Aiutiamoli a casa loro: quando gli immigrati sono i medici italiani

Il 5 Luglio 2020, alle 6 del mattino, sono partita. Ho preso aerei, metropolitane e treni, per raggiungere una fredda città sulle coste della Normandia. L’ho fatto, nonostante gli aerei cancellati, i termoscanner, la mascherina sul viso per ore e i diecimila moduli, perché ho un esame. 

Come me, almeno altri 300 italiani hanno fatto armi e bagagli e sono partiti. Per fare il test che permetterà a tutti noi di specializzarci da qualche parte qui in Francia.

Siamo almeno 300 ogni anno, solo qui in Francia, e siamo i medici che non vi cureranno mai.

Ma partiamo con ordine, dall’inizio. Partiamo dal test di ingresso che, anni fa, mi ha permesso di entrare a Medicina. Il primo vero grande scoglio. One shot, one kill, e se non lo superi, c’è sempre l’anno prossimo, o quello dopo ancora. Gli anni diventano due, poi tre, così o smetti di tentare o emigri. Comunque, sei dentro. Ti dicono che dopo è tutto in discesa: mentono. Lo ripeteranno dopo Anatomia, Fisiologia, Anatomia Patologica. Le lezioni, esami impossibili, i tirocini. Alla fine però, ce la fai. Ti siedi, discuti la tesi, sei un dottore, finalmente. Ancora qualche mese, giusto il tempo di abilitarti, e sarai anche un medico. A questo punto, sorpresa sorpresa: con la tua laurea, nella migliore delle ipotesi, potrai lavorare per la ASL locale, a partita IVA, con contratti rinnovati di 3 mesi in 3 mesi, per ottenere 24 ore settimanali a Roccacannuccia, PER SEMPRE. Puoi anche sostituire un medico di famiglia,  quando si ammala o va in ferie. Oppure puoi fare il medico, di tanto in tanto, per le competizioni sportive amatoriali in qualche sagra di paese. E ti conviene pure sbrigarti, perché devi pagare l’assicurazione, l’iscrizione all’Ordine, la cassa previdenziale.

Già, perché, nonostante un florido immaginario comune che vuole che il giovane medico si sia fiondato a lavorare in ospedale a salvare vite durante la pandemia (qualcuno lo ha anche fatto), perché tanto si sa, con medicina lavori subito, la realtà è un poco diversa, al punto che i medici più esperti hanno ribadito più volte che <<come nel 15-18, li vogliono mandare in guerra con le scarpe di cartone>> o dicendo <<sono carne da macello>>.

Del resto, in un mondo sempre più specializzato, perché la medicina non dovrebbe esserlo?

Così, giustamente, la sanità e i pazienti chiedono medici preparati, che sappiano trattare al meglio anche quella malattia così brutta e rara, o così nuova e spaventosa.

E anche tu, ovviamente, vuoi di più: dopo anni passati sui libri e mesi nei reparti, hai scelto chi vuoi diventare. Poco importa la destinazione, che sia  ematologia, cardiochirurgia o microbiologia, la porta è una sola: il concorso SSM.

Avete presente quelle scene nei film, in cui scoppia un incendio e decine di persone cercano di uscire tutte insieme dall’unica, minuscola porta disponibile, rimanendo incastrate?

Ecco avete una immagine piuttosto vicina alla realtà del concorso per le Scuole di Specializzazione in Medicina. Il concorso infatti offre circa 14.000 posti a fronte dei circa 24.000 partecipanti che si ritiene proveranno il concorso quest’anno. Questo vuol dire che saranno circa 10 mila i medici membri involontari dell’esercito dei cosiddetti camici grigi, bloccati  anche quest’anno in un purgatorio fatto di turni da 12 o 24 ore in guardia medica alternati a lunghe sessioni di studio, per ritentare il test l’anno seguente.

One shot, one kill, di nuovo. Solo che adesso i vent’anni e i capelli iniziano ad andarsene, mentre i trenta compaiono dietro l’angolo, e tu ancora lotti per studiare.

Perché, e questo deve essere chiaro, il concorso è per l’ingresso in una scuola. Quei giovani medici che vi seguono in ambulatorio, sono medici che studiano, seguono lezioni, danno esami e lavorano nei reparti, per affinarsi il più possibile, diventare sempre più bravi, per curare Voi. E a fine mese, non c’è uno stipendio, ma una borsa di studio. Quel medico-studente, paga le tasse all’università, e le pagherà fino a quando, dopo 4 o 5 anni di specialità, non discuterà nuovamente una tesi, per trovarsi di nuovo, dopo qualche mese, a partecipare ai concorsi per poter tornare in ospedale, questa volta da specialista.

Per questo motivo, in altri paesi europei, la specializzazione è considerata come il terzo livello di formazione medica, ed è automatica, come il passaggio dalle medie alle superiori, e il posto è garantito a tutti, proprio perché è solo il passaggio ad uno step successivo.

Adesso, direte voi, a me che mi frega? I problemi li hanno tutti, non c’è una categoria che non stia male, pensa ai negozianti o a quello che ha 50 anni, due figli ed è in cassa integrazione, anzi, dovrebbero ringraziare che li pagano.

Ecco, la realtà è che ve ne dovrebbe fregare eccome. Ve ne dovrebbe fregare ogni volta che chiamate per prenotare una visita urgente e ve la fissano tra sei mesi o per l’anno seguente,  ogni volta che vostro figlio ha la tosse e dovete portarlo dal vostro medico perché i pediatri non si trovano,  ve ne dovrebbe fregare quando andate in vacanza e la guardia turistica più vicina è ad un’ora e mezzo di macchina, ve ne dovrebbe fregare quando vi sentite malissimo e siete terrorizzati, e al pronto soccorso dovete aspettare quattro, sei, otto ore, perché ci sono solo tre medici, tre infermieri e una manciata di OSS, e i pazienti sono così tanti che le barelle stanno anche in corridoio.

Ve ne dovrebbe fregare perché i medici che vi curano adesso, tra dieci anni saranno in pensione, e non ci sarà nessuno a sostituirli, mentre voi video-chiamerete i vostri nipoti medici emigrati in Svezia per un consulto, sperando che rispondano, sperando che non sia un’infarto, sperando che su quella ambulanza ci sia un medico che possa salvarvi prendendovi per il ciuffo.

Ve ne dovrebbe fregare perché se adesso vi lamentate, dicendo che la Sanità è uno schifo, e tanto peggio di così non si può, vi state solo illudendo. Perché c’è di peggio, eccome. 

Al momento, gli ospedali e i laboratori si reggono sulle spalle sempre più stanche, e in numero sempre minore, di persone che fanno turni impossibili, alternando lunghe giornate a notti infinite. Notti di almeno dodici ore, in cui capita anche che ci sia un solo medico per tre reparti, a gestire i nuovi ricoveri, le urgenze, i consulti alle  tre del mattino, assicurandosi che gli altri pazienti stiano bene, parlando con i parenti spaventati per quel ricovero notturno, con il telefono che continua a squillare in sottofondo. A tutto questo, si aggiungono le aggressioni, fisiche e verbali, le minacce, le urla, le denunce.

Quindi, sommiamo condizioni di lavoro pessime a stress, responsabilità, e nessun ricambio generazionale grazie alle scuole di specializzazione ridotte all’osso (unico accesso per poter lavorare in ospedale), con un carico di lavoro che può solo aumentare, visto che la maggior parte delle popolazione italiana è anziana o lo sarà nei prossimi 20 anni.

I giovani medici, la cui formazione è costata al contribuente  6.900 euro all’anno, e quindi 41.000 euro totali (per i sei anni di corso) a testa, piuttosto che rimanere a ciondolare a casa  preferiscono portare le loro costosissime e specialistiche competenze fuori dal paese, in Europa, dove vengono offerti loro contratti di formazione, corsi di lingua, vitto e alloggio.

Pensate adesso, se tutti i diecimila medici che solo quest’anno rimarranno fuori dal concorso decidessero di rivolgere i loro interessi verso l’estero. Oltre alle diverse centinaia di migliaia di euro che avete regalato ad altri stati, gli state regalando il vostro futuro. In primo luogo perché è improbabile che una volta partito il giovane medico torni, versando diversi decenni di contributi al paese che lo ha accolto, e perdendo quindi fondi per le pensioni (si, esatto, le vostre) in secondo luogo, perché gli ospedali saranno vuoti. Anzi, a voler essere precisi, saranno vuoti di medici, e pieni di pazienti che nessuno curerà.

Il risultato è uno solo, e non servirà il Covid: il sistema sanitario nazionale arriverà al collasso, crollando su tutta la popolazione, specialmente di chi non ha abbastanza soldi per crearsi un salvagente. 

Già da anni il pubblico stipula proficui (per queste ultime) accordi con strutture private. Che, verosimilmente, saranno le sole a rimanere in piedi, potendo offrire condizioni lavorative migliori ai pochi rimasti. Le strutture pubbliche sia per i tempi di attesa biblici sia per la scarsità di risorse, verranno sempre più evitate dai pazienti, che pur di assicurarsi un servizio rapido e di qualità, inizieranno a stipulare costose assicurazioni private, con buona pace del Welfare state. Nel frattempo, ciò che rimane del pubblico cercherà di prendersi cura di chi l’assicurazione non può permettersela: i vostri nonni novantenni e pluripatologici, ad esempio. Ma senza medici che visitano, diagnosticano e prescrivono farmaci, che succederà?

Gli scenari sono due: o verranno create delle figure professionali ibride, ad esempio cercando di affibbiare competenze mediche agli infermieri ( e già le istituzioni ci hanno provato) o verranno chiamati medici dall’estero.

Se pensate che affidare compiti prettamente medici agli infermieri sia la soluzione, senza entrare poi nelle varie diatribe legali che ci sono, sono spiacente di deludervi. Tutto il personale di un ospedale, primari, inservienti, medici, infermieri, OSS, tutti i vari professionisti sanitari, sono come le rotelle di un ingranaggio mastodontico, volto solo ad una cosa, salvarvi la vita. Possono riuscirci solo se tutti gli ingranaggi sono presenti e funzionano bene. Immaginate adesso di aver studiato e lavorato diversi anni per acquisire delle competenze specifiche nella cura della persona: siete infermieri professionali. Di punto in bianco, una qualunque commissione di politici che non ha mai fatto un turno di dodici ore facendo prelievi, somministrando farmaci, aggiornando cartelle e prendendosi cura di quei venti- trenta pazienti che avete, decide che, visto che ci siete, dovete farvi carico pure di quell’altra cosa lì, e di quell’altra cosa ancora. Cose per cui non siete stati formati, che comportano responsabilità civili e penali, che esulano dal vostro contratto (rischiando magari una denuncia per abuso di professione) e per cui non riceverete mezzo centesimo in più, con un blocco delle assunzioni che oramai è storia, andando ad aggiungersi all’infinita quantità di cose che già vi competono. Sfruttare fino all’osso una categoria professionale, oltre che immorale, può solo provocare danni: se esistono tante figure professionali è perché servono. Nessuno può fare il lavoro di due o più persone diverse, con competenze diverse. Non è una possibilità, una valorizzazione: è burnout, con danni evitabili per il lavoratore e il paziente. Ah, dimenticavo: ovviamente, se sbagliate, è colpa vostra.

Non è un caso che la fuga verso l’estero colpisca tutti i professionisti della sanità: su internet, pullulano annunci di offerte di lavoro con corso di lingua in Germania e altri paesi nordici, per infermieri, fisioterapisti, ostetriche, causando una vero e proprio esodo di giovani.

La seconda possibilità, quella di chiamare medici dall’estero, mi pare così assurda da risultare la più probabile, oltre ad essere quella che mi fa più arrabbiare. Sì, l’idea di chiamare medici da fuori mi ripugna, sia perché molti di noi vorrebbero poter rimanere qui a formarsi, sia perché ho passato lunghi anni a  sentire discorsi dei più svariati politici sugli immigrati, sui costi, la criminalità, la delinquenza.  Ho sentito troppe voci, troppe volte, dire:

AIUTIAMOLI A CASA LORO

Eccomi. Sono qui. Ma se a Settembre il test andrà male, se il mio punteggio non sarà abbastanza alto, se non riuscirò ad entrare, a Novembre emigrerò. Il 52% dei medici che emigrano in Europa sono italiani. Nessuno ci ha aiutato a casa nostra.

Non l’opinione pubblica, che si agita tra Bugo e Morgan e il Lock Down, con qualche sporadico applauso agli eroi in camice bianco, non la stampa che parla sporadicamente del problema definendolo come carenza di medici e ignorando la protesta permanente in atto dal 29 Maggio, non la politica, che  non spende una parola, un gesto, un pensiero, per fermare i professionisti dalla fuga.

Perché noi fuggiamo, si. Siamo migranti economici, quelli che dovrebbero tornare a casa loro, che almeno dovrebbero conoscere la lingua e le usanze. Ma saremo emigrati italiani, e per la politica italiana questo, palesemente, non è un problema. 

E tutto per cosa?  Davvero la salute delle persone, il loro futuro, il loro diritto alle cure vale così poco?

Si, valiamo così poco che l’unica risposta che viene data è, anno dopo anno, di aumentare i posti d’ingresso alla Facoltà di Medicina, per creare professionisti che saranno sempre professionisti a metà, bloccandoli in un limbo in cui non si riesce ad andare avanti, e si è investito troppo per tornare indietro. Perché non mancano i medici, mancano gli specialisti. E fidatevi, non volete costringere un vecchio ortopedico, magari ritornato a lavoro dopo la pensione, a trattare il vostro ictus, almeno quanto non volete che sia un neurologo, che non vede una sala operatoria dagli anni dell’università, ad essere costretto a mettervi una protesi d’anca, solo perché non c’è nessuno che possa prendere il loro posto.

La politica ci prende in giro con risposte semplicistiche che vanno bene per un intermezzo di un minuto al TG, giusto il tanto di far credere a chi ascolta che in futuro andrà meglio, lasciando la mente libera per il prossimo scandalo. Ma in futuro non andrà meglio,  e quando voi e la Sanità avrete un collasso, temo davvero che non ci sarà più nessuno a controllarvi il polso e rianimarvi.

Quindi, per una volta, chiedete ai politici di fare quello che promettono da anni: aiutateci a casa nostra.

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