2001: Odissea nello Spazio. L’opera resta aperta (?)

Forse, scrivere di 2001: Odissea nello spazio non si può o non si dovrebbe, si rischia sempre di ripetere e ripetersi, di cadere nel già detto, eppure eccoci qui.

Districare le trame che sottendono questa pellicola – opera lacunosa, quasi impenetrabile – è operazione piuttosto complessa.

Qui vogliamo tentare non tanto una nuova analisi del film, quanto, piuttosto, un viaggio nel recupero delle motivazioni che decretano la peculiare indefinitezza dell’opera: ci viene in aiuto il discorso portato avanti in Opera Aperta. Forma ed indeterminazione delle poetiche contemporanee (1962) da Umberto Eco. Il saggio di Eco getta luce proprio sull’importanza del ruolo dell’interprete all’interno del processo di esegesi di un testo – qualunque esso sia (letterario, filmico, ecc.). Un processo che permette interpretazioni molteplici e variegate, garantendo un dialogo sempre aperto nel corso del tempo. Eco, inoltre, sottolinea come, nel contesto contemporaneo, la maggior parte delle opere artistiche e letterarie, vengono volutamente lasciate aperte dai loro creatori: non si danno risposte, ma si sollevano nuove domande.

In questo caso l’autore, il regista Stanley Kubrick, ha più volte ribadito di non voler spiegare il film proprio perché una spiegazione avrebbe rischiato di veicolare l’interpretazione dello spettatore verso una visione univoca.

Kubrick, infatti, tentò strenuamente di evitare una «verbalizzazione intellettuale» della sua opera perché lo scopo era far sì che il film, proprio per la sua ambiguità e grazie a tutta quella stratificazione di messaggi e codici, sospesi e vagamente accennati, potesse arrivare a toccare direttamente lo spettatore, depositandosi nel suo subconscio.

Solo da lì eventualmente sarebbero poi potuti emergere gli effetti di questa “stimolazione sotterranea” e da quegli affioramenti si sarebbe poi potuti partire in riflessioni e considerazioni, e arrischiarsi nella formulazione di risposte più o meno esaustive o soddisfacenti, ma pur sempre intime, personali. Che cosa mi dice il film? Cosa smuove dentro di me?

In una intervista rilasciata a Playboy, proprio a seguito di una richiesta di chiarimenti rispetto ai significati del film, Kubrick ebbe a dire:

«Intervistatore: Senza farci la guida filosofica alla visione, può dirci qualcosa sulla sua interpretazione del film?

Kubrick: No, l’ho già detto il perché. Quanto ci piacerebbe La Gioconda se Leonardo ci avesse scritto sotto: “Questa signora sorride poco perché ha un dente marcio” o “perché sta nascondendo un segreto al suo amante”. Avrebbe sbattuto la porta in faccia all’interpretazione dello spettatore, forzandolo a un’interpretazione diversa dalla sua. Non voglio che succeda a 2001: Odissea nello spazio».

Noi sappiamo che il film parla dell’uomo, della sua storia, della sua evoluzione, e del suo misterioso rapporto con l’universo; se si condivide questo assunto allora sarà già più semplice accogliere l’idea che il film necessitasse una struttura aperta.

In effetti, proprio il mistero di questo rapporto sembra abbia fatto nascere in Kubrick l’esigenza di scrivere un testo filmico che potesse in qualche modo farsi strumento di indagine, per sé e per chi ne avrebbe poi fruito. Per questo il film anche nella sua struttura è così ricco di ambiguità. È lo stesso “tema” trattato a richiederne una certa dose, ponendolo conseguentemente come oggetto ambiguo. D’altronde, le tematiche trattate erano e sono tuttora ambigue.

In quel periodo, era la seconda metà degli anni ’60, la corsa alla conquista dello spazio da parte dell’uomo si stava già compiendo. In questo fervore non viene difficile credere come l’elaborazione di un certo tipo di riflessioni legate allo spazio, al tempo, alla vita e all’universo e ai rapporti con esso, trovassero terreno fertile nelle menti delle persone, figurarsi in quelle dei cineasti, e di un cineasta come Kubrick. Il regista, pare, iniziò ad interessarsi ulteriormente al tema proprio nel vortice di questo momento storico, precedendo di poco l’avventura spaziale dell’allunaggio. In particolare, era attratto dalle forme di vita extraterrestre e da tutte le implicazioni di un possibile contatto con esse, avvenuto o a venire, che rinviano inevitabilmente all’eventualità dell’esistenza, più o meno forte, di connessioni tra il resto dell’universo e gli esseri umani.

Dunque, l’ambizioso progetto di Kubrick tenta di rileggere la storia dell’umanità a ritroso, partendo da un punto del tempo a lui prossimo, la sua epoca, e da un contesto ben preciso.

Se la stesura del soggetto e della sceneggiatura videro una forte collaborazione con lo scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke, com’è noto, la produzione si avvalse anche di pareri di diversi esperti del settore scientifico. Venne contattato, ad esempio, Carl Sagan, astronomo e divulgatore scientifico, per ottenere una consulenza in merito alle modalità di rappresentazione degli “alieni”. Sembrerebbe che proprio Sagan fornì lo spunto per la resa visiva degli alieni. Consigliò, infatti, di non mostrare effettive figure aliene ma di limitarsi a suggerirne l’esistenza. Ciò ha sicuramente evitato alla pellicola il rischio di inciampare nel pacchiano con la resa di figure extraterrestri stereotipate o peggio. Il risultato di questo “suggerimento al suggerimento” ha indotto Kubrick a delle riconsiderazioni importanti: le figure aliene andavano, certo, ripensate a partire dalla loro effettiva condizione di extra-umano, di extra-terrestre, una condizione a noi estranea, non restava che andare ancora una volta al di là del conosciuto, del delineato, del concreto, in direzione dell’extra-forma. Quelle che compaiono nel film sono, infatti, «forme di puro spirito ed energia». Con esse è costruita tutta la nota sequenza dello stargate.

La sequenza dello stargate.

A riprova di quanto un disvelamento eccessivo avrebbe finito per risultare dannoso anche Clarke si ritrovò a seguire la stessa linea dell’amico Kubrick.

«Se qualcuno riesce a capire davvero 2001: Odissea nello spazio abbiamo fallito. Volevamo fare domande più che dare risposte», gli capitò di dire, precisando poi: «Quello che volevo dire era, naturalmente, che poiché avevamo a che fare con il mistero dell’universo, e con poteri e forze maggiori della comprensione umana, per definizione, non potevano essere del tutto compresi. Tuttavia, c’è almeno una struttura logica – e talvolta più di una – in tutto ciò che accade sullo schermo in “2001” e il finale non è costituito da enigmi casuali, nonostante alcuni critici dicano il contrario».

La più diffusa delle teorie interpretative del film ritiene che il monolite servisse all’umanità per progredire, e che Bowman sia trasceso dalla forma umana ad una superiore per poi tornare sulla Terra come l’oltreuomo nietzschiano. Questa ipotesi sembra trovare riscontro nelle immagini finali del film, con l’apparizione del “Bambino delle Stelle” che fluttua nello spazio più prossimo alla Terra e nella scelta delle musiche.  Il poema sinfonico Così parlò Zarathustra di Richard Strauss, ispirato all’omonima opera di Friedrich Nietzsche, di per sé già crea una connessione con la figura del profeta.

Sequenza iniziale del film.

Il destino di Bowman, se risolto nell’analogia tra il profeta Zarathustra e il monolito, e tra l’Oltreuomo e il “Bambino delle Stelle”, è segnato proprio dal suo ritorno sulla Terra per guidare l’umanità verso un nuovo e prossimo passaggio evolutivo, così come accadde milioni di anni prima al gruppo di ominidi che passarono dalla condizione scimmiesca a quella umana. 

Improvvisamente, questa teoria sembra venir in parte confermata dallo stesso Kubrick che, in un’intervista telefonica rilasciata nel 1980 al giornalista Jun’ichi Yaoi per un documentario mai completato, e resa pubblica solo nel 2018, in controtendenza rispetto alle sue precedenti ferme posizioni, rivela:

«In realtà ho cercato finora di non dare spiegazioni. Se cerchi di spiegare le tue idee alla fine sembrano folli. Ma ci proverò. Il protagonista viene prelevato da queste entità che sono quasi divine, creature fatte di pura energia, intelligenti, senza un corpo o una forma precisa. Lo mettono in questo luogo, che sarebbe come uno zoo umano perché vogliono studiarlo. La sua vita comincia a passare in quella stanza, senza che si percepisca lo scorrere del tempo. Accade così, come lo vediamo nel film.

Queste entità provano a replicare l’arredamento francese ma è tutto molto inaccurato, perché loro possono solo averne un’idea, senza esserne sul serio sicuri. Proprio come facciamo noi negli zoo, quando cerchiamo di replicare l’ambiente naturale degli animali. In ogni caso, quando finiscono di studiarlo, lui diventa una specie di super essere vivente e viene rimandato sulla terra, proprio come succede in molti miti appartenenti a diverse culture, come se fosse diventato una specie di Superman. Possiamo solo immaginare cosa succederà quando tornerà sulla terra. Si tratta di uno schema vicino a moltissime mitologie, ed è proprio quello che cerchiamo di evocare».

 

Intervista telefonica tra il giornalista Jun’ichi Yaoi e Stanley Kubrick.

Se queste dichiarazioni mettono un apparente fermo alle teorie sulla struttura del film e consentono di legare meglio assieme i vari frammenti della trama, altri vuoti permangono. E altri dubbi restano.

Curioso però è un fatto. All’uscita del film nelle sale,  Renata Adler, agguerrita critica cinematografica, sul New York Times ebbe a dire che il film risultava fiacco, «languido», «passa quasi mezzora prima che si veda il primo essere umano o si senta la prima parola; e un’intera ora prima che la trama inizi anche solo a svelarsi», aggiungendo poi, che si componeva di «tre linee narrative che non si collegano e che sono lasciate lì come se fossero un test di Rorschach con nebulose implicazioni teologiche», stroncando in principio e quasi risolutivamente il lavoro, ma magari, indirettamente, fornendo un ulteriore spunto per leggere meglio il testo filmico proprio in virtù di queste macchie che chiedono di essere lette, interpretate.

Se Kubrick per anni ha insistito sulla sua impossibilità di svelare la propria interpretazione, come quando affermava «Siete liberi di speculare sul significato filosofico e allegorico del film – e tale speculazione è indice che esso ha fatto presa sul pubblico a un livello profondo – ma io non voglio precisare una chiave di interpretazione di 2001 che ogni spettatore si sentirà obbligato a seguire, altrimenti lui (lo spettatore) penserà di non aver colto il punto», allo stato dei fatti, con le intenzioni dell’autore divulgate, tuttavia questo “punto” rimane ancora, in parte, una questione irrisolta. 

L’opera rimane aperta, continua a parlarci, a spiazzarci anche; forse questo suo costante dialogare nel tempo arriva persino a tradire le intenzioni stesse dei suoi autori; ci pone dinanzi al mistero dell’esistenza stessa, della vita, dell’evoluzione, ci chiede ancora di riempire – magari con la forza della nostra immaginazione – i vuoti rimasti e, certo, stimola a riflettere, a ripensare a quale sia la nostra condizione, a quale sia il nostro ruolo sul pianeta e in tutto l’universo, in tutto lo spazio di cui, volenti o nolenti, facciamo parte. Depositandosi poi nella nostra memoria, attraversando la nostra immaginazione, il film continua a metterci alla prova: non ci dice come ripensare questo rapporto, ma ci aiuta a continuare a tenere viva la fiamma di questa domanda per immaginare e magari per mettere in atto nuove modalità d’ascolto col tutto.

Sequenza finale del film.

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