Laus Vitae – D’Annunzio tra Nietzsche, Whitman e una famosa pineta

 

…io così sciolsi la vela,

coi compagni molto a me fidi,

in un’alba d’estate

ventosa, dall’àpula riva

ove ancor vidi ai cieli

erta una romana colonna;

io così navigai

alfin verso l’Ellade sculta

dal dio nella luce

sublime e nel mare profondo…i

Il 29 luglio 1895 D’Annunzio partiva da Gallipoli verso la Grecia insieme al suo traduttore francese Georges Hérelle, a Edoardo Scarfoglio, che aveva appena comprato il panfilo Fantasia, e altra compagnia selezionata. L’idea era di una crociera di due mesi in Grecia e in Oriente, un po’ per riposarsi (D’Annunzio aveva appena terminato uno dei suoi romanzi più impegnativi, Le Vergini delle Rocce), un po’ alla ricerca di ispirazione per il dramma che iniziava ad abbozzare, quello che diventerà poi La città morta. Di quel viaggio per mare, oltre alle divertite reazioni della stampa italiana e agli articoli fantasiosi di Scarfoglio, il resoconto più affidabile è di Hérelle, il quale ne parla nelle sue Noterelle dannunziane. Il poeta abruzzese lo vuole con sé per discutere della traduzione de Le Vergini: Hérelle accetta dopo qualche titubanza, anche perché immagina bene quale tipo di ispirazione vadano cercando D’Annunzio e soci. Il clima è descritto da Piero Chiara nella sua biografia dannunziana: «la storia di quel viaggio è da ricercare sopratutto nelle Notolette del povero Hérelle, che partito per accompagnare un poeta nella terra dei poeti, si trovò in un gruppo di scostumati “bizantini” che non si peritavano di star nudi in coperta o di gettarsi, nei porti, a cercar donne di malaffare da condurre a bordo. D’Annunzio, che aveva scritto all’Hérelle di portarsi dietro un solo abito per una crociera piuttosto spartana, aveva invece caricato sul Fantasia un intero guardaroba: una decina di vestiti, otto paia di scarpe e una trentina di camicie.»ii Sappiamo così che D’Annunzio, partito sopratutto per allontanarsi dalla sua amante dell’epoca, si limita a qualche occhiata distratta alle statue nei musei e a poche passeggiate fra le rovine classiche; dopo solo due settimane la compagnia fa rientro, vinta dalla noia e dal vento avverso. Eppure, da questa esperienza nascerà, oltre a La città morta, il poema Maia e parte di Alcyone, ovvero i due libri più noti e significativi delle Laudi e dell’intera produzione di D’Annunzio.

Il silenzio era vivo

come un’anima sparsa

che ascolti e attenda

senza respiro.

Un’ala si mosse,

una foglia cadde,

un calice si schiuse,

traboccò una fonte,

una lingua lambì l’acqua,

un’orma calcò l’erba,

un balzo ruppe uno stelo,

un foco vano rigò l’aria,

un odor si diffuse

umido nella caldura.iii

In realtà, tra il viaggio dionisiaco e la stesura della Laus Vitae passano otto anni, piuttosto intensi anche, durante i quali avviene: la definitiva maturazione dell’idea superomistica, evidente sopratutto nello scandaloso romanzo Il fuoco; un’intensa e non sempre felice produzione drammatica (La città morta, Sogno di un mattino di primavera, Sogno di un tramonto d’autunno, Gioconda, La Gloria, Francesca da Rimini); la vulcanica – sebbene poco assidua – esperienza parlamentare, con il famoso passaggio dall’estrema destra all’estrema sinistra (“Vado verso la vita!”) del marzo 1900; l’altrettanto vulcanica e significativamente più assidua relazione con Eleonora Duse.

Il ritorno alla poesia avviene nel 1902, anno in cui concepisce e mette in opera le Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi, il cui progetto iniziale prevedeva sette libri, intitolati alle Pleiadi, le sette figlie di Atlante. Completa in breve tempo i primi tre libri, Maia, Elettra e Alcyone, pubblicati quasi simultaneamente nel 1903 (un quarto e un quinto libro, Merope e Asterope, vedranno la luce molto più tardi). Maia, pubblicato per primo con funzione proemiale, è però l’ultimo fra i tre in ordine di composizione. Ciò è fondamentale per comprendere il clima in cui è stato composto, l’intertesto e i rimandi interni che lo legano indissolubilmente alla stagione compositiva di Alcyone. Il clima è quello della Versilia, in cui il poeta e l’attrice trascorrono l’estate del 1902, nella Villa del Secco. Immerso nella natura toscana, tra i boschi e il mare, D’Annunzio trova gli stimoli per percepire quella fusione panica con l’universo implicita nella sua particolare declinazione del pensiero niciano, e perfeziona le delicate armonie fonosintattiche de La pioggia nel pineto e delle altre liriche sensiste di Alcyone. Dai versi sopra riportati, e da numerosi altri passi, è evidente come lo stile e l’ispirazione di Maia risentano più delle pinete della Marina di Pisa che non del viaggio da cui il libro trae argomento.

Il primo libro delle Laudi consiste infatti quasi interamente nel poema Laus Vitae, che trasfigura in chiave mitologica la vacanza in Grecia di otto anni prima. Addentrarsi nello sterminato carme – ottomilaquattrocento versi divisi in ventuno canti, ma strutturato come opera unitaria – è impresa disagevole, da attuarsi con pazienza, procedendo per i luoghi testuali con cautela, direi quasi con furbizia, nonché con dizionario mitologico alla mano. Il cauto e furbo viaggiatore sarà forse soddisfatto, a patto di lasciarsi guidare dalla suadente architettura del suono e del verso, più che dal vuoto retorico del testo – ma ha anche il diritto di non esserlo, per le medesime ragioni. Per quanto riguarda l’elaborazione formale, siamo di fronte a una delle più convinte e sistematiche operazioni di costruzione del verso libero della lirica italiana; dalla Laus Vitae, non a caso, trae origine un importante filone della poesia novecentesca, da Rebora a Quasimodo, fino allo stesso Ungaretti. I ventuno canti sono ritmati in strofe di ventuno versi (“tre volte sette”, come spiega l’autore in un autoelogio conclusivo) dalla struttura agile, dal quinario al novenario, con variazioni. E i temi? Il tema è una tripudiante lode alla vita; intesa ovviamente nel senso superomistico di appropriazione di ogni possibile esperienza.

Nessuna cosa

mi fu aliena;

nessuna mi sarà

mai, mentre comprendo.

Laudata sii, Diversità

delle creature, sirena

del mondo! Talor non elessi

perché parvemi che eleggendo

io t’escludessi,

o Diversità, meraviglia

sempiterna, e che la rosa

bianca e la vermiglia

fosser dovute entrambe

alla mia brama,

e tutte le pasture

co’ lor sapori,

tutte le cose pure e impure

ai miei amori;

però ch’io son colui che t’ama,

o Diversità, sirena

del mondo, io son colui che t’ama.iv

Nella citazione terenziana che apre questa strofa, è interessante notare come il significato del celebre verso di Terenzio (“humani nihil a me alienum puto”) è rovesciato nel suo opposto: se per il poeta latino è l’empatia verso il genere umano a renderlo partecipe del tutto, D’Annunzio è guidato dalla volontà di potenza e dall’ansia di esperienza delle cose. Com-prendo, più che com-partecipo. La lode alla “sirena del mondo” ricorda piuttosto il Whitman di Leaves of Grass, ma anche in questo rapporto va rimarcata la differenza tra l’immedesimazione nella natura del poeta statunitense, che tende a sparire e fondersi nel mare della diversità, e quella dannunziana, vaga semmai di possedere simultaneamente il tutto, e tormentata dalla necessità della scelta. L’intera Laus Vitae è percorsa – o per meglio dire costituita – da una fitta rete di materiali di riuso, spesso chiaramente intellegibili, come d’abitudine nel poeta pescarese; nel corso del poema, si fa sempre più evidente la filigrana del Così parlo Zarathustra di Nietzsche, di pari passo con la piena formulazione dell’idea superomistica.

Vista la sua origine dionisiaca e magmatica, il carme tende inevitabilmente all’accumulo e all’eccesso; abbondano anafore ed enumerazioni, e spesso il puro piacere del nome sonoro, sopratutto nella ponderosa sezione mitologica. Ci sono canti dedicati alle donne, alla sensazione, ai giacigli e all’uva; c’è l’incontro con l’eroe simbolo dell’esperienza, Ulisse, con cui ovviamente D’Annunzio si identifica, anche se Ulisse era il modo con cui soprannominava Scarfoglio, a cui era legato da un rapporto solido ma ambivalente. (Una decina d’anni prima del viaggio sul Fantasia, proprio nei giorni in cui D’Annunzio dava alle stampe l’Isaotta Guttadauro, qualche buontempone pubblicò sul “Corriere di Roma” – diretto da Scarfoglio – un irriverente Risaotto al pomidauro. D’Annunzio se n’ebbe a male, e dopo un nutrito scambio di insolenze i due vennero a duello presso Porta Pia. Pare che Scarfoglio avesse la meglio, al terzo scontro; dopodiché, i due tornarono ad andare d’amore e d’accordo. Questo per dire il clima.) C’è una sezione dedicata al pittore Guido Boggiani, uno dei partecipanti alla crociera, ucciso qualche tempo dopo durante una missione etnologica in Paraguay; c’è una sezione dedicata alla “meretrice di Pirgo” – giusto dopo un’accorata preghiera alla madre – in cui D’Annunzio esplora voluttuosamente le quote più basse del linguaggio; c’è infine un intero canto – il ventesimo – dedicato a Carducci, il quale trovò così sproporzionata l’enfasi retorica del “saluto al Maestro” da sentirsi lievemente preso in giro – il che è tutto dire. In breve, c’è tutto quello che può essere declamato, lodato, declinato al vocativo. Paradossalmente, l’incanto verbale regge proprio finché l’oggetto dei versi è la diversità della vita stessa; ma dalla metà del poema in poi inizia a emergere il tema conclusivo, monolitico e mortifero: l’imperialismo. Se dal punto di vista concettuale l’entusiastica lode alla vita di Maia risuona piuttosto vicina al Libro segreto del D’Annunzio tentato di morire, il motivo risiede sopratutto nella retorica nazionalista che sta ormai occupando il campo, e nella suggestione delle tragedie a venire. Se in campo letterario il finale della Laus Vitae è un’anticipazione delle atmosfere nostalgiche e guerresche di Elettra, nel campo dei significati è un’inquietante finestra aperta sul futuro e sulla catastrofe: un notturno che ha perso la sua innocenza.

La luna era trascorsa;

dietro le opache cime

vanito era il suo breve incanto.

L’orrore medusèo

parve impietrare

la faccia sublime

della notte. Non canto,

non grido s’udiva. Rare

gemevan l’aure. Boote

guardava l’Orsa;

e lacrimava il coro

delle Pleiadi belle

ai ginocchi del Toro;

ed Orione in corsa

veniva armato d’oro

su le tristi sorelle;

ed Erigone pura,

in disparte e con elle,

versava anche il suo pianto.

Così viveva la gran notte,

qual la mirò dai monti Orfeo.v

iGabriele D’Annunzio, Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi, Libro primo. Milano, Fratelli Treves Editori‎,1908, Maia, Laus Vitae, Verso l’Ellade Santa, vv. 617-626.

iiPiero Chiara, Vita di Gabriele D’Annunzio, Mondadori, 1978, p.102.

iiiGabriele D’Annunzio, Maia. Laus Vitae, Le Atlantidi, vv. 484-497.

ivGabriele D’Annunzio, Maia. Laus Vitae, La sirena del mondo, vv. 43-63.

vGabriele D’Annunzio, Maia. Laus Vitae, La notte d’estate, vv. 379-399.

In copertina: Galileo Chini, decorazione delle Terme Berzieri, Salsomaggiore.

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