Polvere e domande. Qualche parola su John Fante

 

Se c’è qualcosa che è lecito rimpiangere di quel goffo medioevo personale che i più chiamano giovinezza, tale cosa deve essere il narcisismo. Da adulti si può ostentare superiorità, ci si può aggiustare tra supponenza e signorile disprezzo del genere umano, ma il narcisismo vero e proprio, quella meravigliosa sensazione di essere soli in lotta contro un mondo importuno e sospetto di idiozia, e comunque immeritevole della nostra presenza, si vive solo a vent’anni. Di solito, attributi quali povertà e bruttezza tendono a insaporire il quadro di spezie romantiche, rendendo ancora più sconsolata e languida la finale, inevitabile, rinuncia all’onnipotenza.

Tutto questo, l’avete già capito, diventa inevitabilmente materia prima per letteratura, pasta di romanzo, proteina dell’epos. A rigore, però, è vero sopratutto il contrario: cioè, che sia in primo luogo la frequentazione dei libri a plasmare il disdicevole e delizioso vizio del narciso, con le sue blandizie e i suoi ammiccamenti. Mi pare quasi di vedere la testa di Julien Sorel che annuisce convinta, da qualche parte “verso la cima d’una delle alte montagne del Giura”i. Non a caso, nei cent’anni successivi gli sfortunati epigoni dell’antieroe stendhaliano affolleranno l’orbe letterario, e decine di giovanotti innamorati di se stessi, belli di fama e di sventura, andranno incontro a tragedie complesse e variegate, tutti accomunati però dall’ultimo sguardo alla loro immagine riflessa nel mitologico specchio d’acqua, che negli istanti finali assume, presumo, la forma precisa e inquietante di una pagina scritta. Nella maggior parte dei casi, una Eco volenterosa ma dolorosamente lontana li richiama, inascoltata.

Un secolo dopo, appunto, Chiedi alla polvere di John Fante (1939) aggiunge una prospettiva interessante al tema, ormai quasi esausto. L’intero romanzo ruota intorno a questo nucleo tematico in modo ossessivo, ma il gioco è scoperto, e sembra che l’autore voglia mostrarlo sotto una luce piena, lucidamente soleggiata, principalmente per far risaltare la via d’uscita del protagonista, a suo modo originale. In effetti, in luogo dei consueti suicidi e decapitazioni didascaliche, Arturo Bandini se la cava con una tardiva presa di coscienza, a conferma del fatto che il senso del tragico statunitense ha una qualità differente, più impalpabile rispetto a quello europeo. A scomparire – letteralmente – nella polvere del deserto del Mojave sarà viceversa la morbida e delirante Eco di turno, struggente ninfa cameriera, Camilla Lopez.

Chiedi alla polvere si inserisce peraltro nel filone più fruttifero della letteratura nordamericana dell’epoca, quello esistenziale e autobiografico de Il giovane Holden di Salinger. John Fante nel romanzo – sua opera seconda – parla abbastanza scopertamente dei propri esordi di scrittore squattrinato e confuso, fresco arrivato dal Colorado nel pentolone umano della Los Angeles anni Trenta, ma la leggera patina dell’alter ego Arturo Bandini – protagonista di altre opere di Fante – è sufficientemente opaca da far risaltare la penna dell’autore, più che le viscere. Il genere semi-autobiografico vive e prospera di questo inganno, e in questo spazio Fante si trova a suo agio, con il suo taglio lieve e ironico. Ecco l’incipit:

Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d’albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell’albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce e andandomene a letto.ii

Credo che il carattere del protagonista sia già efficacemente ritratto in queste frasi, ma per soprannumero lo riassumo. Arturo Bandini è un italoamericano ventenne, con alle spalle un racconto pubblicato (“Il cagnolino rise”), pochi soldi, una vanità non priva di affettazione, e una fede smisurata nel proprio talento letterario, che lo spinge a trasfigurare ogni evento in racconti, regolarmente stracciati e cestinati. Al posto del ritratto di Napoleone nell’armadio, ha come oggetto di venerazione il ritratto del suo magnanimo Editore – efficace corrispettivo contemporaneo della figura dell’Imperatore – di nome Hackmuth, cui è legato da una fitta corrispondenza e da un culto maniacale. Così come il suo narcisismo è ovviamente figlio di un odio segreto per se stesso, il suo libertinismo – più immaginato che reale – è l’espressione naturale di una formazione bigotta. Molte delle invenzioni migliori di Fante risiedono in questi opposti: è bene notare come il rapporto di Arturo con Dio – più di frequente con la Madonna – ricalchi quello con la madre lontana, in un misto di utilitarismo e pentimento.

Come altri celebri inetti letterari – l’Alfonso Nitti di Svevo per esempio – è l’incontro con la donna a interrompere il sogno di Narciso. Arturo si invaghisce di una cameriera messicana, Camilla. La migliore dichiarazione che riesce a fare, però, è un insulto razzista: una sottotraccia del romanzo è la condizione di minoranza vissuta a scatole cinesi, con Arturo che disprezza Camilla messicana perché a sua volta disprezzato come italiano, con la classe media statunitense giudice ultimo delle varie gradazioni di bianco. La storia è complicata da un moribondo terzo incomodo, ma piano piano la vicenda si sfilaccia, cronologicamente e tematicamente; quello che interessa a Fante è togliersi di dosso il fantasma di quel ragazzo di vent’anni, nonché il peso della letteratura, nel polveroso e icastico finale.

Percorsi un centinaio di metri verso sud-est e, con tutta la forza che possedevo, gettai il libro nella direzione che lei aveva preso. Poi montai in macchina, avviai il motore e partii per Los Angeles. iii

Forse aveva già intuito che i libri, dopotutto, sono sopratutto qualcosa di cui ci si deve liberare: nonostante il discreto successo di Ask the Dust, Fante verrà conosciuto in seguito principalmente come sceneggiatore per Hollywood, e la produzione romanzesca troverà riconoscimento solo dopo la sua morte. Non riesco però a smettere di interrogarmi sul deserto – e sulla polvere: dovrebbero essere il correlativo della vita che ha la meglio sulla letteratura, del fatidico trionfo della Realtà. Ma forse sono solo pagine incollate fra loro.

Fui sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell’uomo, del terribile significato della sua presenza. Il deserto era come il bianco animale paziente, in attesa che gli uomini morissero e le civiltà vacillassero come fiammelle, prima di spegnersi del tutto. Intuii allora il coraggio dell’umanità e fui contento di farne parte. Il male del mondo non era più tale, ma diventava ai miei occhi un mezzo indispensabile per tenere lontano il deserto.iv

 

NOTE

i Stendhal, Il rosso e il nero, Newton Compton Editori, p.315.

ii John Fante, Chiedi alla polvere, Biblioteca di Repubblica, p.5.

iii Ivi, p.189.

iv Ivi, p.136.

La foto sotto il titolo è un paesaggio marziano, ritratto dalla sonda Curiosity della NASA nel 2017.

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