Italexit: no, grazie!

Italexit: no, grazie

Le difficoltà economiche del nuovo millennio hanno portato con sé proposte e teorie economiche differenti per favorire crescita, sviluppo e uscire dalle sabbie mobili di recessioni o stagnazioni. Fra le politiche espansionistiche, le manovre fiscali, l’erogazione di masse liquide, alcuni esponenti politici o economisti hanno suggerito che per tornare a vedere il PIL crescere, bisogna riacquisire una propria sovranità monetaria e quindi abbandonare l’Euro.  Una manovra drastica che avrebbe effetti non prevedibili a priori e per questo ancora più temibili in un contesto globalizzato, correlato a dinamiche finanziarie anche speculative e con una situazione debitoria grave come quella del nostro Paese.  Il passaggio da una moneta all’altra non sarebbe sicuramente una “transazione da weekend”. La conversione inversa richiese circa 3 anni (’99-01).  Oltre ai problemi tecnici vanno però valutate le possibili conseguenze commerciali, finanziarie e sociali. L’emissione di una nuova moneta comporta per quest’ultima sempre una svalutazione nei confronti delle concorrenti, una lira non varrà mai 1 euro ma si potrebbe stimare un valore iniziale inferiore di almeno il 30%. Sul piano commerciale si potrebbe considerare positivamente questa svalutazione, i nostri prodotti sarebbero più convenienti se realizzati in toto nel nostro paese e quindi l’export e il mercato interno potrebbero averne dei benefici. Ma dall’altro lato della medaglia, i costi delle importazioni potrebbero schizzare verso l’alto sia perché bisognerebbe acquistare in moneta estera che avrebbe un valore maggiore, sia per possibili politiche protezionistiche degli altri paesi che potrebbero applicare dei dazi, vanificando i benefici della svalutazione. Va inoltre considerato che il nostro paese importa tutte le materie prime essenziali (gas, petrolio, ecc..), generando un inevitabile aumento dei prezzi nel mercato interno, già sicuramente soggetto a inflazione data l’emissione di nuova moneta in circolo.  Sul piano sociale si rischierebbe pure di acuire il divario nord-sud, dato che le aziende del nord gestiscono la quota maggiore di esportazioni del nostro paese.  Sul piano inflazionistico la perdita di potere d’acquisto sarebbe inevitabile e fra coloro che patirebbero questo calo ci sarebbe il solito ceto medio composto da lavoratori dipendenti, pensionati e piccoli imprenditori.  I creditori sarebbero sicuramente i più svantaggiati perché pagherebbero gli effetti della svalutazione con un impoverimento sostanzioso per tutti i nostri risparmiatori che nel tempo hanno accumulato nel proprio portafoglio titoli di debito italiano. E allora la soluzione sarebbe quella di convertire la propria moneta in €, col rifiuto di vedersi pagato il debito in Lire e quindi costringere lo Stato ad acquistare € e vendere Lire, andando così a restituire molto più di quanto ottenuto. E poi chi comprerebbe BTP se la nostra moneta non avesse mercato? Considerando anche il fatto che i nostri titoli di Stato verrebbero considerati “spazzatura” e quindi non sarebbero collocabili sul mercato. E allora lo Stato dove andrebbe a recuperare capitali? Si troverebbe costretto a stampare moneta e quindi nuova spirale inflazionistica. Insomma un evidente gatto che si morde la coda ma con danni irreparabili sul tessuto economico e sociale del Paese. Senza trascurare la possibile “corsa allo sportello” per proteggere i propri capitali che avrebbe come conseguenza quella di mandare al collasso l’intero sistema bancario.  Il nostro Debito Pubblico, infine, verrebbe solo ingigantito perché nessuno acquisterebbe titoli in Lire, anzi nei confronti del mercato estero, i nostri titoli di debito vengono venduti con specifiche clausole di tutela per i sottoscrittori che impegnano il nostro Stato a indennizzare ogni perdita subita a causa dell’eventuale sostituzione della valuta. 

Va comunque precisato che i Trattati europei non prevedono l’uscita di un paese membro. Un’uscita negoziata quindi richiederebbe una modifica dei Trattati, volta a stabilire le procedure di uscita, come avviene oggi per la Brexit. Ma tale modifica dovrebbe ottenere il consenso dei Parlamenti nazionali, richiederebbe tempi lunghi e potrebbe non essere mai approvata. Inoltre, è verosimile pensare che non appena venisse manifestata dal governo italiano l’intenzione di intraprendere la strada dell’uscita, verrebbe a materializzarsi uno scenario delle proporzioni descritte con altre conseguenze non pianificabili. Per questo motivo la permanenza nell’Euro è vitale per il nostro Paese, perché permette di salvaguardare il nostro poco florido sistema economico, altrimenti spacciato con un ritorno alla moneta nazionale.

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