporre questo linguaggio con forza, violenza e costanza. Il nazismo ha saputo utilizzare la allora recente scoperta del comportamentismo per disumanizzare i “nemici” della patria. Non è un caso che gli ebrei venissero paragonati a ratti. Questa è un’immagine forte, evocativa: il ratto è associato allo sporco, alle malattie, alle fogne. È un animale che entra di soppiatto nelle dispense delle case per fare razzia. Lo sterminio degli ebrei non sarebbe potuto esistere se a monte non fosse esistita una campagna d’odio mediatica così capillare su radio, stampa e cinegiornali. Più scientificamente, oggi, il bombardamento mediatico ha reso così d’uso comune i termini “clandestino”, “irregolare” o “immigrato” che vengono utilizzati anche dai partiti progressisti. Purtroppo, utilizzando il linguaggio delle destre, i progressisti vanificano ogni sforzo di dare maggiori diritti a queste persone. Se il rifugiato diventa un clandestino, se ogni profugo è un irregolare, come può un cittadino onesto che ama la sua patria approvare leggi che vadano a loro favore? Le parole evocative delle destre servono proprio a creare questo cortocircuito: se il clandestino è un criminale, chiunque vuole proteggerlo è complice, è criminale anch’egli. E chi vuole proteggere il cittadino dal criminale è un eroe. Ed è inutile ricordare che questa povera gente ha attraversato a piedi il deserto per finire chiusa in campi di concentramento libici, che il think tank neocon ha ribattezzato “centri di accoglienza libici” e “centri di detenzione” per evocare l’immagine dei detenuti comuni e allontanarla da quella del profugo. E son termini facilmente leggibili anche negli articoli di Repubblica, quotidiano progressista, e del Corriere della Sera, quotidiano moderato. Eppure, fino agli anni ’90, l’immigrato irregolare veniva definito come rifugiato o profugo. Negli anni ’70 abbiamo mandato le navi della Marina Militare fino alle coste del Sud-Est Asiatico per salvare persone in balia del mare.

Attenzione. Questo pare un gioco sporco, una manipolazione del pensiero degli elettori-cittadini, ma non è così. È la narrazione della visione del mondo che ha la destra. Non dobbiamo interpretare questo come un’operazione di marketing che ammicca all’elettore. La destra non insegue gli elettori. La destra impone nella società i suoi valori, e ha inventato un linguaggio tutto nuovo per farlo. Mentre le forze progressiste compiono indagini di mercato per inseguire l’elettore, la destra dice ciò in cui crede. Nelle campagne elettorali, le forze progressiste considerano il candidato come un prodotto da vendere all’elettore e il programma elettorale è il risultato di ricerche di mercato. La destra non ragiona in questo modo: mentre la destra parla utilizzando immagini care alla propria base, le forze di sinistra consultano i sondaggi per capire se e di quanto spostarsi al centro o a destra. La destra, invece, non si sposta mai a sinistra, eppure vince. Perché? Perché ogni spostamento verso il centro aliena la propria base e convince gli indecisi che le idee giuste stanno dall’altra parte. E il risultato è che le forze democratiche e progressiste utilizzano lo stesso linguaggio che utilizzavano le destre vent’anni fa, perdendo considerevoli fette della propria base. Per imporre le proprie idee sul dibattito sociale e politico occorre qualcosa da dire, dei valori da raccontare. La destra, condivisibili o meno, li ha. La sinistra li deve ritrovare.

Due esempi di narrazione politica inefficace e controproducente: qualsiasi spostamento verso il centro aliena la base e convince gli indecisi che le idee giuste stanno dall’altra parte.

Ragionavo un po’ su quale fosse la più grande differenza fra una destra populista e una sinistra progressista. Mi son risposto che la destra populista vuole che i più forti possano affermarsi nella società a discapito delle minoranze e dei più deboli mentre una sinistra progressista vuole (o dovrebbe volere) che l’intera comunità, con particolare attenzione ai deboli e alle minoranze, abbia la garanzia di uguali diritti e si sviluppi in maniera organica e armonica. Cosa porta un individuo a farsi carico delle sofferenze di minoranze e dei più deboli? L’empatia. Con l’avvento dell’Illuminismo, nel ‘700, l’essere umano diventa il centro del mondo. È la rivoluzione madre di tutte le rivoluzioni che scoppiarono da lì a poco, un vero e proprio sconvolgimento politico e sociale che predicava l’affrancamento dell’uomo dall’oscurantismo e dalla tirannia. La rivoluzione americana, quella francese, le lotte indipendentiste della Corsica e le lotte antifeudali in Sardegna devono venire inquadrate nello spirito di liberazione dall’oppressore e dallo straniero che animava quegli anni. Per la prima volta nella storia, si mette al bando la pena di morte e la tortura. Sono gli anni in cui si affermano i temi politici dell’uguaglianza, della fraternità e della libertà. Secondo Lakoff:

Questi cambiamenti furono indotti proprio dall’empatia, dall’identificazione con i problemi e le difficoltà della gente comune, dall’immedesimazione con il sentire dei personaggi dei romanzi, dall’osservazione delle sventure che affliggevano le persone. Da ciò nacque la spinta per un cambiamento giuridico e politico.

È l’empatia verso le tragedie degli ultimi che spinge le forze progressiste e democratiche a volere uno sviluppo armonico della società con un occhio di riguardo per le minoranze. Ed è l’empatia a spingere l’uomo ad adottare punti di vista progressisti. L’empatia, per la destra populista, è pericolosa. Il vero nemico della destra populista è l’empatia, l’unica arma a disposizione per distruggere la sua narrazione che dipinge i profughi come criminali. E quindi il bersaglio degli attacchi della destra diventa il Papa che parla di diritti per gli ultimi, il nemico è il profugo che può suscitare un senso di ribellione alle ingiustizie, Silvia Romano perché è una vittima di soprusi. Ed ecco qual è il compito della stampa neocon: spezzare il legame empatico con le vittime di soprusi. Ecco il motivo per cui fatti di cronaca irrilevanti assumono una forza e una copertura devastanti, Ecco il perché si va a frugare fra le cosce della donna stuprata, ecco il perché si stigmatizza l’orientamento sessuale delle persone. Persino l’ultimo spot della Lavazza, in cui viene citata parte del Discorso all’umanità di Charlie Chaplin nel finale film Il grande dittatore, ha suscitato grandi polemiche. Perché una donna vittima di stupro viene puntualmente messa alla gogna mediatica? Perché, dal tombino, sta di nuovo gradualmente spuntando un discorso revisionistico sull’aborto? Ecco a cosa serve spezzare l’empatia fra noi e le vittime di soprusi: a cancellare diritti inalienabili tra l’indifferenza generale.

E la destra populista ci ha ben insegnato come si fa. Si prendono problemi complessi con causalità sistemica (con molteplici cause e concause differenti) e gli si dà risposte semplici trasformando la causalità sistemica in una diretta. E la risposta è sempre l’odio. E così, grazie ai social, molte persone si sono trasformate in squadristi pronti a pestare virtualmente chiunque ha un pensiero divergente dal loro. Purtroppo questi sono i frutti di una pianta che la destra populista ha coltivato per anni. Il fatto che Silvia Romano venga apostrofata come “neoterrorista” da un parlamentare della Repubblica durante una seduta della Camera non è una stravagante affermazione nata per caso. Perché farlo? Silvia Romano non è un avversario politico, non era nemmeno presente in aula. Perché riversargli addosso tutto questo odio? Perché certi modi di agire e di pensare fanno parte della campagna mediatica della destra populista. Un bombardamento mediatico costante, capillare e asfissiante da almeno quarant’anni che ha imposto modi di pensare e analisi della realtà. Ha coniato neologismi e metafore per raggiungere verticalmente e orizzontalmente quanta più popolazione possibile, creando negli anni un sottobosco che ha permesso lo sdoganamento di un nuovo linguaggio. Attenzione: non sono slogan. Sono modi di vedere il mondo, una narrazione politica che è stata capace di fagocitare e rendere nulla qualsiasi replica. La risposta indignata del Presidente della Camera Fico (“Parole d’odio violente e inaccettabili”) è insufficiente, non veicola nessuna immagine, e infatti viene ignorata dagli elettori e dai mass-media, che la relegano a margine degli articoli e dei servizi dei TG mentre i titoli dell’articolo son tutti per l’insulto del parlamentare. Potete verificarlo consultando un qualsiasi motore di ricerca. Questo è un altro errore delle forze progressiste: non basta raccontare la pura e semplice verità. La verità si piega alla visione evocativa che la campagna mediatica produce. I fatti nudi e crudi vengono derisi, contestati o semplicemente ignorati. “La verità rende liberi”, motto illuminista tanto caro alle forze progressiste, funziona sino ad un certo punto. Oltre, alle forze progressiste e moderate occorre una narrazione avvincente dei propri valori. Come crearla?  Con un linguaggio nuovo, che veicoli immagini moderate o progressiste.

Propaganda nazista: la famiglia come modello della società. Una metafora ancora presente nel discorso politico contemporaneo.

La destra populista, invece, padroneggia benissimo questa tecnica. Nel caso di Silvia Romano, è riuscita anche stavolta a trasformare una “causalità sistemica” in “causalità diretta”, trasformando un discorso molto complesso in uno semplice, alla portata di tutti. Silvia Romano ride, si è convertita, è vestita con un “abito islamico”? Allora è ovvio che allora è tutta una truffa e che lei si sia divertita. Se ci si ferma a riflettere, sappiamo che non è così. Non si può analizzare un comportamento da un breve video, non si può indagare sulla psiche di una persona sequestrata da persone senza scrupoli per quasi due anni sulla base di dichiarazioni rilasciate appena tornata a casa. Perché dietro ci sono mille fattori sconosciuti a tutti. Quello che è importante, per il think tank populista, è imporre una visione del mondo e, per farlo, è importante imporre un certo modo di pensare attraverso un linguaggio potente che sia quanto più possibile evocativo.

Non cadiamo nella tentazione di indignarci. Lo scopo di questo articolo non è quello di “smascherare” presunte malefatte, ma quello di far conoscere i meccanismi della narrazione politica contemporanea. La destra populista, con la sua propaganda, cerca di spezzare il legame empatico con le vittime delle ingiustizie. Per la sua visione del mondo, questo è lecito e auspicabile. Di ciò il lettore ne trarrà il giudizio che preferisce a seconda del suo orientamento politico. Questo articolo non ha lo scopo di far indignare il lettore, ma di mostrare la strategia populista per quello che è realmente, perché solo la conoscenza permette il corretto esercizio della democrazia. Se conosciamo le strategie di propaganda politica, possiamo scegliere correttamente i nostri governanti. Se siamo correttamente informati, possiamo scegliere se spegnere la nostra empatia o decidere di mantenerla viva di fronte alle ingiustizie del mondo. Ma se cadiamo inconsapevoli  nell’inganno della propaganda, non saremo mai liberi di scegliere.

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