L’artista al tempo del libero mercato

Chi siamo, cosa diventeremo

Roma, 1533. Papa Clemente VII decide di far affrescare la parete dietro l’altare della cappella Sistina. Indice perciò un bando. Affida la stesura del procedimento al ministro dei Beni Culturali dello Stato della Chiesa, che a sua volta lo affida al direttore del servizio che a sua volta demanda ai tecnici del ministero. Dopo due anni il bando è pronto, ma la Corte dei Conti muove qualche rilievo ed è rinviato ai tecnici per la correzione. Passa dunque un altro anno prima che venga pubblicato nella Gazzetta Ufficiale e sul sito internet del ministero. Michelangelo, artista poliedrico, per campare occupa buona parte delle sue giornate attaccato ad internet a spulciare bandi, concorsi, annunci di finanziamento e quindi, per mancanza di tempo, non ha potuto realizzare progetti a cui teneva particolarmente, tra cui La pietà e il David. Riesce a scovare il bando di Clemente VII nascosto fra le pieghe del sito del MiBACT e decide di partecipare. Le condizioni sono più o meno quelle di tutti i bandi. Il progetto non verrà finanziato interamente, ma solo per il 60%. Il restante 40% saranno fondi propri di Michelangelo e deve indicare da dove provengono (sbigliettamento, vendite di gadget e magliette etc etc) . Stende così un bilancio preventivo con tutte le spese e tutte le entrate: pennelli, vernici, materiale di consumo, bollette, spese per pubblicità, affitti e noleggi, compensi netti e lordi. Deve stare attento perché le spese per gli stipendi sono ammissibili solamente per il 10% dell’intero costo del progetto. Le clausole del bando lo obbligano a spendere almeno il 30% del contributo in pubblicità, a prevedere iniziative collaterali come mostre, concerti, convegni, visite guidate a siti archeologici e, soprattutto, deve dimostrare che il risultato del progetto avrà il favore del pubblico. Deve essere connesso al territorio, e dunque dovrà avere partner istituzionali come comuni, regioni, università e dovrà dimostrarlo tramite lettera d’accordo firmata da ambo le parti. In caso di accordo con un comune, la lettera dovrà essere firmata dal sindaco. Se la firma l’assessore alla Cultura non vale. Il bando scade trenta giorni dopo la pubblicazione. Per Michelangelo son trenta giorni d’inferno in cui non vede pennelli e scalpelli nemmeno per sbaglio. Ha meno di un mese di tempo per scrivere il progetto, produrre tonnellate di documenti e spedirlo. Ci riesce per il rotto della cuffia.

L’artista verso il libero mercato: il crowdfunding

Dopo averlo firmato digitalmente, Michelangelo si appresta a spedirlo via posta elettronica certificata. Come prescritto dal bando, allega la mail i moduli compilati, la propria carta d’identità, il proprio curriculum e quello di ognuno dei suoi dipendenti che parteciperanno al progetto. Sta per inviarlo quando si accorge che non ha allegato la marca da bollo da 16 euro. Quindi Michelangelo esce di casa per comprarla al tabacchino più vicino e ritorna al pc per completare la mail. Non può semplicemente scannerizzarla, deve scaricare il “Modulo dichiarazione sostitutiva per marca da bollo”, in cui giura e spergiura che quella marca da bollo verrà utilizzata solo ed esclusivamente per quel bando. Applica la marca al modulo, lo firma, lo scannerizza e lo allega alla mail. Fa un rapido check per vedere se ha allegato tutto, invia la mail all’indirizzo indicato dal bando e aspetta fiducioso la risposta dell’ente. Dopo una settimana Papa Clemente VII viene sfiduciato (o muore, non mi ricordo bene). Dopo mesi senza governo, viene eletto Paolo III. Del bando non si sa più niente. Però Michelangelo deve comunque lavorare perché il bando dice tassativamente che il progetto deve essere concluso entro fine dell’anno e, se dovesse superare la selezione, sarebbe costretto a restituire i soldi. Passano i mesi e il bando viene confermato. Il progetto di Michelangelo viene approvato ma, dei centomila euro richiesti, gliene vengono assegnati trentamila, a cui deve essere sottratta la percentuale del 4% perché la sua azienda non è una Onlus. Michelangelo è un poco disperato. Gli si chiede di realizzare un’idea mastodontica e viene finanziato per meno di un terzo. Deve dunque rimodularlo e sperare che il progetto rimodulato venga accolto. Non può permettersi tutti i suoi dipendenti, alcuni li deve licenziare. Dopo un breve periodo di conteggi vari, del grandioso progetto che aveva in mente, si riesce a proporre un affresco di un metro per due. Di più non si può fare. Riformula dunque il tutto e lo rispedisce al ministero. Passano i mesi e la domanda di rimodulazione viene accolta. Dopo più un anno appresso alle pratiche burocratiche, Michelangelo può avere la certezza d’esser pagato! Purtroppo però il mondo non conoscerà mai il suo Giudizio Universale, almeno non come Michelangelo l’aveva pensato.

Il giudizio universale di Michelangelo come l’avrebbe realizzato oggi. Scala 1:1.

Per nostra fortuna e di Michelangelo tutto ciò, per lui, non è mai esistito. Ma per noi artisti del 2020 questo è il nostro pane (indigesto) quotidiano. E ora che l’estate incalza, si avvicina per noi artisti la sfortunata stagione del cappello in mano, quel fantastico periodo dell’anno in cui le compagnie artistiche ricevono contributi dalle varie istituzioni. È un periodo avvincente, pieno di suspence, colpi di scena e tiri mancini ma che termina quasi sempre con lo stesso finale: la decurtazione dei fondi concessi. Non voglio star qui a recriminare sulla quantità dei denari stanziati. Non saranno mai abbastanza. Ciò che mi ha colpito è come noi artisti veniamo percepiti dalla politica (e quindi dall’opinione pubblica) e come noi artisti stiamo perdendo di vista la nostra funzione nella società. Le parole del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte della conferenza stampa del 13 maggio a proposito dei sostegni ai lavoratori della cultura hanno sollevato un discreto malumore fra gli addetti ai lavori: “La cultura, non dimentichiamo neppure questo settore, abbiamo un occhio di attenzione per i nostri artisti che ci fanno tanto divertire e ci fanno tanto appassionare” è certamente una semplificazione un po’ troppo frettolosa e riduttiva del nostro lavoro. Sono disposto a mettere la mano sul fuoco che queste parole son state pronunciate in totale buona fede, anzi, quasi ad adularci, a riconoscerci il ruolo ufficiale di dispensatori di intrattenimento della società. Questa buona fede, questa ingenua sincerità mi fa più paura degli anatemi lanciati da chi avversa la contribuzione pubblica alla cultura. Temo molto più chi crede che l’arte sia una simpatica forma di intrattenimento di chi reputa sprecati i fondi alla cultura e preferirebbe utilizzarli per riparare strade piuttosto  che finanziare progetti culturali. Giuseppe Conte è un politico e come tale è un uomo della società, perché dalla società proviene. E dunque son legittimato a pensare che parte della società la pensi esattamente come lui. L’artista, nella società, sta diventando un intrattenitore che ci fa tanto ridere e appassionare e quanto più fa ci fa ridere e appassionare più viene apprezzato dalla società. Non voglio assolutamente denigrare chi sceglie di far divertire il pubblico. Sono scelte artistiche degne del massimo rispetto. Ma l’arte non è solo questo. L’arte, al pari della scuola e della famiglia, concorre a creare dei cittadini consapevoli, a sviluppare in loro il pensiero autonomo e la capacità di analisi di ciò che accade intorno a loro. Ci si potrebbe dilungare per pagine e pagine sul valore e sul ruolo che riveste l’arte nella società ma non aggiungerei niente di nuovo e di interessante nella già vasta discussione sul tema. Ciò su cui mi preme indagare sono le conseguenze di questo modo di interpretare l’arte, soprattutto nel rapporto con le istituzioni. Chi non è direttamente coinvolto nella produzione di arte deve sapere che i contributi delle istituzioni vengono concessi a determinate condizioni che spesso non hanno nulla di artistico. Come ho già portato all’attenzione in diversi articoli de Il Culturale, gli enti pubblici, in assenza di una vera e propria legge sullo spettacolo, si affidano in buona parte a commissioni di esperti o pseudoesperti che decidono ciò che è meritevole di finanziamento o meno. Prima di accedere a questo esame del tutto soggettivo, è necessario rientrare in parametri oggettivi che poco hanno a che fare con l’arte e si confanno tutt’al più al mondo aziendale. In molti bandi i requisiti per partecipare sono puramente economici: alcuni richiedono una certa percentuale di incassi al botteghino o affini, altri pretendono un tot di migliaia di euro di contribuzioni versate, spese pubblicitarie, un tot numero di rappresentazioni annuali, un numero consistente di spettatori. Alcuni bandi richiedono più o meno esplicitamente che il progetto vada incontro ai desideri del pubblico a cui si rivolgono.

Il pubblico è in delirio! Missione compiuta!
Il pubblico è in delirio! Missione compiuta!

Perché tutto questo? Perché la politica (e dunque la società, perché la politica è parte della società) pensa che noi facciamo tanto divertire e appassionare la gente. Se l’arte diventa intrattenimento, tutti quei criteri sono sacrosanti. Gettiamo la maschera: se noi artisti diventiamo intrattenitori è giusto chiederci grossi numeri per accedere ai bandi. Se il nostro scopo nella società è creare sollazzo, è giusto assumerci i rischi d’impresa di qualsiasi altra azienda e stare nel mercato.

Ma se il nostro scopo è un altro, quello di contribuire a formare uomini consapevoli, allora c’è qualcosa che non va nel nostro rapporto con le istituzioni. Non si può chiedere ad un artista di stare sul mercato se lui sceglie di agire nella società con un mezzo insostenibile economicamente. Questo perché l’arte è un’attività antifordiana e antitaylorista, che contraddice tutti i principi economici della rivoluzione industriale. Se per un imprenditore è categorico produrre il massimo vantaggio con il minimo sforzo, il pensare di poter applicare questo principio nell’arte è semplicemente ridicolo. Per presentare al pubblico uno spettacolo della durata di sessanta minuti, occorrono centinaia di ore di prove. Per creare uno spettacolo da zero sono necessari anni. Come si può pensare di delegare al mercato il compito di far sopravvivere l’arte? Ritengo di cattivo gusto le proposte di alcuni esponenti della politica e del mondo imprenditoriale di affidare allo sbigliettamento e al mecenatismo dei privati l’esistenza o la scomparsa di realtà culturali. Non si può e non si deve cedere a questo ricatto perché ciò decreterebbe la morte dell’arte come stimolo e analisi della società e la loro sostituzione con di show e varietà che cercheranno in tutti i modi di assecondare i gusti del pubblico.

L’arte educa al bello. Più artisti e più arte abbiamo intorno a noi più godremo di questi panorami.

L’arte ha una funzione essenziale nella società. Tra le altre cose, educa al bello. Un mio caro amico musicista, interrogato sul perché si ostinasse a produrre musica classica per pochissimi spettatori, rispose “Perché chi ascolta musica classica tende a non sputare in terra”. Nella sua semplicità, ecco racchiusa tutta la funzione dell’arte in una semplicissima frase. L’arte educa al bello e insegna a rispettarlo. Insegna a rispettare l’ambiente circostante, i monumenti, i beni culturali. E questo sembriamo dimenticarlo anche noi artisti, specialmente in questo periodo in cui la pandemia di coronavirus ha distrutto le incerte certezze che avevamo. In tutta Italia gli artisti chiedono spazi pubblici alle istituzioni pubbliche che accettano di buon grado purché non gli si chieda soldi. Gli artisti non avranno problemi a utilizzare spazi pubblici come piazze, chiostri, anfiteatri all’aperto. Quest’estate le città godranno di cartelloni artistici di gran pregio. Unica nota stonata: buona parte degli spettacoli sarà a pagamento, perché gli artisti non riceveranno nessun sostegno economico. L’unico modo che avranno per sopravvivere anche quest’estate sarà lo sbigliettamento. Sarà il libero mercato a decidere il valore del prodotto artistico e chi potrà portare a casa la pagnotta. Le istituzioni ci chiedono di svolgere la nostra funzione chiave per la società ma si lascia al libero mercato il compito di finanziarla. Questo è a mio parere inaccettabile. L’arte è un bisogno primario (molto spesso inconscio, molto inconscio), gli artisti svolgono funzioni centrali per la vita democratica dell’individuo al pari della scuola, della medicina, della politica. Se gli artisti occupano la maggior parte del loro tempo ad inventarsi modi leciti per sopravvivere, la qualità del loro prodotto inevitabilmente crolla. E con un’arte scadente crolla anche la qualità della vita e della democrazia. L’arte non può essere legata al mercato economico. Non si può paragonare uno spettacolo ad un oggetto creato in fabbrica, perché non hanno la stessa funzione sociale. Chiedere ad un artista di fare l’imprenditore del proprio prodotto artistico è chiedergli di fare un altro lavoro che poco ha a che fare con la sua funzione all’interno della società. È tempo di fermare questo andazzo il più in fretta possibile. La nascita di corsi di laurea in marketing dei beni culturali e artistici è semplicemente aberrante. Che le istituzioni spingano attori, musicisti e tutti gli altri artisti verso fonti di finanziamento alternative come il crowdfunding o la sponsorizzazione di privati è inaccettabile. L’arte ha una sua funzione e come tale dev’essere rispettata dagli enti pubblici. Noi artisti siamo dunque al bivio: arrenderci al libero mercato e rinunciare a qualsiasi contribuzione pubblica o rifiutare quest’atteggiamento disfattista da parte della politica e della società, riappropriarci del proprio ruolo e combattere affinché ritorni ad essere riconosciuto, anche economicamente, nella comunità. In questo caso ne guadagneremmo tutti: l’artista, che smette di essere mortificato, e la società, che acquisirebbe gradi di consapevolezza in più. E non temete, vi divertirete e appassionerete lo stesso. Forse anche di più.

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